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mercoledì 13 febbraio 2013

L'eredità di Benedetto XVI è la fede (Contributi 797)

Vi propongo questa intervista a Vittorio Messori sulle dimissioni di Benedetto XVI:


«Benedetto XVI ha una grande devozione per Maria e una particolare predilezione per Lourdes, per la chiarezza cristallina di quella apparizione. Non può dunque essere un caso che abbia scelto l’11 febbraio come giorno per annunciare la sua rinuncia al papato». Vittorio Messori, lo scrittore italiano più tradotto nel mondo, a Lourdes e alle apparizioni della Madonna a Bernadette ha dedicato molti anni di studi approfonditi, che hanno trovato una prima sintesi in “Bernadette non ci ha ingannati”, un libro uscito di recente per la Mondadori. E conosce molto bene Joseph Ratzinger, papa Benedetto XVI, un’amicizia nata in occasione del libro-intervista all'allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. 

Le circostanze che hanno accompagnato l’uscita di quel libro, “Rapporto sulla Fede”, nel 1985, hanno certamente contribuito a saldare un rapporto: «Eravamo ancora in piena contestazione ecclesiale – ricorda Messori - e allora non era affatto facile nella Chiesa dirsi “Ratzingeriano”: su di lui girava una leggenda nera, era definito l’«oscuro» prefetto del Sant’Uffizio, il persecutore, il panzerkardinal e via dicendo. Io dovetti addirittura nascondermi, sparire per oltre un mese, mi ritirai in montagna perché i preti del dialogo, i preti ecumenici, quelli della tolleranza volevano farmi letteralmente la pelle: lettere anonime, telefonate notturne. La mia colpa era non solo avere dato voce al nazikardinal, ma addirittura avergli dato ragione». Così la frequentazione si fece assidua, «spesso ci capitava di andare in trattoria assieme», e tante volte hanno parlato di Lourdes con cui condividevano una curiosa circostanza: Messori e Ratzinger sono infatti entrambi nati il 16 aprile, il giorno del dies natalis di Bernadette.

Dunque, Messori, la scelta dell’11 febbraio non è affatto casuale. 
Direi proprio di no. Il perché abbia scelto questa data è la prima domanda che mi sono posto, e mi è sembrato si sia rifatto al suo «amato e venerato predecessore», come ha sempre chiamato Giovanni Paolo II: l’11 febbraio dai tempi di Leone XIII è entrato nel calendario universale della Chiesa come festa della Nostra Signora di Lourdes, e dato il legame che questo santuario ha con il male fisico, Giovanni Paolo II l’ha dichiarata Giornata mondiale del malato. Benedetto XVI intendeva parlare dunque della sua malattia.

Malattia? Il portavoce vaticano padre Lombardi ha escluso che motivo della rinuncia sia una malattia.
“Senectus ipsa est morbus”, dicevano i latini: la vecchiaia stessa è una malattia. A 86 anni, anche se formalmente non sei malato, c’è un’infermità legata all’età. Il papa si sente malato perché molto anziano, allora io credo che lui abbia scelto proprio quel giorno per riconoscersi malato tra i malati. E anche per fare un omaggio e una sorta di invocazione alla Madonna: non soltanto la Madonna di Lourdes ma la Madonna in quanto tale. 

Il Papa ha parlato diverse volte anche di Fatima, ma con Lourdes forse sente un rapporto particolare.
Di Lourdes abbiamo parlato spesso in 25 anni, e sicuramente ha approfittato dell’occasione dei 150 anni delle apparizioni per recarsi lì in visita (settembre 2008, n.d.r.). Per dare un’idea di cosa suscitasse in lui Lourdes, basti pensare che in quel giorno e mezzo che è stato lì erano previsti 3 suoi grandi discorsi. Ebbene, in realtà il Papa ha parlato ben 15 volte, quasi sempre a braccio e molto spesso si è commosso. E sempre richiamando una grande devozione a Maria, e alla figura di Bernadette. A parlare di Fatima in qualche modo vi è stato trascinato da circostanze quali l’attentato al Papa, però ho l’impressione che istintivamente la sua preferenza vada alla chiarezza cristallina di Lourdes piuttosto che al nodo molto complesso che è Fatima. Considera Fatima fin troppo complessa, ama la chiarezza cristallina di Lourdes: lì non ci sono segreti, tutto è chiaro.

