Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

domenica 30 settembre 2012

Domenica XXVI t.ord. 30-set-2012 (Angelus 100)

Cari fratelli e sorelle! 
Il Vangelo di questa domenica presenta uno di quegli episodi della vita di Cristo che, pur essendo colti, per così dire, en passant, contengono un profondo significato (cfr Mc 9,38-41). Si tratta del fatto che un tale, che non era dei seguaci di Gesù, aveva scacciato dei demoni nel suo nome. L’apostolo Giovanni, giovane e zelante come era, vorrebbe impedirglielo, ma Gesù non lo permette, anzi, prende spunto da quella occasione per insegnare ai suoi discepoli che Dio può operare cose buone e persino prodigiose anche al di fuori della loro cerchia, e che si può collaborare alla causa del Regno di Dio in diversi modi, anche offrendo un semplice bicchiere d’acqua ad un missionario (v. 41). Sant’Agostino scrive a proposito: «Come nella Cattolica – cioè nella Chiesa – si può trovare ciò che non è cattolico, così fuori della Cattolica può esservi qualcosa di cattolico» (Agostino, Sul battesimo contro i donatisti: PL 43, VII, 39, 77). Perciò, i membri della Chiesa non devono provare gelosia, ma rallegrarsi se qualcuno esterno alla comunità opera il bene nel nome di Cristo, purché lo faccia con intenzione retta e con rispetto. Anche all’interno della Chiesa stessa, può capitare, a volte, che si faccia fatica a valorizzare e ad apprezzare, in uno spirito di profonda comunione, le cose buone compiute dalle varie realtà ecclesiali. Invece dobbiamo essere tutti e sempre capaci di apprezzarci e stimarci a vicenda, lodando il Signore per l’infinita ‘fantasia’ con cui opera nella Chiesa e nel mondo. 
Nella Liturgia odierna risuona anche l’invettiva dell’apostolo Giacomo contri i ricchi disonesti, che ripongono la loro sicurezza nelle ricchezze accumulate a forza di soprusi (cfr Gc 5,1-6). Al riguardo, Cesario di Arles così afferma in un suo discorso: «La ricchezza non può fare del male a un uomo buono, perché la dona con misericordia, così come non può aiutare un uomo cattivo, finché la conserva avidamente o la spreca nella dissipazione» (Sermoni 35, 4). Le parole dell’apostolo Giacomo, mentre mettono in guardia dalla vana bramosia dei beni materiali, costituiscono un forte richiamo ad usarli nella prospettiva della solidarietà e del bene comune, operando sempre con equità e moralità, a tutti i livelli. 
Cari amici, per intercessione di Maria Santissima, preghiamo affinché sappiamo gioire per ogni gesto e iniziativa di bene, senza invidie e gelosie, e usare saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni.
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sabato 29 settembre 2012

Un motivo di personale letizia (Post 152)

E' capitato più di una volta che in questo blog abbia ripreso testi di Don Camisasca (sta a vedere che ora mi tocca andarli a cercare per etichettarli uno ad uno). 
Ora il caso vuole (ma noi cattolici sappiamo che il caso non esiste, tutto fa parte di un disegno più grande) che Don Camisasca sia stato nominato Vescovo. 
E già questo fatto di per sé sarebbe stato, per il sottoscritto, motivo di essere lieto in quanto, pur senza conoscerlo personalmente, stimo Camisasca e lo considero sacerdote innamorato di Cristo (e non sempre capita).
Ma la gioia è ancora maggiore in quanto la città di cui è stato nominato Vescovo è Reggio Emilia che è anche la mia città natale (non ci abito dal 2006, ma non conta, è pur sempre il luogo dove ho vissuto la fetta più ampia della mia esistenza).
[per una migliore e più documentata informazione leggere QUI]
Per cui pur consapevole che mai egli leggerà queste mie poche righe, desidero ugualmente esprimere la mia profonda letizia per i miei amici reggiani, per tutti i miei ex-concittadini e consapevole che non sarà facile svolgere la propria missione di pastore nella terra del comunismo reale e dello "zoccolo duro" per offrire le mie preghiere per questo nuovo compito cui è chiamato e perchè possa essere occasione di incontro con il Volto di Cristo per ogni persona.
E allargo questa preghiera a tutti i Vescovi e Presbiteri. 
Ovvio che invito anche ogni lettore a fare lo stesso..
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Richiesta di preghiera/2

Ad oltre due anni di distanza dalla pubblicazione su questo blog di un post che conteneva una richiesta di preghiera, oggi una persona (che non si firma) commenta tale post facendo nuova richiesta di preghiera:

Vi chiedo una preghiera particolare affinchè il mio desiderio si verifichi! Grazie 

Ora non sapendo quale sia tale desiderio non possiamo che augurarci che esso sia lecito e vorrei cogliere l'occasione per domandare ad ognuno di fare una preghiera per le domande che sono nel cuore di ciascuno dei lettori del blog..
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venerdì 28 settembre 2012

Il Figlio dell'uomo dovrà soffrire (Post 151)

Nel Vangelo di oggi (Luca, 9,18-22) Gesù annuncia ai discepoli che dovrà soffrire molto a causa degli uomini. E questo dopo aver posto la domanda personale e non eludibile “Voi chi dite che Io sia?” 
Sappiamo che Pietro riconosce che Gesù è il Messia, ma subito dopo “non approva” il metodo di salvezza che Egli annuncia. 
Spesso noi scordiamo infatti che “le Mie vie non sono le vostre vie”. Con buona probabilità ognuno di noi ha una sua idea (in perfetta buona fede) su come il mondo si potrebbe salvare e quasi sicuramente il metodo è molto diverso da quello di Gesù. 
Il punto è quindi non tanto riconoscere Gesù ma accogliere il Suo metodo di salvezza per il mondo e per ciascuno di noi. La Sua croce è data dal nostro male che Lui si addossa perché ci ama; è il Suo “perdersi” per salvare ognuno di noi. 
La Sua sofferenza è prodotta da tutte le forme del male che abbiamo inventato per salvarci: l'avere, il potere e il sapere o, in altri termini, la ricchezza, la vanagloria e la superbia, il cercare di salvarsi a prescindere da Gesù. 
Invece è proprio nel seguire e nell’affidarci al Suo progetto misterioso ma efficace di redenzione che c’è salvezza. 
La sofferenza non è condanna ma occasione di conversione personale e partecipazione al Suo disegno redentivo.
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mercoledì 26 settembre 2012

I bambini ci guardano (Contributi 735)

Un articolo di Don Massimo Camisasca: 


Non c’è compito più difficile e affascinante per un sacerdote di parlare di Dio ai bambini. Molti pensano che per i piccoli non sia ancora giunto il tempo di ascoltare temi così elevati. 
Si vede che non hanno mai veramente ascoltato un bambino, ricevuto le sue confidenze. Anch’io, che ho solo esperienze di zio e pro-zio, so benissimo che l’infanzia è l’epoca dello stupore e dei “perché?”, epoca metafisica e religiosa per eccellenza, momento favorevolissimo per iniziare una catechesi con i piccoli. 
Loro non hanno bisogno di essere obbligati a pensare, a capire, a ricordare. 
Per un bambino è naturale chiedersi, guardando un giocattolo: «Chi l’ha fatto?», e guardando il cielo: «Chi vi abita?». 
È naturale per lui, di fronte al misterioso esserci delle cose, sentirle come animate e familiari compagne di viaggio. 
Il bambino percepisce le voci che vengono dalle piante, dagli animali, dai volti, non perché è un visionario, ma perché non è distratto dalla vita. È tutto concentrato su ciò che sta accadendo nell’istante. 
Nei piccoli è quasi spontanea la passione per le storie e per la storia. 
Perciò, come non bisogna aver paura di parlare loro di Dio, del Paradiso, della preghiera, degli angeli, nello stesso modo non bisogna pensare che non siano interessati alla storia. Adamo, Noè, Mosè, Davide… attraverso la nostra narrazione (che oggi può essere facilmente arricchita da brevi spezzoni di filmati) diventano, prima ancora dei personaggi dei cartoni animati, i loro eroi, che si imprimeranno per sempre nella loro memoria. 
Li porteranno dentro di sé anche quando penseranno di averli dimenticati. 
Allo stesso modo l’umanità luminosa di Gesù, le avventure di san Pietro e di san Paolo, li introdurranno ai tempi più maturi dell’esistenza che necessitano di memorie fondamentali e piene di realistica speranza. I bambini ci obbligano a riscoprire la nostra fede, a scuoterci di dosso tutto ciò che è abitudine o dovere e a rivivere, con la leggerezza e la letizia dell’infanzia, la consapevolezza talvolta ardua della maturità.
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martedì 25 settembre 2012

