Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

sabato 12 aprile 2014

Quando il lavoro è amare Cristo (Contributi 952)

Una nuova testimonianza di Padre Aldo Trento dal sito di Tempi:


Ogni giorno il Signore mi dà la grazia di convivere con persone per cui il rapporto con Cristo è l’unica ragion di vita. Persone semplici, a volte analfabete, che testimoniano come sia possibile, e allo stesso tempo bello, vivere il cristianesimo dentro tutte le circostanze della vita. Vi propongo la storia quotidiana di due donne sposate che lavorano con i miei malati e mostrano a tutti che quando Cristo diventa il criterio di tutto, la vita diventa intensa e umana.
Saturnina vive in uno dei piccoli villaggi che formano il comune della città di Itá. Villaggi o “compagnie” che in questo posto si chiamano Fraternità. È un’espressione di origine francescana il cui significato indica l’essenza del cristianesimo. «Siate uno affinché il mondo creda», disse Gesù. Fra Luis de Balaños e gli evangelizzatori francescani solitamente chiamavano così le piccole comunità che nascevano grazie all’incontro con Gesù.
Così come alcune decadi più tardi i gesuiti, creando le Riduzioni, hanno voluto proporre il carisma di Sant’Ignazio che chiamò i suoi amici “La compagnia di Gesù”. Tornare a scoprire le nostre origini significa riconoscere chi siamo. Evangelizzare significa rivivere oggi, con una coscienza ancora maggiore, la nostra appartenenza a Cristo.
Saturnina è figlia di una di queste Fraternità e vive nell’insediamento chiamato 30 de Agosto-km 34. Madre di sette figli, suo marito è morto di cancro nella nostra clinica. La povertà, la semplicità di cuore e la passione per il lavoro sono le sue caratteristiche. L’attenzione e la compagnia che abbiamo offerto a suo marito nella clinica sono state per lei motivo di grande gratitudine al Signore. Rimasta vedova, ci ha chiesto di rimanere a lavorare con noi come responsabile della lavanderia. Si alza ogni giorno alle tre del mattino. Prepara tutto per i suoi sette figli in modo che possano affrontare il duro lavoro di ogni giorno.
Alle quattro e mezza, dopo aver camminato per 30 minuti, raggiunge la fermata dell’autobus che la porta ad Asunción in due ore. Comincia la sua giornata con noi accompagnando la processione Eucaristica che si sviluppa tra un letto e l’altro dei pazienti. Poi fa colazione e, con le sue amiche, scende nel seminterrato della clinica dove rimane al lavoro fino alle 15, manovrando le grandi macchine per lavare e asciugare l’enorme mole di lenzuola, federe, asciugamani che i pazienti usano ogni giorno.
Qualche settimana fa ho voluto mostrare alle infermiere il lavoro che Saturnina e le sue colleghe fanno nella lavanderia, perché l’unico metodo per imparare è quello di vedere. Saturnina era sola nella lavanderia, mentre le sue compagne erano già andate via. Le ho domandato come mai alle 17 era ancora lì. E lei: «Padre, io non vado mai via sino a che non finisco di lavare tutto, perché non voglio che manchi ai pazienti la biancheria necessaria. A volte, quando non riesco a finire rimango qui anche a dormire. E lo faccio con tanto amore e passione. Ma solitamente vado a casa, dove arrivo intorno alle 20, quando già l’oscurità avvolge la realtà. Una volta a casa, però, mi rimangono ancora da fare i lavori domestici che mi obbligano a stare in piedi fino a mezzanotte. Dormo non più di tre ore al giorno».
Tutti noi rimaniamo muti, perché di solito le infermiere, che lavorano trenta ore la settimana, arrivata l’ora mettono il loro dito sul marcatore di presenza e vanno via. Quelli che fanno il turno di notte, lavorano solo tre notti alla settimana. Che abisso con Saturnina e le altre donne che lavorano in lavanderia.
Il pane quotidiano
Non ho mai visto nella mia vita una simile testimonianza di passione e amore per gli altri, per il lavoro. San Paolo in una sua lettera afferma: «Chi non vuole lavorare neppure mangi». Nel nostro paese coloro che avrebbero l’esclusivo diritto di mangiare sarebbero Saturnina e le altre donne che vengono dalla campagna e che lavorano così tanto assumendosi la responsabilità della famiglia a 360 gradi. Inoltre Saturnina, con tutto il suo sacrificio, guadagna solo il minimo sindacale che, secondo me, è niente di niente paragonato ai sacrifici che affronta ogni giorno.