Molti commentatori hanno interpretato la rinuncia di Ratzinger come una sorta di resa davanti alle difficoltà
Ci sono delle apparenti rese che in realtà sono un segno di forza, di umiltà. La libertà cattolica è molto più grande di quanto non si pensi. Ci sono temperamenti diversi, storie diverse, carismi diversi e vanno tutti quanti rispettati perché fanno parte della sacrosanta libertà del credente. In Giovanni Paolo II prevaleva il lato mistico, era un mistico orientale. Mentre in Ratzinger prevale la razionalità dell’occidentale, dell’uomo moderno. Per cui ci sono due possibili scelte: quella mistica, quella di papa Wojtyla, che tiene duro e resiste fino alla fine; oppure la scelta della ragione, come Ratzinger: riconoscere che non si hanno più le energie fisiche e che la Chiesa ha invece bisogno di una guida con grandi energie. Per cui per il bene della Chiesa è meglio che lasci. Entrambe le scelte sono evangeliche.

Papa Ratzinger ha sempre colpito per la sua grande umiltà.
E infatti la scelta di Ratzinger è segnata da una grande umiltà, una virtù che in lui è sempre stata evidente. Mi ricordo ancora un episodio di quel lontano 1985 che mi aveva particolarmente impressionato: dopo 3 giorni interi di colloquio in vista di “Rapporto sulla Fede”, prima di congedarci io gli dissi: “Eminenza, con tutto quello che lei mi ha raccontato della situazione nella Chiesa (ripeto, erano anni ancora di contestazione) mi permetta una domanda: ma lei la notte riesce a dormire bene?” Lui, con quella faccia da eterno ragazzo, e con gli occhi sgranati mi risponde: “Io dormo benissimo, perché sono consapevole che la Chiesa non è nostra, è di Cristo, noi siamo solo servi inutili: io alla sera faccio l’esame di coscienza, se constato che durante la giornata ho fatto con buona volontà tutto quello che potevo, io dormo tranquillo”. Ecco, Ratzinger ha assolutamente chiaro che noi non siamo chiamati a salvare la Chiesa, ma a servirla, e se non ce la fai più la servi in un altro modo, ti metti in ginocchio e preghi.  La salvezza è una questione di Cristo.
Allora queste dimissioni mi sono sembrate in questa linea, nel senso di non prendersi troppo sul serio. Fai fino in fondo il tuo dovere e quando ti rendi conto che non riesci più, che le forze non ti assistono più, allora ti ricordi che la Chiesa non è tua e passi la mano e vai a fare il lavoro per la Chiesa che nella prospettiva di fede è il maggiore, il più prezioso: il lavoro del pregare e il lavoro dell’offrire a Cristo la tua sofferenza. La vedo come un atto di grande umiltà, di consapevolezza che tocca a Cristo salvare la Chiesa, non siamo noi poveri uomini a salvarla, anche se sei Papa. 

Sabato scorso parlando ai seminaristi del Seminario romano ha detto che anche quando pensi che la Chiesa stia per finire, in realtà si rinnova sempre. Quale rinnovamento ha portato il pontificato di Benedetto XVI?
Si dimentica spesso che lui all’inizio del pontificato disse: il mio programma è di non avere programmi. Nel senso di rimettersi agli eventi che la Provvidenza gli metteva davanti. Il grande disegno strategico, in fondo, consisteva in questo, semplicemente confermare le pecorelle nella fede.   
In questo ho sempre sentito una grande sintonia con lui, è sempre stato un Papa convinto della necessità di rilanciare l’apologetica, di ritrovare le ragioni della fede. Anche lui era convinto, come me, che tanti cosiddetti gravi problemi della Chiesa in realtà sono secondari: i problemi dell’istituzione, i problemi ecclesiali, l’amministrazione, gli stessi problemi morali e liturgici, sono certo molto importanti; ma attorno ad essi c’è una rissa clericale che però – lo ha detto lui stesso nel documento di indizione dell’Anno della Fede - dà per scontata la fede, cosa che in effetti non è. Cosa ci mettiamo a fare rissa tra di noi su come organizzare meglio i dicasteri vaticani, e anche sui principi non negoziabili, che cosa ci mettiamo a fare risse e magari organizzare difese se non crediamo più che il Vangelo è vero? Se non crediamo più nella divinità di Gesù Cristo tutto il resto diventa un parlare a vuoto. E infatti non a caso, l’ultimo suo grande atto è stato indire l’Anno della Fede: ma della fede intesa nel senso apologetico, cercare di dimostrare che il cristiano non è un cretino, tentare di dimostrare che noi non crediamo nelle favole, cercare di dimostrare quali sono le ragioni per credere. Le sue grandi linee strategiche sono consistite solo in questo: riconfermare le ragioni per scommettere sulla verità del Vangelo. Tutto il resto va affrontato giorno per giorno. E questo l’ha fatto, l’ha fatto al meglio. 