Che cosa permette all’uomo “selvaggio” di riconoscere la Grande Presenza? (Contributi 734)

Un articolo di Aldo Trento da Tempi: 

Continuamente don Julian Carrón ci provoca a vivere intensamente il reale. 
Ma cosa significa per me “educazione” ed educare il mio popolo a questa posizione? 
Tutti i giorni, prima di cominciare a lavorare, affidiamo a ogni persona una provocazione che è stata suscitata in alcuni dalla stessa realtà. 
Sono esempi, sono particolari della vita quotidiana, ma se Cristo non entrasse in questi particolari non potremmo verificare la verità del fatto che la realtà, come afferma san Paolo, è il corpo di Cristo. 
Da questa posizione è nata la bellezza delle opere nella nostra comunità. 
Un’opera è un “opus Dei” solo quando in tutti i suoi particolari rimanda alla bellezza divina. Che bello ascoltare molti pazienti terminali dire: «Padre, solo per il fatto di essere in un posto così bello mi sento meglio». 
O quando i bimbi che vengono a scuola, in un luogo bello, pulito, ordinato, e nel tempo imparano a vivere nello stesso modo anche a casa loro. 
È “il bello” che educa, perché solo il bello desta stupore, rimanda al Mistero. Per questo per noi il culmine della carità è la bellezza. Cioè, vivere intensamente il reale, dall’alba al tramonto. 
In queste terre, che sono le mie terre, non esiste l’esperienza della bellezza, cioè di un luogo, un habitat bello. Per questo, fin dal principio ho percepito che tutto quello che avevo studiato di teologia pastorale non sarebbe servito a nulla se non avessi vissuto, per primo io, ogni istante e ogni cosa come relazione con il Mistero. 
Questa posizione nel vivere il reale me l’ha regalata don Giussani, che mi ha educato al gusto per il bello a 360 gradi. Realmente questa è l’unica posizione che permette all’uomo “selvaggio” di oggi, di riconoscere la grande presenza. 
Il bello e il dolore, che camminano uniti, sono sempre la strada verso Cristo. 
Queste provocazioni ci aiutano ogni istante del giorno a crescere in questa posizione, lasciandoci educare soprattutto dai nostri pazienti, i quali, in mezzo al dolore causato dalla malattia, riescono a guardare con positività tutto quello che vivono. 
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domenica 23 settembre 2012

Domenica XXV t.ord. 23-set-2012 (Angelus 99)

Cari fratelli e sorelle! 
Nel nostro cammino con il Vangelo di san Marco, domenica scorsa siamo entrati nella seconda parte, cioè l’ultimo viaggio verso Gerusalemme e verso il culmine della missione di Gesù. Dopo che Pietro, a nome dei discepoli, ha professato la fede in Lui riconoscendolo come il Messia (cfr Mc 8,29), Gesù incomincia a parlare apertamente di ciò che gli accadrà alla fine. 
L’Evangelista riporta tre successive predizioni della morte e risurrezione, ai capitoli 8, 9 e 10: in esse Gesù annuncia in modo sempre più chiaro il destino che l’attende e la sua intrinseca necessità. Il brano di questa domenica contiene il secondo di questi annunci. Gesù dice: «Il Figlio dell’uomo – espressione con cui designa se stesso – viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà» (Mc 9,31). I discepoli «però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo» (v. 32). In effetti, leggendo questa parte del racconto di Marco, appare evidente che tra Gesù e i discepoli c’era una profonda distanza interiore; si trovano, per così dire, su due diverse lunghezze d’onda, così che i discorsi del Maestro non vengono compresi, o lo sono soltanto superficialmente. L’apostolo Pietro, subito dopo aver manifestato la sua fede in Gesù, si permette di rimproverarlo perché ha predetto che dovrà essere rifiutato e ucciso. 
Dopo il secondo annuncio della passione, i discepoli si mettono a discutere su chi tra loro sia il più grande (cfr Mc 9,34); e, dopo il terzo, Giacomo e Giovanni chiedono a Gesù di poter sedere alla sua destra e alla sua sinistra, quando sarà nella gloria (cfr Mc 10,35-40). Ma ci sono diversi altri segni di questa distanza: ad esempio, i discepoli non riescono a guarire un ragazzo epilettico, che poi Gesù guarisce con la forza della preghiera (cfr Mc 9,14-29); o quando vengono presentati a Gesù dei bambini, i discepoli li rimproverano, e Gesù invece, indignato, li fa rimanere, e afferma che solo chi è come loro può entrare nel Regno di Dio (cfr Mc 10,13-16). 
Che cosa ci dice tutto questo? Ci ricorda che la logica di Dio è sempre «altra» rispetto alla nostra, come rivelò Dio stesso per bocca del profeta Isaia: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, / le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55,8). 
Per questo, seguire il Signore richiede sempre all’uomo una profonda con-versione - da noi tutti -, un cambiamento nel modo di pensare e di vivere, richiede di aprire il cuore all’ascolto per lasciarsi illuminare e trasformare interiormente. 
Un punto-chiave in cui Dio e l’uomo si differenziano è l’orgoglio: in Dio non c’è orgoglio, perché Egli è tutta la pienezza ed è tutto proteso ad amare e donare vita; in noi uomini, invece, l’orgoglio è intimamente radicato e richiede costante vigilanza e purificazione. Noi, che siamo piccoli, aspiriamo ad apparire grandi, ad essere i primi, mentre Dio, che è realmente grande, non teme di abbassarsi e di farsi ultimo. 
E la Vergine Maria è perfettamente «sintonizzata» con Dio: invochiamola con fiducia, affinché ci insegni a seguire fedelmente Gesù sulla via dell’amore e dell’umiltà.
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sabato 22 settembre 2012

La vera politica difende la vita e la famiglia (Contributi 733)

Leggo e vi propongo da Tempi un articolo di Salvatore Cernuzio sulle parole di Benedetto XVI 

 “I politici specie se animati dalla fede, devono impegnarsi per la difesa della vita e della famiglia”. Solo un “solido fondamento etico” può, infatti, dare nuovo stimolo e impulso “all’impegno politico e civile”. 
Questa esortazione ha animato l’intervento di Benedetto XVI ai partecipanti all’Incontro dell’Internazionale Democratico Cristiana, ricevuti, questa mattina, a Castel Gandolfo. Un intervento incentrato sulle responsabilità dei politici, in particolare quelli cristiani, e sui valori di cui essi si fanno rappresentanti e portavoce
Dopo aver ringraziato il presidente Pier Ferdinando Casini, “per le cortesi parole” del suo indirizzo di saluto, il Papa ha ricordato, infatti, che “in questo tempo l’impegno dei cristiani nella società non ha cessato di essere vivace fermento per un miglioramento delle relazioni umane e delle condizioni di vita”. 
Tale impegno, quindi “non deve conoscere flessioni o ripiegamenti, ma al contrario va profuso con rinnovata vitalità”, ha sottolineato il Pontefice, considerando anche l’aggravarsi di alcune problematiche. Tra queste, in primis, l’attuale situazione economica, “la cui complessità e gravità giustamente preoccupa”. 
Dinanzi, però, a questo ostacolo umanamente insormontabile, il cristiano “è chiamato ad agire ed esprimersi con spirito profetico” – ha incoraggiato il Papa – cogliendo “nelle trasformazioni in atto l’incessante quanto misteriosa presenza di Dio nella storia”, e “assumendo con realismo, fiducia e speranza le nuove emergenti responsabilità”. 
È solo in questa chiave “fiduciosa e non rassegnata – ha ribadito – che l’impegno civile e politico può ricevere nuovo stimolo ed impulso nella ricerca di un solido fondamento etico”, la cui assenza in campo economico “ha contribuito a creare l’attuale crisi finanziaria globale”. 
Obiettivo primario del lavoro politico ed istituzionale non è, dunque, “rispondere alle urgenze di una logica di mercato”, secondo il Pontefice, ma “assumere come centrale ed imprescindibile la ricerca del bene comune”, inteso come “la promozione e la tutela della inalienabile dignità della persona umana. 
“Sono purtroppo molte e rumorose le offerte di risposte sbrigative, superficiali e di breve respiro ai bisogni più fondamentali e profondi della persona” ha osservato Benedetto XVI. Ci sono, invece, dei valori sui quali un politico cristiano è chiamato maggiormente ad impegnarsi. 
“Il rispetto della vita – ha spiegato – in tutte le sue fasi dal concepimento fino al suo esito naturale, con conseguente rifiuto dell’aborto procurato, dell’eutanasia e di ogni pratica eugenetica, è un impegno che si intreccia con il rispetto del matrimonio, come unione indissolubile tra un uomo e una donna e come fondamento a sua volta della comunità di vita familiare”. 
La famiglia, infatti – “fondata sul matrimonio e aperta alla vita” – è la “radice che alimenta non solo la singola persona, ma anche le stesse basi della convivenza sociale”; il luogo in cui “la persona sperimenta la condivisione, il rispetto e l’amore gratuito, ricevendo al tempo stesso la solidarietà che gli occorre”. 
Un autentico progresso della società umana non potrà dunque prescindere da politiche di tutela e promozione del matrimonio e della comunità che ne deriva” è dunque la ferma conclusione del Pontefice. 
Spetta, pertanto, “non solo agli Stati ma alla stessa Comunità internazionale” adottare politiche che portino ad “invertire la tendenza di un crescente isolamento dell’individuo, fonte di sofferenza e di inaridimento sia per il singolo sia per la stessa comunità” ha incitato Benedetto XVI. Risuona in questo senso il monito del libro della Sapienza, secondo cui «il giudizio è severo contro coloro che stanno in alto» (Sap 6,5). 
Un monito – ha spiegato – che è dato “non per spaventare, ma per spronare e incoraggiare i governanti a realizzare tutte le possibilità di bene di cui sono capaci, secondo la misura e la missione che il Signore affida a ciascuno”. 
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Chiusi nelle nostre paure (Contributi 732)

