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lunedì 19 agosto 2013

La povertà più grande è la mancanza di Cristo (Contributi 877)

Un articolo di Massimo Introvigne da La Bussola 

Il 18 agosto 2013, con un messaggio trasmesso dal cardinale Bertone, Papa Francesco ha fatto pervenire i suoi auguri ai partecipanti al XXXIV Meeting per l’Amicizia fra i Popoli di Rimini, dedicato al tema «Emergenza uomo». Il messaggio contiene una profonda riflessione sulla condizione dell'uomo contemporaneo, cui mancano molte cose, ma manca soprattutto la verità - anche su temi scomodi, come la difesa della vita - e ribadisce che la povertà più grave è la povertà spirituale, la quale è appunto la carenza di verità e di fede, e che, nel discorso al Corpo diplomatico del 22 marzo, Francesco aveva identificato con quella «dittatura del relativismo» tante volte evocata da Benedetto XVI. «La povertà più grande - ha scritto ora il Papa - è la mancanza di Cristo». 
La cultura dominante, nota il Pontefice, ci racconta che l'uomo è semplice, che lo si può ridurre alla sua dimensione materiale. Invece, «l'uomo rimane un mistero, irriducibile a qualsivoglia immagine che di esso si formi nella società e il potere mondano cerchi di imporre». Francesco ricorda l'espressione centrale della prima enciclica del beato Giovanni Paolo II (1920-2005), «Redemptor hominis»: «L’uomo è la via della Chiesa». «Questa verità - commenta il Papa - rimane valida anche e soprattutto nel nostro tempo in cui la Chiesa, in un mondo sempre più globalizzato e virtuale, in una società sempre più secolarizzata e priva di punti di riferimento stabili, è chiamata a riscoprire la propria missione, concentrandosi sull'essenziale e cercando nuove strade per l’evangelizzazione». 
Che cosa significa, più in profondità, l'espressione del beato Giovanni Paolo II? «L’uomo è via della Chiesa perché è la via percorsa da Dio stesso», dalla creazione di Adamo all'Incarnazione di Gesù Cristo. Certo, la «via principale della Chiesa» è il Signore Gesù, secondo l'espressione di sant'Agostino (354-430): «Rimanendo presso il Padre, [il Figlio] era verità e vita; rivestendosi della nostra carne, è diventato via». Spiegava il beato Giovanni Paolo II che è proprio perché Gesù «è anche la via a ciascun uomo» che l’uomo diventa «la prima e fondamentale via della Chiesa» («Redemptor hominis», 13-14). 
Così come è via, Gesù Cristo è anche porta. «Senza passare attraverso Cristo, senza concentrare su di Lui lo sguardo del nostro cuore e della nostra mente, non capiremmo nulla del mistero dell’uomo. E così, quasi inavvertitamente, saremo costretti a mutuare dal mondo i nostri criteri di giudizio e di azione, e ogni volta che ci accosteremo ai nostri fratelli in umanità saremo come quei "ladri e briganti" di cui parla Gesù nel Vangelo (cfr Gv 10,8)». È stato un tema di tanti Meeting di Rimini: i poteri forti s'interessano anche loro all'uomo, ma per dominarlo e manipolarlo. «Anche il mondo infatti - afferma Francesco - è, a suo modo, interessato all'’uomo. Il potere economico, politico, mediatico ha bisogno dell’uomo per perpetuare e gonfiare se stesso. E per questo spesso cerca di manipolare le masse, di indurre desideri, di cancellare ciò che di più prezioso l’uomo possiede: il rapporto con Dio. Il potere teme gli uomini che sono in dialogo con Dio poiché ciò rende liberi e non assimilabili». 
Ecco dunque il compito del Meeting: «restituire l'uomo a se stesso», «tornare a considerare la sacralità dell’uomo e nello stesso tempo dire con forza che è solo nel rapporto con Dio, cioè nella scoperta e nell'adesione alla propria vocazione, che l’uomo può raggiungere la sua vera statura». Dire agli uomini del nostro tempo che «la Chiesa, alla quale Cristo ha affidato la sua Parola e i suoi Sacramenti, custodisce la più grande speranza, la più autentica possibilità di realizzazione per l’uomo, a qualunque latitudine e in qualunque tempo». 
Questa difesa intransigente della sacralità dell'uomo, che ultimamente è possibile solo riconoscendo e affermando il suo rapporto con Dio, comprende obbligatoriamente, scrive Papa Francesco, la difesa dell'«unicità e preziosità di ogni esistenza umana dal concepimento fino al termine naturale». Per la terza volta in questo mese - dopo il messaggio ai Cavalieri di Colombo statunitensi e quello alle famiglie brasiliane - il Pontefice torna sulla difesa della vita contro aborto ed eutanasia. E all'Angelus del 18 agosto, con un occhio rivolto anche all'Egitto, Francesco ha ricordato che «fede e violenza sono incompatibili», il che non significa che non si abbia il diritto e il dovere di difendere la propria fede con vigore. Il Papa ha infatti ricordato l'antica distinzione fra forza e violenza, fra la fortezza - che è una virtù - e la violenza, che va sempre rifiutata. 
Sempre all'Angelus, Francesco ha invitato a non vivere la fede come un elemento meramente «decorativo». La fede o è tutto o non è niente. Nella vita, ha detto il Papa, o prevale Dio o prevale l'io. Non c'è una terza via. E ai partecipanti al Meeting di Rimini il Pontefice ha rivolto ancora una volta il suo consueto appello a «uscire» e portare la fede a chi non ce l'ha o pensa di non averla. «Non tratteniamo per noi - ha scritto - questo tesoro prezioso di cui tutti, consapevolmente o meno, sono alla ricerca. Andiamo con coraggio incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo, ai bambini e agli anziani, ai "dotti" e alla gente senza alcuna istruzione, ai giovani e alle famiglie. Andiamo incontro a tutti, senza aspettare che siano gli altri a cercarci!». «Non solo nelle chiese e nelle parrocchie, dunque, ma in ogni ambiente»: «anche nelle piazze» se è necessario. «Non dobbiamo avere paura di annunciare Cristo nelle occasioni opportune come in quelle inopportune (cfr2Tm 4,2)». 
Rispondere all' «emergenza uomo» che dà il titolo al Meeting significa «andare a cercarlo fin nei meandri sociali e spirituali più nascosti». Attenzione, però, ha ammonito il Papa. Ė importante andare a cercare l'uomo dovunque, ma è anche essenziale avere le idee chiare su che cosa gli si annuncia. «La condizione di credibilità della Chiesa in questa sua missione di madre e maestra è, però, la sua fedeltà a Cristo. L’apertura verso il mondo è accompagnata, e in un certo senso resa possibile, dall'obbedienza alla verità di cui la Chiesa stessa non può disporre». Occorre sempre annunciare la verità, non idee nostre o desunte dalla cultura dominante. 
Come ha preso a fare spesso - forse consapevole dei rischi insiti in certe letture mediatiche superficiali del suo Magistero - Francesco ha infine insistito sul fatto che lo stesso discorso sulla povertà si presta a equivoci. Per il cattolico «la povertà non è solo quella materiale. Esiste una povertà spirituale che attanaglia l’uomo contemporaneo. Siamo poveri di amore, assetati di verità e giustizia, mendicanti di Dio, come sapientemente il servo di Dio Mons. Luigi Giussani [1922-2005] ha sempre sottolineato. La povertà più grande, infatti, è la mancanza di Cristo, e finché non porteremo Gesù agli uomini avremo fatto per loro sempre troppo poco».
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