Allora è giusto dire che l’Anno della Fede è la sua vera eredità. 
Sì, l’Anno della Fede è la sua eredità, questa è l’eredità che dobbiamo prendere sul serio. Nella Chiesa, nella prospettiva del futuro, l’apologetica deve avere un ruolo centrale, perché se non è vera la base tutto il resto è assurdo. Benedetto XVI ci lascia la consapevolezza che dobbiamo riscoprire le ragioni per credere.

Se parliamo di eredità pensiamo subito a chi potrà raccoglierla. Non per unirci al totopapa che impazza ovunque, ma certo nasce la domanda su chi condivide questa priorità.
Non dobbiamo rubare allo Spirito Santo il suo mestiere. Le previsioni dei cosiddetti esperti, quando si tratta di Conclave, sono fatte per essere smentite. Di solito non ci azzeccano mai. L’impressione è che lo Spirito Santo si diverta a prenderci in giro: i grandi tromboni, i grandi esperti, i grandi vaticanisti danno per sicuro questo o quello e poi è eletto un altro. Ricordo il 1978, lavoravo alla Stampa, ero in redazione quando hanno eletto papa Luciani: all’annuncio grande panico, perché  i grandi vaticanisti che avevamo ci avevano detto di tenere pronte certe biografie, perché il Papa sarebbe certamente uscito da quel mazzo di papabili, e invece niente: quando è stato eletto Luciani ci siamo accorti che l’archivio della Stampa non aveva neanche una sua foto. La stessa storia si è ripetuta due mesi dopo con Wojtyla: tutti avevano previsto quello e quell’altro, e invece all’annuncio ancora panico: di lui non sapevamo neanche come si scriveva. 

Pensando a questi anni di pontificato, certo lascia pensare il fatto che non sia stato “fortunato” nella scelta dei collaboratori, che lo hanno messo spesso in grandi difficoltà. 
Ratzinger per un quarto di secolo è stato prefetto alla Congregazione per la Dottrina della Fede, però ha sempre vissuto appartato, ho sempre avuto l’impressione che fosse un po’ isolato rispetto alla Curia. Lui aveva un legame fortissimo con Wojtyla, funzionava in tandem con lui: non c’è alcuna decisione teologica che Wojtyla abbia preso in cui non abbia prima sentito il parere di Ratzinger. Ma ho sempre avuto l’impressione che fosse, anche per sua scelta, estraneo alla Curia, ai suoi giri, ai suoi giochi, ai suoi schieramenti. E credo che una volta eletto Papa con sua sorpresa in fondo non avesse sufficiente conoscenza dei meccanismi, delle persone. Poi alcune scelte erano in qualche modo obbligate, ma sicuramente non era abbastanza al corrente  di come stessero le cose.

Si dice che la Curia non l’abbia mai amato.
Certamente la Curia non l’ha mai amato. Wojtyla aveva scelto di fare un pontificato itinerante e in questo modo ha lasciato che la Curia andasse avanti da sola; così la Curia ha preso il sopravvento, per cui tutto sommato quei vecchi volponi dei dicasteri con Wojtyla si trovavano bene, il papa era distante, non si occupava degli affari quotidiani. Ratzinger invece ha viaggiato poco, voleva sapere, voleva mettere il naso; siccome sapeva poco della Curia, ha cominciato a  informarsi e ha cominciato a fare, pur con la sua delicatezza, spostamenti, arretramenti, avanzamenti. E questo non è stato gradito, per cui anche da Papa ha continuato a essere piuttosto isolato.

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