Ecco un articolo MOLTO interessante di Don Camisasca da Il Sussidiario su cui dovremmo riflettere tutti quanti per trarne vero e grande giovamento: 

Ognuno di noi è parte della storia di Dio con gli uomini, della storia dell’Alleanza. Attraverso la nostra vita, Dio vuole scrivere un momento della sua storia con il suo popolo, e quindi con tutta l’umanità. 
Ma siamo consapevoli di questa vocazione? 
Tutto, nella nostra vita, dipende dall’ampiezza del nostro cuore, o, meglio, da chi e da che cosa abita il nostro cuore. 
Se il nostro cuore è ripiegato e pieno di male, "anche il tuo occhio sarà pieno di male" (cfr. Lc 11,34), direbbe Gesù. 
Non vedremo né penseremo altro che il male. 
Ciò che più conta nella vita è l’alimentazione del cuore, o, usando un altro termine, il giudizio: il giudizio su ciò che ci è accaduto e su ciò a cui Cristo ci chiama e ci chiamerà. Alimentare il proprio cuore significa riconoscere il proprio posto dentro la storia di Dio con gli uomini. 
Risuona dentro di noi la voce del profeta Isaia, che richiama il popolo dicendo: "Dio sta facendo una cosa nuova, non ve ne accorgete?" (cfr. Is 43,19). 
La carità di Dio ha voluto noi e il mondo, ma, ciò che è ancora più impressionante, ci chiama a edificare il suo regno attraverso forme sempre nuove di vita. 
Occorre che dentro di noi continuamente si riaccenda la memoria di Dio fatto uomo, della sua passione, resurrezione e della sua attuale presenza. 
La memoria delle grandi cose che egli ha voluto fare per noi. 
Per incontrare il dono di Dio, però, dobbiamo uscire da noi stessi. Noi passiamo la maggior parte del tempo chiusi nelle preoccupazioni per i nostri problemi. Identifichiamo il piccolo mondo che si agita in noi con l’universo. 
Se avessimo il coraggio di uscire da noi stessi, di aprire la finestra, vedremmo quanto è piccolo il mondo dei nostri sentimenti, delle nostre reazioni, paure, invidie e gelosie. Quanto sono piccole le cose che ci rendono esaltati o depressi. 
Se uscissimo incontro a ciò che Dio fa, tutto assumerebbe una dimensione nuova, finalmente vera. 
Ricordo quando sentivo parlare don Giussani ai tempi del liceo: “La sensazione che ho io davanti a lui – pensavo – è quella che avevano gli ascoltatori che stavano a Parigi a sentire San Tommaso, che vedevano Beato angelico dipingere a Firenze, o che potevano udire in chiesa, seduti per terra, sant’Agostino a Ippona”. 
Se usciamo da noi stessi per andare incontro alle opere di Dio, tutto diventa grande. 
Se rimaniamo chiusi nei nostri sentimenti e nelle paure, tutto si rimpicciolisce. 
Dice sempre sant’Agostino: “Se il sacchetto è piccolo e accartocciato ci sta dentro poco; se è grande e dilatato, ci sta dentro tanto” (Trattati sulla prima lettera di Giovanni, IV, 6). Io prego perché nasca in noi una esaltazione sana per ciò che Dio ci ha regalato
La consapevolezza della nostra fragilità e pochezza unita alla consapevolezza che tutto è opera di Dio e che noi siamo strumenti liberi nelle sue mani, renderebbe quell’esaltazione pura come l’acqua di un torrente, limpida come alcune albe, tersa come certi mattini di primavera.
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venerdì 21 settembre 2012

Lettera Padre Aldo 18/9/2012 (Interventi 142)

Ecco una nuova lettera di Padre Aldo Trento dal Paraguay dall'ospedale per malati terminali che lietamente dirige:

Cari amici, 
oggi ho celebrato due matrimoni nella clinica, quello di Antonino ed Alodia, ammalata di cancro, e quello di Mirta ed Anastasio, ammalato di Aids. 
Non solo ma due figli di Antonino ed Alodia hanno fatto la prima Confessione e Comunione. Così pure cinque ammalati hanno fatto la Cresima. 
Come non sentirmi commosso davanti a questo avvenimento che fa dell’ospedale per malati terminali un luogo dove si vede e si tocca con mano la contemporaneità di Cristo? 
matrimonio Alodia celebrato da P. Aldo
Alodia ha 30 anni ed è terminale. Quando nella Santa Messa sono arrivato all’omelia le ho chiesto: “Puoi dire a tutti ciò che mi hai detto ieri sera in presenza del ex padre generale dei carmelitani scalzi?” E lei: “il cancro è stata una grazia grande perché mi ha fatto avvicinarmi a Gesù da cui prima ero molto lontana”. 
Lascio ad ognuno immaginare la commozione del marito, dei figli ancora piccoli e di tutti noi. 
Cari amici, ancora una volta ho visto la gloria di Dio e la verità dell’esperienza a cui ci richiama continuamente Carrón, ancora una volta mi sono reso conto che un ospedale è utile solo se accadono questi fatti e accadono se siamo innamorati di Cristo, se stiamo dentro la realtà con gli occhi spalancati come quelli di Alodia.
Aggiungo un'altra provocazione che mi ha fatto Giuseppe quando sono andato a dargli la Comunione. È praticamente paralizzato, solo riesce ad ascoltare e parlare, cieco ed immobile sempre sul letto con le membra deformate. Lo abbiamo trovato solo ed abbandonato in una delle baraccopoli che circondano la capitale. Ha una fede grande che gli permette di essere sempre allegro e riconoscente con tutti, mai un lamento ma solo gratitudine. Però oggi ho avuto una sorpresa perché l’ho incontrato piangendo. “Cosa ti succede Giuseppe?” E lui: “Padre sono commosso perché due miei compagni di dolore si sono sposati e la loro gioia è la mia”. Allego due foto dei due matrimoni. Ancora una volta il mio pensiero è andato ad una affermazione di Chesterton: “Chi si divorzia è perché mai si è sposato”
Con affetto, P.Aldo
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mercoledì 19 settembre 2012

Satana e il male (Contributi 731)

Una riflessione di Padre Scozzaro sull'eterno nemico: 