Come vorrei dare a queste donne molto di più! Per questo prego la Divina Provvidenza che ci ama, di darci la possibilità di offrire uno stipendio dignitoso a quanti si guadagnano il pane di ogni giorno con molto sacrificio e sudore della fronte.
Nilda vive a Itá con la sua famiglia. Ha 42 anni, sposata in chiesa, sei figli. Si alza alle quattro del mattino, prepara il mate, la colazione per la sua famiglia e poi prende l’autobus e va a lavorare alla fattoria San Padre. Due anni fa è riuscita a comprarsi una motocicletta che le permette di utilizzare al meglio il suo prezioso tempo. Non solo lavora a casa sua e nella fattoria, dove la fondazione San Rafael ospita i suoi malati di Aids, ma si occupa anche della cappella dove è catechista e segretaria della Legione di Maria.
Da lunedì a sabato, fa anche da mamma a un gruppo di adulti che l’Aids non si è portato al cimitero grazie alle cure che hanno ricevuto e che ricevono ogni giorno. Alla mattina, quando arriva, riunisce i ragazzi nella cappella per la liturgia della Parola. Con la sua intelligenza di fede, la spiega ai ragazzi e poi distribuisce la comunione ai malati. Le sue ore lavorative sono molte, ma l’amore che la muove è così grande che nemmeno se ne rende conto. Parla con sano orgoglio della sua famiglia di sangue e di quella spirituale, fatta di volti concreti che si chiamano Thomas, Robert, Alcides, Vicente, José, Julio. Persone che arrivano da tutto il mondo perché abbandonati, a causa della loro malattia, persino dai propri parenti.
Nilda cura ognuno di loro con un amore commovente, fatto di cose molto concrete come cucinare, lavare, stirare, tenere in ordine il giardino e molte altre cose. Grazie a lei e a questi ragazzi la fattoria ha un orto che è un paradiso di bellezza. Le piace raccontarmi spesso che lei ha frequentato soltanto il secondo grado della scuola elementare e malgrado ciò, la Legione di Maria l’ha scelta per redigere i “verbali” di ogni riunione.
«Non sapevo né leggere né scrivere ma la Vergine Maria è stata la maestra che mi ha insegnato non solo a scrivere, ma anche a leggere. E a leggere bene». Vi garantisco che la maggior parte dei professori non saprebbero proclamare la Parola di Dio come la signora Nilda.
La visita del superiore
È venuto a trovarci il superiore generale della Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo, padre Paolo Sottopietra, e noi sacerdoti siamo andati con lui alla fattoria per condividere con gli ammalati il pranzo e mostrargli tutte le novità successe negli ultimi anni. La signora Nilda ha preparato un pranzo di prim’ordine con galline allevate in fattoria, verdure dell’orto e molte altre cose. Finito il pranzo ho chiesto chi volesse raccontare la propria avventura. Hanno parlato diversi ragazzi lasciandoci a bocca aperta. L’ultima a intervenire è stata la signora Nilda. Ha raccontato la sua storia con molti particolari, uno più bello dell’altro.
Tuttavia, quello che ha commosso tutti, è stato quando lei, piangendo dalla commozione, ci ha parlato dell’Eucaristia, della sua relazione con Cristo Eucaristia. Ha ricordato il giorno in cui le ho chiesto di distribuire quotidianamente la comunione ai malati. Per lei questa richiesta era troppo grande e sono stati necessari diversi giorni per convincerla. Si sentiva indegna di toccare l’ostia consacrata. Mentre raccontava questo avvenimento, il più grande della sua vita, piangeva, tanto era il suo amore a Gesù.
Non ho mai visto piangere una persona parlando del dono di toccare l’Eucaristia! Nemmeno noi preti, che quando celebriamo Messa spesso osiamo sostituirci a Gesù. Guardando il superiore diceva: «Padre, non puoi immaginare quello che significa per me distribuire ogni giorno la santa Eucaristia ai malati, a questi miei figli malati».

La cappella, benedetta dall’ex nunzio apostolico, quel sant’uomo di Dio, monsignor Antonini, è per noi il cuore della fattoria nella quale possiamo rifugiarci in ogni momento difficile o bello, per chiedere aiuto o lodare il Signore. È proprio vero che Gesù si fa presente mediante la luce dei semplici di cuore, semplici come lo sono queste persone.
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