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Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
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Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

mercoledì 20 novembre 2013

Trasparenti di fronte a Dio (Contributi 914)

Riporto dal sito della Fraternità San Carlo quest'articolo di Paolo Sottopietra. 

«Molti di noi», ha detto Madre Teresa di Calcutta, «rischiano di dimenticare che siamo peccatori e dobbiamo accostarci alla confessione come tali. Dobbiamo andare da Dio e dirgli che siamo addolorati per le azioni che abbiamo commesso e che possono averlo ferito. Il confessionale non è un luogo di pettegolezzi o conversazioni inutili. L’argomento devono essere i peccati, la contrizione, il perdono».
La confessione è innanzitutto una comunicazione essenziale e precisa dei propri peccati. Di fronte al sacerdote dovremmo evitare i giri di parole e chiamare il nostro male con i nomi che ha, senza nasconderlo. Se saremo sinceri con il confessore, cioè veri di fronte a Dio, lo Spirito Santo testimonierà alla nostra coscienza che siamo stati liberati dal peccato che abbiamo confessato. E questo ci darà pace.
Come possiamo imparare ad essere così trasparenti di fronte a noi stessi e a Dio? La Chiesa ci invita a compiere quotidianamente un esame di coscienza. Anche in questo caso vale l’indicazione dell’essenzialità. Arrivata la sera, ripensiamo alla nostra giornata senza ripiegarci su noi stessi e sulle nostre fragilità. L’esame di coscienza non comprende infatti solo i peccati, come spesso crediamo. Possiamo iniziarlo rinnovando il ricordo di ciò che abbiamo ricevuto, per richiamare in noi un sentimento di gratitudine. «Oggi mi hai messo accanto quella persona, che mi ha dato esempio di pazienza, di fortezza, di fede. Ti ringrazio perché oggi nella preghiera mi hai fatto vedere più chiaramente dove devo cambiare e mi hai aiutato a prendere una decisione per orientare la mia vita al bene. Oggi mi hai aiutato a trattare quella persona con umiltà, o con pazienza. Grazie perché i miei figli crescono bene. Grazie di quel momento di verità nell’amore con mia moglie. Grazie della vicinanza di quell'amico».
Solo nella luce della gratitudine i nostri peccati possono essere riconosciuti come tali. Essi sono ferite reali nel rapporto con Colui dal quale riceviamo tutto. Il peccato è trascuratezza o, nei casi più gravi, disprezzo del suo amore. Quando percepiamo il nostro male in questo modo, scaturisce in noi un dolore vero. La confessione allora ci aiuta a crescere. Come accade con le persone che più amiamo, nel tempo diventiamo più sensibili, ci accorgiamo prima di ciò che in noi dimentica o addirittura umilia l’amore che Dio ci dona. Il gusto che proviamo per il bene si fa più stabile, insieme all’avversione per ciò che intralcia il nostro dialogo con Dio e crea sofferenza in noi e negli altri. Nello stesso tempo lo sguardo che portiamo su noi stessi diventa più misericordioso e ironico. Impariamo a riprenderci più rapidamente dopo il male che ancora compiamo e la nostra letizia si interrompe per meno tempo. È anche questo un riflesso della misericordia con cui siamo guardati da Dio nella confessione. 
Spesso troviamo nei santi la convinzione di essere grandi peccatori. È retorica la loro? Oppure parlano di un’esperienza che ancora noi non facciamo? I santi non fingono, ma conoscono se stessi molto più a fondo di noi, perché amano Dio più di noi. Forse le nostre confessioni sono ancora vuote o formali. Ciò accade perché non avvertiamo un reale bisogno dell’aiuto di Dio, del suo perdono. Così il nostro amore per Lui è tiepido. L’esperienza degli uomini più vicini a Dio indica però una strada che anche noi possiamo percorrere. Il dolore per il nostro male e l’amore per Dio, infatti, crescono insieme. «A lei sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato», ha detto Gesù al fariseo Simone, indicandogli la donna che piangeva ai suoi piedi. «Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». Chi ama di più, soffre di più per il male che commette e desidera esserne liberato. Fa perciò anche un’esperienza più viva del perdono che riceve. La grazia di essere riaccolti ci riempie infatti di gratitudine, a volte perfino di gioia, e suscita in noi un desiderio più forte di ricambiare il bene ricevuto. La confessione può diventare così un momento molto atteso, il luogo dove possiamo rivivere questa esperienza e alimentare il nostro amore. 
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