L’oblìo che avvolge la malva­gità del peccato morale, è probabilmente il male peg­giore del nostro secolo. 
Satana dilaga in Occidente sotto le forme dell'angoscia e della disperazione. Dio dell'Occidente è morente e la potenza occidentale è solo materiale. 
Qual è la grande debolezza dell'Occi­dente se non il fatto ch'esso ha perso Gesù Cristo, la Fede nella Vita Eterna, nella Realtà di Dio Salvatore dell'anima immortale, nel Giudizio Finale, nella Re­surrezione? 
Quando si rifletta sulla storia dell'umanità, ci si domanda con angoscia perché essa sia in così grande misura una storia di sofferenze, di barbarie e di sangue; per­ché ci sia negli uomini una costante inca­pacità a superare gli egoismi collettivi ed individuali ed a vivere nella concordia e nella pace, a creare un mondo più giusto e più umano, pur riconoscendo essi la ra­gionevolezza ed il valore della giustizia, della solidarietà e della fraternità. 
La risposta a questa domanda non sta nella fatalità d'un destino che incomber­ebbe sulla storia umana, ma nel temibile peso che su di essa ha il peccato. Que­sto peso si manifesta talvolta in fenomeni che hanno più del demoniaco che dell'umano; fenomeni, cioè, in cui gli uo­mini appaiono "posseduti dallo spirito del male". Quanto è successo in Europa col comunismo staliniano (ad esempio), porta i segni evidenti del demoniaco nella storia. 
Molti pastori della Chiesa Cattolica, inve­ce di dire che la triste condizione di oggi è perché si è abbandonato Dio, si metto­no ad organizzare ed appoggiare incon­tri inter-religiosi nei quali si costruisco­no edifici di carta, fondati sulla sabbia. L'ecumenismo, ontologicamente cosa buona e giusta, per come è inteso e pra­ticato oggi, l'ha inventato il diavolo, per­ché scardina la Verità fondamentale della Religione Cattolica, la quale verrà a ridur­si ad un agglomerato di sètte, destinate a convivere con tante comunità eretiche e scismatiche che si sentiranno appagate come chiese sorelle.
L'odierno ecumenismo mette l'opinione sullo stesso piano della Verità e concede pari dignità alla verità e all'errore. 
Si parla solo di Dio; per raggiungere l'ecumenismo si parla solo di Dio e si trascura Gesù Cristo. E una scorciatoia, è un inganno. 
Oggi, si invitano tanti preti in televisione per farne delle comparse in un mondo ormai ridotto ad un palcoscenico, dove gli uomini entrano ed escono come tac­chi di scarpe sulla catena di montaggio. 
La religione che si esibisce alla fiera delle vanità, la religione che ricerca i segni ap­pariscenti, la religione dei "santoni" e non dei "Santi" non ha nulla a che fare con la via della Croce percorsa da Cristo. 
È l'ennesima falsificazione satanica della religione. 
«Il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio», diceva Papa Paolo VI, ri­ferendosi alla riforma liturgica, applica­ta in modo autoritario e violento. 
Fu un atto di imposizione della gerar­chia sui fedeli che non avevano doman­dato la rivoluzione nella liturgia. Nessuna obiezione venne ascoltata. Già operava il "principe di questo mondo". Tutto sembrava così innovatore, intelli­gente, comprensibile. Il risultato è che la liturgia della Chiesa postconciliare, è una liturgia morente, priva del sacro, priva di bellezza, di grandezza. La dissacrazione della Messa, è dive­nuta la dissacrazione del prete. 
La nuova liturgia non contiene errori, ma taglia parti essenziali della Tradizione. Le nuove formule, opera di liturgisti perfetti della peggior perfezione, quella razionale, sono prive del pathos profondo del dialo­go tra il prete peccatore, rappresentante del popolo, e il Cristo Redentore. 
Non hanno sacralità. L'effetto è stato la dissacrazione della liturgia cattolica. 
La Chiesa del Dio vivente, colonna e fon­damento della Verità, scambiata per una organizzazione benefica, estetica, socia­lizzatrice. 
Questa è l'insidia mortale che oggi va profilandosi di pari passo con l'indifferenza e l'assuefazione. 
Il processo di annientamento della nostra Fede sembra incontrovertibile, ma il Signore ha promesso che le forze dei male non prevarranno. Non ci resta che lottare e pregare affinché sia più lontano possi­bile il momento in cui, per nasconderci, saremo costretti a tornare nelle catacom­be. Tutto lo lascia pensare in questa nuo­va "primavera della Chiesa". 
Per quanto riguarda i fenomeni diabolici più appariscenti, come divinazioni, sortilegi, magie nere, incantesimi, pos­sessioni, poltergeist, Woodoo, ma­cumba, messe nere, riti diabolici, case infestate, non sono qui trattati perché, pur fenomeni reali ed esistenti, non rap­presentano il vero pericolo diabolico, quello che si gioca su scala planetaria. 
Mi limiterò ad alcune considerazioni di carattere generale. - Oggi, qualcuno tra i ricercatori moderni della mente, già osa, come il famoso psi­chiatra californiano Van Duren, rifiutare come mistificante la pallida terminologia semiscientifica della psicanalisi, e princi­pia ad esplorare la tragedia della follìa con le precise metafore di un linguaggio tecnico da gran tempo caduto in dimen­ticanza: quello della stregoneria e dell'esorcismo. - È opportuno rilevare il con­testo più specifico di feno­meni di reale, o presunta possessione diabolica, che ha indotto diversi Vescovi, prima oltre oceano e ormai anche da noi, a riattivare la pratica diventata obsoleta dell'esorcismo. 
Il che è sinto­mo quantomeno di una certa flessione di fiducia nelle solu­zioni terapeutiche scientifi­che (psichiatria e psicanalisi) e nel riprendere quota di at­tese di salvezza religiosa. - Scacciare i demoni fece parte dell'attività degli Apostoli.­ - Sono molti i disadattati che entrano nelle sètte. Il mag­gior reclutamento delle sètte, che vengono dall'Oriente, viene operato sui giovani della borghesia medio-alta. Superprotetti dai genitori, vissuti fuori dalla realtà, in­capaci di affrontare i rischi della vita, pieni di paure e di complessi, credono di trovare nelle sètte quella sicu­rezza che non sono riusciti ad acquistare nella vita. 
Soffrono d'infantilismo, come dimostra la forma di asservimento a cui si assoggettano entrando nelle sètte. Cosa ha portato Cristo sulla terra, quan­do c'è ancora tanto peccato ed egoi­smo? Per l'esistenza del male che è in noi, essi vi sono. 
Noi siamo liberi. Dio ci lascia liberi. Ma la venuta di Cristo, pro­prio per questi mali riparatrice, fa sì che sia giusto che questi mali verranno giudi­cati. 
Quindi, riparazione al male che è an­che giudizio dei male. Nessuno si illuda. AI termine della vita, nel momento stesso in cui cessa il com­battimento spirituale che ha, nell'agonia, il suo momento più solenne, per ogni ani­ma è già deciso definitivamente dei suo destino eterno. 
Così, come una potente calamita attrae un oggetto, che da solo nulla può fare per sottrarsi all'attrazione, così farà l'An­ticristo con gli spiriti che l'avranno servito in vita. Non vi sarà scampo, né possibilità di di­fesa per loro. 
Per tutta una vita, celato sotto l'apparenza delle cose visibili, egli si presenterà a reclamare il suo conto. Non crediate che le mie siano solo paro­le. Questa è una realtà ineluttabile, come la morte! 
L'Eternità dell'inferno è una verità di Fe­de che si basa sulle parole di Cristo che parla in più occasioni di "fuoco eterno". La logica dell'iniquità è quella di un ran­core inestinguibile, di cui anche qui sulla terra è possibile fare delle esperienze. 
La pena è eterna perché il male è un mistero insondabile di odio eterno, quanto l'Amore. Oggi, si cerca di aggirare le parole di Cri­sto affermando che l'Inferno è vuoto. Si tratta di uno slogan, ad uso degli sciocchi che amano ingannare ed auto-ingannarsi. L'Inferno, infatti, prima di essere un luo­go, è una condizione esistenziale di op­posizione radicale a Dio e di morte spiri­tuale. In questa condizione si trovano i demoni e tutti coloro che muoiono in peccato mortale. 
Dio non si lascia deridere e l'eternità dell'Inferno, nella Sacra Scrittura, è certa e chiara (Mt. XXV 40; Mc. IX 42, 43, 44, 45, 47; Lc. XVI 22, 26; Apoc. XX 10, 15). 
Basta poi scorrere i Salmi, i Libri sa­pienziali, i Profeti, dove si accenna al "tarlo che rode e non muore", al fuoco che non si spegne. Il verme che non muore nel dannato è la ricerca dei Paradiso perduto. Non è né il rimorso della coscienza, né l'impossibi­lità di tornare indietro. Sull'evolversi della storia umana, sono proprio i Testi biblici a dirci che la fine dei mondo non avverrà attraverso un trionfo dei cristianesimo, ma vedrà questo scon­tro fra le immani forze dei male da una parte, e il piccolo gregge, il piccolo grup­po dei Credenti, dall'altra. 
La conclusione della vita di Gesù ha vi­sto il Suo ingresso nel mistero dell'imma­ne sofferenza, fino alla morte in Croce nell'ignominia e nell'abbandono. Quando tutto sembrava finito e le forze del male assaporavano la vittoria definiti­va, ecco l'Intervento dell'Onnipotenza Di­vina che sconfigge il potere delle tenebre, ed eleva nel fulgore della Gloria, Colui che il mondo aveva sperato di eliminare. 
Allo stesso modo, la Chiesa, nella fase conclusiva del suo pellegrinaggio, sarà chiamata a rivivere in se stessa, la Passione di Cristo. Sarà l'esperienza dell'angoscia del Get­semani, sarà tradita, abbandonata da tanti dei suoi. Schiaffeggiata, derisa, fla­gellata ed infine condannata a morire, e crocifissa. 
Quando il mondo penserà di avere rag­giunto lo scopo di eliminarla dalla faccia della terra, quando si appresterà a can­tare vittoria, in quel momento apparirà, sulle nubi del Cielo, il vero padrone del mondo, che introdurrà la Chiesa nella Gloria Divina della Resurrezione. 
La prima e fondamentale verità di Fede, con la quale si chiude la Bibbia, riguarda la conclusione della storia umana. Il cammino dell'uomo sulla terra terminerà con la secon­da venuta di Cristo. Sarà un evento glorioso, improvviso e conclusivo. Il "Figlio dell'uomo" renderà a ciascuno secondo le sue azioni. 
La storia umana finirà non per l'esaurimento natu­rale del ciclo della vita, ma per un avvenimento sopran­naturale che chiamerà tutti gli uomini davanti al Tribuna­le di Cristo, per il Giudizio Fi­nale. Prima della seconda venuta di Cristo, il maligno scate­nerà tutte le sue forze di se­duzione e di distruzione. 
Negli avvenimenti immedia­tamente precedenti la fine del mondo, la seconda ve­nuta di Cristo, le potenze in­fernali sferreranno l'estremo e disperato tentativo contro Dio e la Sua Opera di Salvezza. 
Si manifesterà l'uomo iniquo, il 666. Le Scritture insistono su questo spetta­colare successo finale del grande falsa­rio. I tempi della fine, saranno dunque per i credenti, quelli della massima impostura satanica: l'illusione degli uomini di sal­vare se stessi, senza bisogno di Dio. Rimarrà solo un piccolo gregge. 
La Chiesa non entrerà nella Gloria del Regno che attraverso quest'Ultima Pa­squa, quando con la seconda venuta di Cristo, Dio dirà: Basta! 
Vada la nostra preghiera a Dio Padre Onnipotente ed Eterno, perché ci aiuti sempre più e sempre meglio a servire in Gesù Cristo Suo Figlio, l'Unico Si­gnore del Mondo e della Storia. 
In Lui la nostra speranza ed a Lui il nostro sempiterno Amore.
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martedì 18 settembre 2012

