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Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

martedì 29 aprile 2014

Il mio ricordo di san Giovanni Paolo II (Contributi 957)

Ecco un articolo/testimonianza di Massimo Camisasca, Arcivescovo di Reggio Emilia-Guastalla, tratto dal sito della Fraternità San Carlo:

Dopo il breve e provvidenziale mese in cui Giovanni Paolo I aprì la strada al passaggio, l’elezione di Giovanni Paolo II rappresentò subito un’aria nuova che entrava nella Chiesa. Egli non pensò di affrontare uno per uno i problemi che la Chiesa si trovava davanti per risolverli, ma partì da un punto sintetico: offrì attraverso la sua persona e le sue parole una fede che esaltava e non deprimeva l’umano. Ecco, la fede proposta come esaltazione dell’umano: questo è il cuore della riforma di Giovanni Paolo II. «Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!», fu una delle espressioni più ripetute all’inizio del suo pontificato.
Le sue doti umane
La caratteristica che ha colpito innanzitutto, anche se non la più profonda, era la poliedricità di quest’uomo. In lui si raccoglievano un insieme di doti umane straordinarie. Egli era tante cose in uno: era un poeta, usava un linguaggio poetico. Era un attore, e come un attore coglieva i drammi e il significato profondo delle vicende, si immedesimava facilmente con l’altro. Era un lavoratore, un uomo che aveva un forte senso della sacralità del tempo, che si preparava da lontano agli appuntamenti e non sprecava un attimo della sua giornata. Era un grande amante della vita: amava sciare, la natura, le montagne.
La sua realtà di poeta, di sportivo, di attore, di sacerdote che aveva attraversato il nazismo e il comunismo, venne a poco a poco conosciuta dalla gente. Egli non ostentava nessuna di queste sue doti, ma il tono della sua voce, i suoi gesti, la sicurezza della sua parola, trasmettevano una positività che sembrava essersi smarrita nella Chiesa. Ai dubbi, alle depressioni, alle incertezze, alle sudditanze al mondo, Wojtyła d’un colpo sostituiva ideali, traguardi, compiti, orizzonti nuovi e creativi. Nessuna tracotanza, nessuna apologia smodata. Ma l’esperienza viva di un’umanità realizzata nella sequela di Cristo. Niente di clericale in lui: il centro era posto sulla bellezza della vita familiare, sulla perennità e la giovinezza della fede, sull’apertura dei sistemi politici ed economici alle verità vivificanti del cristianesimo. Anche la riaffermazione del celibato ecclesiastico, della virtù dell’obbedienza, della necessità di vivere in modo autentico la liturgia, non era mai sottolineata come adesione chiusa a delle regole, ma come strada per una realizzazione della vita personale.
Come tutti i profeti, aveva un’alta considerazione del proprio compito, ma senza mai cadere in un’autoesaltazione, senza un briciolo di superbia. Amava la crescita di coloro che erano con lui, talvolta anche correndo il rischio di non vederne i difetti e i limiti.
La drammaticità della storia
Si vedeva come uno strumento nelle mani di Dio. Uno strumento chiamato a realizzare qualcosa di decisivo sul quadrante della storia del mondo. Nel suo dialogo interiore con Dio scopriva il suo compito storico, ma ne era sempre completamente libero. Alla sua missione era stato introdotto da molti eventi. Era un uomo che sapeva benissimo quali guerre si combattessero intorno a lui, ma non era mai piegato su di sé. Non teneva diari. Non sentiva il bisogno di parlare con sé stesso: parlava con Dio e con gli uomini. Non era portato dall’abito, ma lui portava quell’abito. Aveva un profondo rispetto degli altri, della curia, ma non era assolutamente determinato da essa. Da qui viene anche la sua considerazione della drammaticità positiva della storia. Egli avvertiva la storia come un campo di battaglia tra Dio e il demonio. Questo è il tema più frequente anche nei miei appunti dopo gli incontri con lui. Nell’attentato egli ha visto un atto di guerra del diavolo contro Dio. Aveva uno sguardo apocalittico, drammatico e insieme positivo, pacificato, anche nei tempi più terribili, come lo stato d’assedio in Polonia. Sapeva che la caduta del socialismo in Polonia avrebbe significato la caduta dell’Unione sovietica. La sua visione della storia era di amplissimo respiro. Lui si sentiva attore di questa storia, ma il protagonista era Dio.
Un rapporto diretto con la gente
La realtà dei suoi numerosi viaggi va compresa all’interno di questa logica apocalittica, di un compito urgente, improcrastinabile: annunciare Cristo a tutti i popoli. Essere dovunque per essere veramente a Roma.
Nella giovinezza aveva vissuto molto poveramente, aveva sempre dato i suoi abiti nuovi a chi ne mancava. Diventato papa conobbe le tavole dei grandi del mondo. Non fu per nulla strano per lui mettersi a viaggiare. Non ritenne troppo costosi quei viaggi, come gli veniva rimproverato da alcuni. Rispondeva: «Siamo stati comperati a caro prezzo» (Cfr. 1Cor 6, 20), ripetendo le parole di san Paolo. Scelse la strada del rapporto diretto con la gente, per comunicare a milioni di persone quel sentimento di sé come persona voluta e amata da Cristo, scelta per un’opera grande. In essa voleva fare entrare ogni uomo della terra.
Proprio perché preoccupato di mostrare la positività della sintesi cristiana, dedicò molte delle sue energie al laicato. Giovanni Paolo II fece dei movimenti laicali l’asse portante del suo pontificato. Questo spostamento di accento, forse, è il segno più profondo della riforma operata dal santo papa Wojtyła.
La malattia
La vera riforma che egli operò fu nella sintesi della vita cristiana che egli offrì a tutti gli uomini, nell’ideale alto e umano che egli presentò con la sua stessa persona. Tutto ciò apparve ancor più chiaramente nell’ultimo decennio della sua vita, segnato profondamente dalla malattia. Può essere quasi scontato affermare che il cristianesimo sia la realizzazione dell’uomo quando si è forti, felici, in salute. Giovanni Paolo II affermò questa positività anche negli anni del dolore e della solitudine. E le folle lo capirono e lo cercarono anche quando non aveva più la presenza scenica o la parola dei primi anni. Accorsero sempre più numerose, come apparve chiaramente durante i suoi funerali.
In Giovanni Paolo II appaiono così i diversi volti dell’unica vita cristiana: egli ci ha insegnato a riferirci a Dio e a ringraziarlo nei giorni della vigoria, nei tempi in cui le forze fisiche e spirituali sono nella loro pienezza. Ma ci è stato maestro anche nel portare i pesi delle molte malattie con umorismo e leggerezza. Senza gli ultimi anni la sua testimonianza sarebbe apparsa nel tempo quasi incompleta. Egli invece ha condiviso tutti i diversi aspetti dell’esistenza e ci ha mostrato come il Vangelo sia una luce per i tempi favorevoli e per quelli avversi. La prima parte del suo pontificato lo ha fatto ammirare, l’ultima lo ha fatto amare. Egli è stato certamente, insieme a san Giovanni XXIII, il papa più amato del Novecento.
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