Gesú di Nazareth: Uomo-Dio (Contributi 730)

Dal sito di Padre Scozzaro un contributo per ricordarci l'importanza della preghiera e dell'adesione a Gesù: 

 *Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Mt 6,8 
*Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto. Mt 7,7 
*Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Mt 7,8 
*Tutto quello che chiederete con Fede nella preghiera, lo otterrete. Mt 21,22 
*Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate Fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato. Mc 11,24 
*La folla, accorsa, cominciò a chiedere ciò che sempre Egli le concedeva. Mc 15,8 
*Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? Lc 11,11 
*O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Lc 11,12 
*Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono! Lc 11,13 
*Cercate piuttosto il regno di Dio, e ciò che mangerete e vestirete vi sarà dato in aggiunta. Lc 12,31 
*Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, Egli te la concederà. Gv 11,22 
*Qualunque cosa chiederete nel Nome Mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Gv 14,13 
*Se Mi chiederete qualche cosa nel Mio Nome, Io la farò. Gv 14,14 
*Se rimanete in Me e le Mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. Gv 15,7 
*In verità, in verità vi dico: Se chiederete qualche cosa al Padre nel Mio Nome, Egli ve la darà. Gv 16,23 *Finora non avete chiesto nulla nel Mio Nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. Gv 16,24 

PREGATE 
*Ma Io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori. Mt 5,44 
*Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Mt 6,5 
*Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. Mt 6,6 
*Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Mt 6,7 
*Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il Tuo Nome. Mt 6,9 
*Appena li ebbe congedati, salì sul monte a pregare. Mc 6,46 
*Dovunque giungeva, in villaggi o città o campagne, ponevano i malati nelle piazze e Lo pregavano di potergli toccare almeno la frangia del mantello; e quanti Lo toccavano guarivano. Mc 6,56 
*Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati. Mc 11,25 
*Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo. Lc 21,36 
*Giunto sul luogo, disse loro: Pregate, per non entrare in tentazione. Lc 22,40
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Benedetto, Leone della Chiesa (Contributi 729)

Un articolo di Don Camisasca da Il Sussidiario fa interessanti considerazioni sul recente viaggio di Benedetto XVI in Libano (e non solo)..


Quanto più passa il tempo di questo pontificato, tanto più mi convinco della similitudine fra Benedetto XVI e un grandissimo papa e padre della Chiesa del V secolo: Leone Magno. 
Ambedue questi papi sono passati o passeranno alla storia per la loro predicazione semplice e profonda, capace di svelare la qualità permanente dei misteri cristiani. 
Ambedue passeranno alla storia per avere cercato di fermare la barbarie. Leone Magno, al di là di ciò che avvenne storicamente, non si è limitato a fermare Attila. Ha posto le premesse per l’inserimento positivo di queste nuove forze dentro il cammino della Chiesa. 
Allo stesso modo Benedetto XVI sta agendo per cercare di fermare le forze del male e di dare nuova energia ai fattori positivi della storia. 
Non a caso, dunque, due sono i fronti fondamentali della sua battaglia: lo svelamento del vero volto di Dio e l’affermazione del vero compito della ragione. 
Da una parte il vero volto di Dio. Contro l’intolleranza papa Benedetto continua a ritornare, fin dalla sua prima enciclica, su Dio come carità, come colui che cerca l’uomo, che vuole rinnovarlo perdonandolo e creando continuamente comunione sulla terra. Il suo grido contro il fondamentalismo, che ha segnato l’inizio, ma poi tutto il corso del suo viaggio nel Libano, è da questo punto di vista emblematico. 
Sulle tracce di Agostino, Joseph Ratzinger combatte ogni identificazione tra la fede e la politica, vede tutto il male che può venire oggi dall’affermazione di un Dio schierato e identificato con le guerre e in ultima analisi con la morte. 
Dall’altra parte il papa è profondamente consapevole che per fondare la convivenza occorre il rispetto delle identità. 
Niente è più contrario ad esso di una tolleranza che riduce all’insignificanza il contributo della fede nella storia dell’uomo. 
Da qui il suo grido: 
“Quando si nega Dio si uccide anche l’uomo. 
Quando si esclude Dio dalla società, e non solo dai cuori, si pone la premessa per l’odio, la violenza, la guerra, la distruzione. 
Quando la ragione pretende di essere lo strumento dell’affermazione dell’uomo come signore della storia contro Dio, si inizia una storia di morte dell’uomo”
Ecco perché il papa propone il Libano, terra in cui può essere ancora possibile la convivenza e il rispetto reciproco, come un esempio per tutto il Medio oriente, un esempio che sia l’occidente che i settori intolleranti dell’islam hanno cercato di distruggere. 
Tutte queste sono le ragioni per cui Benedetto XVI, instancabilmente, cerca un dialogo con le comunità che sono maggiormente aperte alle ragioni della convivenza e della costruzione comune. 
L’islam occupa una parte rilevante della scena politica mondiale, soprattutto dopo la fine della guerra fredda. È capace di offrire a interi popoli le ragioni per vivere e anche per affrontare la morte. Offre lavoro, legami affettivi importanti. 
Ma come ogni realtà umana, porta dentro di sé contraddizioni e ferite. 
Così vediamo milioni di persone contestare nell’islam le promesse di felicità offerte dal capitalismo, cercare una via più rispettosa dell’uomo e dell’esistenza di Dio. 
Ma nello stesso tempo vediamo frange importanti del mondo musulmano capaci di influenzare la maggioranza di intere nazioni predicando la violenza e scatenando guerre e attentati. 
In questo contesto drammatico si gioca molto del futuro del mondo. 
In esso si pone la predicazione e l’opera di papa Benedetto, di cui il viaggio in Libano è stato un momento particolarmente significativo. 
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domenica 16 settembre 2012

Domenica XXIV t.ord. 16-set-2012 (Angelus 98)

da Beirut, Libano 

Cari fratelli e sorelle! Rivolgiamoci ora a Maria, la Madre di Dio, Nostra Signora del Libano, intorno alla quale si ritrovano i cristiani e i musulmani. A lei domandiamo di intercedere presso il suo Figlio divino per voi e, in modo particolare, per gli abitanti della Siria e dei Paesi vicini implorando il dono della pace. 
Voi conoscete bene la tragedia dei conflitti e della violenza che genera tante sofferenze. Purtroppo, il fragore delle armi continua a farsi sentire, come pure il grido delle vedove e degli orfani! 
La violenza e l’odio invadono la vita, e le donne e i bambini ne sono le prime vittime. Perché tanti orrori? Perché tanti morti? 
Faccio appello alla comunità internazionale! 
Faccio appello ai Paesi arabi affinché, come fratelli, propongano soluzioni praticabili che rispettino la dignità di ogni persona umana, i suoi diritti e la sua religione! 
Chi vuole costruire la pace deve smettere di vedere nell’altro un male da eliminare. Non è facile vedere nell’altro una persona da rispettare e da amare, eppure bisogna farlo, se si desidera costruire la pace, se si vuole la fraternità (cfr 1 Gv 2,10-11; 1 Pt 3,8-12). 
Possa Dio concedere al vostro Paese, alla Siria e al Medio Oriente il dono della pace dei cuori, il silenzio delle armi e la cessazione di ogni violenza! Possano gli uomini comprendere che sono tutti fratelli! Maria, che è nostra Madre, comprende la nostra preoccupazione e le nostre necessità. 
Con i Patriarchi e i Vescovi presenti, pongo il Medio Oriente sotto la sua materna protezione (cfr Prop. 44). 
Che possiamo, con l’aiuto di Dio, convertirci per lavorare con ardore alla costruzione della pace necessaria ad una vita armoniosa tra fratelli, qualunque sia l’origine e la convinzione religiosa. 
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Preghiera per la Chiesa (Interventi 141)

O Gesù mio, ti prego per la Chiesa intera:concedile l'amore e la luce dei tuo Spirito, rendi efficaci le parole dei sacerdoti,affinché tocchino anche i cuori più induriti e li facciano ritornare a te, o Signore. 
Signore, dacci sacerdoti santi,e tu stesso conservali nella santità. Fa' che la potenza della tua Misericordia li accompagni dovunque e li custodisca contro le insidie che il demonio non cessa di tendere all'anima di ogni sacerdote. 
La potenza della tua Misericordia, o Signore,distrugga tutto ciò che potrebbe offuscare la santità dei sacerdote, perché tu sei onnipotente. Ti chiedo, Gesù, di benedire con una luce specialei sacerdoti dai quali mi confesserò nella mia vita. 
Amen

(Santa Faustina Kowalska)
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venerdì 14 settembre 2012

Pregate incessantemente (Interventi 140)

Una nuova riflessione di Don Carone:


Pregate incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni sorta di perseveranza e pregando per tutti i santi (cosi chiama i cristiani) (Ef 6, 18).
Non essere tra quelli che intendono la preghiera in maniera molto strana, a me danno l´impressione di essere esaltati per una gioia che non viene da Dio.
La parola pregare viene dal latino orare, da OS che significa bocca, pregare significa parlare con Gesù e Maria, quando parli con Gesù parli anche con Maria, quando parli con Maria parli con Gesù, sono una cosa sola.
Non devi mai dire: ho finito di pregare, San Paolo dice: pregate incessantemente, questo è possibile soltanto quando per te la preghiera è parlare con Dio, si deve parlare non solo con le labbra ma soprattutto col cuore, col cuore si parla mediante l´amore e l´amore a Cristo si sviluppa mediante l´ubbidienza alla sua volontà, questa preghiera non si interrompe mai, perché tu sei attento sempre a fare in tutto la volontà di Dio, l´amore inoltre non ha bisogno di parole, non ha bisogno di formule.
Durante la tua giornata devi programmare i tempi della preghiera che viene suggerita dalla Chiesa: innanzitutto la Santa Messa, non solo la domenica, ma vai ogni volta che ti è possibile, viene poi la meditazione, il Santo Rosario, le preghiere personali, le brevissime preghiere recitate con grande attenzione durante le occupazioni, sono collegate direttamente alla preghiera del cuore e santificano tutto quello che fai, santificano significa che anche il lavoro diventa preghiera.
La preghiera senza interruzione non richiede nessuno sforzo, nessun impegno particolare quando tu ami Gesù veramente con tutto il cuore, cioè con tutta la volontà di praticare il Vangelo. Nella vita spirituale tu devi avere lo stesso comportamento che hai nella vita di tutti i giorni, se tu per es. ami il tuo bambino, non ti distrai da lui neppure per un secondo e pensi sempre a quello che devi fare per lui, non devi fare nessuno sforzo per pensare a lui perché lo ami; nella vita spirituale è la stessa cosa, se ami Gesù la preghiera incessante non sarà mai un esercizio snervante di concentrazione, Dio non ci ha messo in un campo di concentramento dove noi non siamo più liberi di realizzare la vita secondo un progetto che costituisce l´ideale di santità che vogliamo raggiungere.
Pregare significa amare, se ami il Signore lo amerai sempre senza interruzione, l´amore è l´anima della preghiera, Dio è carità, tu vuoi amare Dio che è amore, la comunione con Dio è comunione di amore, stando nell´amore tu preghi sempre perché sempre vuoi dirgli qualcosa, sempre vuoi dargli qualcosa, sempre hai bisogno delle sue grazie non solo per te, ma anche per tutti quelli che tu porti nel cuore.
Durante tutto il giorno tu hai tante cose da fare per volontà di Dio, inserisci nel tuo lavoro l´amore a Cristo e il lavoro diventerà la tua preghiera più bella, lo stesso si dica delle vacanze e di tutte le cose che servono per conservare la buona salute o per ritemprare le forze debilitate dal lavoro. San Paolo dice: vigilando con ogni perseveranza e pregando.
La preghiera senza interruzione non ti proietta fuori dal mondo e dalle tue occupazioni, al contrario ti inserisce più profondamente nelle tue occupazioni. Nel rapporto con il tuo bambino il tuo amore vigila su tutto quello che può fargli del male, la vigilanza è un elemento costitutivo dell´amore, tu vigili perché nulla venga a turbare il tuo impegno a fare la volontà di Dio, se accetterai queste mie riflessioni vedrai che nel terribile quotidiano fatto di tante cose insignificanti c´è la forza della volontà di Dio che ti orienta verso la santità: “chi è fedele nelle piccole cose, sarà fedele anche nelle grandi” davanti a Dio conta soltanto la realizzazione della sua volontà.
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mercoledì 12 settembre 2012

Morire per caso o suicidarsi a 12 anni (Contributi 728)

Un articolo di Vincent Nagle per uno sguardo diverso sulla triste cronaca recente...


Difficile trattenere il singhiozzo silenzioso che sale leggendo due notizie tristi, passate oggi sotto gli occhi – due casi di giovanissime vite tragicamente spente. 
“La mamma del 13enne ha lanciato un urlo che moltissima gente … ha sentito,” riportava il giornale. Si tratta di un ragazzino ucciso da un vaso caduto dall’alto, mentre camminava sul marciapiede con la mamma e il fratellino. 
“Odio la scuola,” “odio la famiglia” ha scritto una ragazzina di dodici anni, figlia di genitori divorziati, sullo schermo del suo cellulare dopo di essersi alzata per il primo giorno di scuola. Poi si è buttata dalla sua finestra del quinto piano, morendo sul colpo. Rimaneva solo la mamma in casa. 
In un caso, una vita, nell’età in cui si raggiungono i primi passi di consapevolezza matura, è stata tolta a causa di quello che ci sembra puro, orrendo caso. Nell’altro, sembra che quei primi passi di consapevolezza matura la povera ragazza non sapesse reggere. E ha gettato via la vita perché si sentiva incapace di sopportare la realtà che le si presentava davanti. 
In tutte e due le tragedie sentiamo subito addosso il male del tradimento di quella promessa sacra che è la vita. 
Sappiamo noi reggere con la dovuta maturità questi avvenimenti? Possiamo noi stare con addolorata compassione al fianco di quella mamma che faceva sentire le sue urla sulla strada, o dell’altra mamma lasciata sola nel silenzio di quell’appartamento ormai vuoto? 
Cosa può mai ridare il senso confortante della divina provvidenza alla mamma del ragazzo, o ridare un senso di gioiosa promessa alla mamma della ragazza? 
E di quei ragazzi, che ne sarà? 
“Odio la scuola, odio la famiglia,” ha scritto la ragazza. L’odio è quello che proviamo davanti alle cose che ci minacciano. Già, perché la vita è veramente grande; però è percepita o come una grande promessa, oppure come una grande minaccia. 
Possiamo noi, possono queste mamme continuare a credere nella promessa buona di queste due vite? O chi ha subito questi colpi deve solo difendersi dalla minaccia? Non possiamo né vorremmo immaginare nessun progetto buono di Dio che vuole la morte di questi due giovani. 
Possiamo solo lasciarci toccare da una buona parola pronunciata da qualcuno che non ci abbandona, lascarci guardare e abbracciare da chi non fugge né da noi né dal nostro dolore, perché non è minacciato.
La promessa può tornare a essere credibile nel momento in cui, quasi senza accorgersene, si trova tenuta da un trama di bene che ci comunica la presenza di Colui che è tornato dall’inferno per dire, “Non temere, piccolo gregge… Ecco, io sono con voi tutti giorni, fino alla fine del mondo”. (Lc 12:32; Mt 28:20). 
Questo trama si fa chiamare Chiesa. 
Vivendoci dentro percepiamo come questa trama buona si estende fino a dove noi non possiamo vedere, là dove due giovani esseri sono sottratti alla nostra vista. Questa è la coscienza matura che sa piangere per questi giovani senza disperazione, e far credere ancora in quella promessa che è la vita.
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Quando sono debole è allora che sono forte (Contributi 727)

Un articolo di Don Camiscasca molto, molto interessante........


Dio è avvenimento. Non è un’idea mia, un’astrazione lontana. Egli accade nell’incontro con le persone che mi mette a fianco, perché scatti la scintilla dell’incontro con Lui. L’inizio della novità è l’incontro con un altro, o con altri, che mi portano l’annuncio e il segno della sua presenza. 
Tale inizio matura poi in una vita con le persone che più mi sono vicine e che più mi ricordano Cristo. Questo ricordo di lui, questa memoria, questa sua presenza, è fatta di gioia e di dolore, è fatta di vicinanza e di distanza, di corrispondenza e di incomprensione. Entrambe le strade portano realmente a Dio nella misura in cui noi le abbracciamo. Nella gioia può nascere la dimenticanza e nel dolore la disperazione. Ma, all’opposto, gioia e dolore diventano strade di compimento della nostra vita se le abbracciamo vivendo la gioia come anticipo della vita definitiva, come dono della sua resurrezione e il dolore come partecipazione alla sua croce e richiesta di cambiamento dello sguardo sull’altro, del giudizio sull’altro
La presenza degli altri, sia nei loro doni sia nei loro limiti, sia nelle loro grandezze sia nelle debolezze, diventa occasione di pienezza già nel presente, diventa la via per andare a Dio, per riconoscere il suo mistero presente nella vita, per abbracciare la verità. 
L’altro è diverso da me, di una diversità che nasce dal fatto che la comunione non è un’uniformità, ma è fatta di tanti colori, di una pluralità di volti e di sfumature. Non c’è un volto uguale a un altro, non c’è un’impronta uguale a un’altra. Questi aspetti superficiali della nostra diversità, che talvolta ci fanno soffrire, in realtà ci introducono nell’infinitudine di Dio. Non c’è un fiore uguale a un altro, un filo d’erba uguale a un altro. Accettando la diversità dell’altro comincio a fare l’esperienza positiva che la vita è sempre nuova perché Dio è infinito. Egli, attraverso l’incontro con gli altri, attraverso la realtà inattesa dell’attimo che accade, attraverso la sorpresa che suscita continuamente nella vita, arricchisce il mio cammino verso di Lui e il mio canto di lode per la sua infinita novità. 
E così grazie alla diversità dell’altro entro nell’esperienza della ricchezza di Dio. Certamente la diversità a volte è un ostacolo, causa fatica e talvolta è ragione di incomprensione. Eppure, tutte queste strade, al fondo, se accettate, ci conducono a scoprire qualcosa che ancora non stiamo vivendo. 
La ricchezza di Dio è una ricchezza misteriosa. L’aspetto più sconvolgente della sua ricchezza è che per Dio la vita include anche la morte, il bene include il sacrificio, e la fatica. Arrivare alla resurrezione significa passare attraverso la croce: ma l’ultima parola non è la diversità dell’altro come disagio o alterità, ma l’unità come ricchezza di forma e di colore. 
Oggi c’è parecchia confusione su un aspetto particolare della ricchezza di Dio. La sua debolezza. Dio non è debole, è forte. Ma Dio si è fatto debole, per raccogliere l’uomo nella sua debolezza, per scendere al nostro livello, per comunicarci la sua forza. San Paolo dice che da ricco che era si è fatto povero, per renderci ricchi con la sua povertà (cfr. 2Cor 8,9). Dio si è fatto debole per prendere su di sé la nostra debolezza e comunicarci la sua forza. 
Oggi assistiamo a un’apologia della debolezza che è molto dannosa, la cui massima espressione è il cosiddetto “pensiero debole”. Ma Dio è forte e vuole comunicarci la sua forza. E la sua misericordia è segno della sua forza, che sa comprendere ogni distanza e ogni lontananza, ogni esperienza di debolezza. Come dice san Paolo: quando sono debole, è allora che sono forte (2Cor 12,10). Perché la mia forza non sono io, ma è Cristo. 
La mia debolezza fa strada alla forza di Dio. È per questo che Dio sceglie i deboli: per confondere i forti, perché i forti sono pieni della loro forza e non sentono il bisogno di aprirsi a Dio. Ed è questa la ragione per cui Dio sceglie i bambini, che non hanno una sapienza propria, evoluta, erudita. Sono ricchi soltanto delle parole che hanno sentito direttamente da Dio attraverso i loro genitori e i loro amici. E in questo modo essi, non avendo altre parole oltre quelle ascoltate, sono forti della forza di Dio.
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martedì 11 settembre 2012

Le grandi scoperte della scienza da sole non bastano a favorire la felicità (Contributi 726)

In data odierna il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, si è recato in visita all'istituto dei tumori. 
Questo l'articolo di Tempi: 

 «Le grandi scoperte della scienza da sole non bastano a favorire la felicità». 
L’arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, si è recato oggi in visita all’Istituto nazionale dei tumori (Int) di Milano. Qui ha risposto ad alcune domande di medici e pazienti. 

DELIRIO IMMORTALE
«La scienza qualche volta può produrre la tentazione di delirio – ha spiegato -. Negli Usa e in Giappone ci sono persone che investono molti soldi per tentare l’immortalità. 
La scienza tuttavia non genera di per sé la felicità, ma si accompagna spesso a fenomeni di malinconia e depressione nelle nostre società avanzate. Riflettiamo troppo poco sui suicidi che avvengono in Europa, anche tra i giovani». 
Per l’arcivescovo, il rimedio è «l’amore vero. Creare luoghi, come l’Int dove si dimostra che donare produce gioia, molto più che tenere per sé. L’uomo per camminare deve sapere dove va. 
Se non incontra il senso della vita, non c’è scienza che tenga e non si ha la forza per ripartire tutte le mattine, soprattutto se si è malati». 

ACCANIMENTO TERAPEUTICO
 «L’accanimento terapeutico va sempre escluso, rispettando il valore supremo della vita e aspettando che ogni paziente trovi la sua morte personale. Una volta che la vita è voluta, difesa, affermata fino in fondo, non può non essere la volontà del paziente, del medico, dei familiari ad entrare in gioco, caso per caso. Questa mia affermazione non va relativizzata: la vita va difesa fino all’ultimo alito». 
Scola: no accanimento terapeutico, sì alla vita 

CURE PALLIATIVE 
«Il tema – ha detto Scola – va affrontato a partire non dall’ideologia, ma dalla pratica, dal bisogno dei pazienti. Le cure palliative come accompagnamento al passaggio al Padre sono preziose. La genomica ha aperto una fase molto promettente nelle terapie, ma le cure palliative potranno essere proporzionate al singolo. 
La clinica non basta, deve essere essere mediata dal rapporto interpersonale. Solo questo dà speranza. 
Più la prova è dura da affrontare, più serve una ragione». 

SALVEZZA 
La medicina, per Scola, «è l’arte di prendersi cura, che unisce molte scienze. Quando il paziente si rivolge al medico per la sua salute, rivolge una domanda più ampia, di salvezza. Siete l’espressione di un luogo di umanità – ha concluso Scola rivolgendosi agli operatori dell’istituto – Milano è ancora permeata di fede e vita cristiana».
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domenica 9 settembre 2012

Domenica XXIII t.ord. 9-set-2012 (Angelus 97)

Cari fratelli e sorelle! 
Al centro del Vangelo di oggi (Mc 7,31-37) c’è una piccola parola, molto importante. Una parola che – nel suo senso profondo – riassume tutto il messaggio e tutta l’opera di Cristo. L’evangelista Marco la riporta nella lingua stessa di Gesù, in cui Gesù la pronunciò, così che la sentiamo ancora più viva. Questa parola è «effatà», che significa: «apriti». Vediamo il contesto in cui è collocata. Gesù stava attraversando la regione detta «Decapoli», tra il litorale di Tiro e Sidone e la Galilea; una zona dunque non giudaica. Gli portarono un uomo sordomuto, perché lo guarisse – evidentemente la fama di Gesù si era diffusa fin là. Gesù lo prese in disparte, gli toccò le orecchie e la lingua e poi, guardando verso il cielo, con un profondo sospiro disse: «Effatà», che significa appunto: «Apriti». E subito quell’uomo incominciò a udire e a parlare speditamente (cfr Mc 7,35). Ecco allora il significato storico, letterale di questa parola: quel sordomuto, grazie all’intervento di Gesù, «si aprì»; prima era chiuso, isolato, per lui era molto difficile comunicare; la guarigione fu per lui un’«apertura» agli altri e al mondo, un’apertura che, partendo dagli organi dell’udito e della parola, coinvolgeva tutta la sua persona e la sua vita: finalmente poteva comunicare e quindi relazionarsi in modo nuovo. 
Ma tutti sappiamo che la chiusura dell’uomo, il suo isolamento, non dipende solo dagli organi di senso. C’è una chiusura interiore, che riguarda il nucleo profondo della persona, quello che la Bibbia chiama il «cuore». E’ questo che Gesù è venuto ad «aprire», a liberare, per renderci capaci di vivere pienamente la relazione con Dio e con gli altri. Ecco perché dicevo che questa piccola parola, «effatà – apriti», riassume in sé tutta la missione di Cristo. Egli si è fatto uomo perché l’uomo, reso interiormente sordo e muto dal peccato, diventi capace di ascoltare la voce di Dio, la voce dell’Amore che parla al suo cuore, e così impari a parlare a sua volta il linguaggio dell’amore, a comunicare con Dio e con gli altri. Per questo motivo la parola e il gesto dell’«effatà» sono stati inseriti nel Rito del Battesimo, come uno dei segni che ne spiegano il significato: il sacerdote, toccando la bocca e le orecchie del neo-battezzato dice: «Effatà», pregando che possa presto ascoltare la Parola di Dio e professare la fede. Mediante il Battesimo, la persona umana inizia, per così dire, a «respirare» lo Spirito Santo, quello che Gesù aveva invocato dal Padre con quel profondo sospiro, per guarire il sordomuto. 
Ci rivolgiamo ora in preghiera a Maria Santissima, di cui ieri abbiamo celebrato la Natività. A motivo del suo singolare rapporto con il Verbo Incarnato, Maria è pienamente «aperta» all’amore del Signore, il suo cuore è costantemente in ascolto della sua Parola. La sua materna intercessione ci ottenga di sperimentare ogni giorno, nella fede, il miracolo dell’«effatà», per vivere in comunione con Dio e con i fratelli.
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sabato 8 settembre 2012

Un anonimo visitatore (Post 150)

Una volta tanto sollecito con insistenza il parere / giudizio dei miei lettori su un fatto accaduto ieri. Un anonimo visitatore, casuale passeggero di questo blog, che ben si è guardato da firmare il suo commento fosse pure con un nome di fantasia, non ha perso l’occasione per accusarmi di essere un eretico, scismatico e protestante. 
E tutto ciò non per un’analisi (attenta o distratta che fosse) di quanto pubblico in questo blog, ma semplicemente per il sottotitolo del blog “un tentativo per riprendere a ragionare da cristiani cattolici”. 
Ma ecco le sue parole riportate esattamente, errori ortografici compresi:

Salve! 
Passando di qui per caso. Mi sono imbattuto sul tuo sottotitolo colle parole: "... cristiani cattolici ..." Strano è di dover mettere il qualificativo "cristiano" prima del referente "cattolico". Come se usare la parola "cattolico" non bastava per capire che anche un cristiano. Sara l´influenza protestante a dover spingere i cattolici stessi a definirsi piu col termini di "cristiano" che semplicemente con quello di "cattolico" ? Forse un complesso dei cattolici stessi ? Andate a sapere ! 
Pensate ci su un puo. Dire "sono cattolico" non necessita il bisogno di usare pure la parola "cristiano" prima o dopo perchè il cattolico è in per se e in se l´unico cristiano secondo la volonta di Dio. Ed è semplice carpire il perchè del non-uso della parola "cristiano" per qualificare il cattolico. Ogni movimento heretico o schismatico (p. ex il protestantissmo) ha sempre cercato a non piu usare la parola "cattolico" e la ricambiata colla parola "cristiano" come segno di rigetto della fede "cattolica". La parola "cristiano" è sempre stata usata in opposizione alla parola "cattolico" dunque pensiamoci e togliamoci sto complesso di dove sempre precisare che come cattolici siamo cristiani. Il cattolico è il cristiano voluto da Dio e non il protestante o il non-cattolico che è solo un rigetto del cattolicesimo stesso. 
Cordiali saluti 

In primo luogo ringrazio per la confidenza con cui questa persona che mi da del tu senza conoscermi personalmente e tento di rispondere come se la cosa non mi riguardasse personalmente ma fossi anch’io un frequentatore al suo primo passaggio nel blog. 
Io non colgo nella parole “cristiano cattolico” un principio di eresia o un attacco alla fede (non so gli altri lettori al cui giudizio mi appello) ma al massimo una ripetizione non necessaria. 
Infatti quando ho pensato al titolo del blog “pensiero cristiano” era ovvio nella mia mente che mi riferivo al cattolicesimo non vedendo altro modo possibile di essere cristiano. 
E’ stata solo una riflessione successiva alla nascita del blog e alla sua - da me non pensata diffusione - a farmi capire che dire cristiano da solo si prestava ad equivoci e ho quindi aggiunto la parola cattolico al termine cristiano. 
In altre parole a questa persona rispondo che non ho nessun complesso di inferiorità nell’essere cattolico. 
Anzi, forse il contrario, in quanto, come detto, dicendo cristiano intendevo dire cattolico non essendoci per me differenza alcuna fra il seguire Cristo e l’essere cattolico. 
Purtroppo l’influsso satanico che tende a dividere e a complicare le cose umane ha però fatto sì che cristiano da solo non indichi in modo chiaro ed immediatamente comprensibile senza possibilità alcuna di equivoci cosa volessi intendere. 
Da qui l’aggiunta di cattolico che meglio determina la mia posizione di fede. 
In altre parole sono d’accordo che al termine cattolico non sia necessario aggiungere cristiano, ma nel mio caso era utile aggiungere la specifica cattolico alla definizione cristiano per non dare l’idea di essere io protestante. 
Certo che se questa persona che non ha il coraggio di sostenere quanto scrive (visto che si rifiuta di firmarsi) avesse letto qualche parola in più della testata avrebbe evitato 
la cattiva figura che ha fatto, 
di dare l’impressione di essere superficiale, volutamente pretestuoso e di saper solo offendere ed insultare, 
di far capire di non saper scrivere in italiano e di voler solo dar sfoggio della sua presunzione arrogante ma inconsistente. 
Comunque, nessuno è esente da errori e io ne ho di certo più di tutti voi messi insieme e sono pronto ad accogliere gli spunti che mi arrivano e quindi sono disposto a modificare la scritta che tanto ha turbato il nostro timido ed occasionale avventore e chiedo ai lettori quale fra le seguenti soluzioni reputano più adeguate (nulla vieta che si possa scegliere l’opzione 5, cioè quella che ognuno vorrà proporre): 
1) Un tentativo di giudizio cattolico sulla realtà 
2) Per pensare in modo cattolico 
3) Non anneghiamo nel pensiero dominante ma giudichiamo da cattolici 
4) Un aiuto per uno sguardo cattolico al reale 
Grazie e spero di avere il vostro riscontro / giudizio…. e intanto vi ringrazio per seguirmi con la vostra costante pazienza.
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