Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

giovedì 24 ottobre 2013

La fattoria “padre Pio” (Contributi 908)

Una testimonianza di Aldo Trento


La fattoria “padre Pio” è molto nota ad Asunción. Si tratta di 14 ettari di terreno a 40 chilometri dalla capitale del Paraguay. È stata donata da una signora molto devota al frate cappuccino. La sua unica richiesta è stata quella di costruire una cappella in onore del santo. Dopo aver visitato il luogo con padre Paolino sono rimasto deluso. E anche timoroso: nessuno di noi vedeva un futuro in quel terreno abbandonato, infestato da serpenti (specialmente dal serpente corallo). E oltretutto occupato da un contadino. Tuttavia, per l’educazione ricevuta che ci ha insegnato a dire sempre “sì” davanti alla realtà, abbiamo accettato il regalo consegnandolo alla divina provvidenza, certi che, se fosse stato un bene, ci avrebbe aiutato a capirlo, altrimenti sarebbe rimasto così com’era.
I primi mesi abbiamo ispezionato per bene il territorio, chiedendo aiuto a chi poteva consigliarci e poi abbiamo deciso di incominciare i lavori. In primo luogo abbiamo iniziato a fare pulizia, cosa che ci ha impegnati per diverse settimane. Non appena gli operai cominciarono a usare il machete, i serpenti corallo sono usciti a frotte dai loro nascondigli. I contadini, abituati a lavorare in quelle condizioni, non si sono lasciati impressionare e molti di quei serpenti sono rimasti sul terreno, vittime del machete. Finita la pulizia il panorama era completamente differente: il canneto e gli ettari di terreno seminati a foraggio suscitarono in me un entusiasmo particolare. In quel momento ho cominciato a sognare che un giorno avrei potuto avere un allevamento di vacche da latte. Devo confessare che porto nel sangue un affetto speciale per questi animali, grazie ai quali mia madre ha potuto darci da mangiare negli anni difficili della mia infanzia, dato che mio papà era dovuto emigrare in Svizzera.
Alcuni mesi dopo, con grandi sforzi, siamo riusciti a costruire una casetta con una cucina, due camere da letto e un bagno dove credevamo di poter trascorrere almeno un giorno alla settimana di riposo. Un sogno inappagato: non c’era tempo per riposare perché ci siamo resi conto che senza un custode ci avrebbero rubato persino gli alberi. Così abbiamo trovato una persona che controllasse la casa e per un po’ tutto è andato bene; poi i furti sono ricominciati. Abbiamo cambiato vari custodi, ma la cosa continuava, finché siamo giunti alla conclusione che i responsabili dei furti erano gli stessi custodi. Nel frattempo, grazie ad alcuni amici, avevamo deciso di costruire una piccola casa per ritiri spirituali. L’avrei voluta di pianta quadrata come i conventi benedettini, con un ampio giardino nel mezzo. Ma anche quella bella idea è fallita per questioni di sicurezza.
Ma non mi sono arreso, così ho pensato a nuove soluzioni: perché non utilizzare lo stesso progetto e, invece del chiostro aperto, unire i soffitti fino a coprire il patio mettendo nel mezzo un enorme tronco di lapacho che potesse sopportare il peso? Non solo, volevo anche che la facciata della casa fosse come quella di una bellissima chiesa francescana del XVIII secolo che distava pochi chilometri da dove eravamo noi. Detto, fatto! In un anno abbiamo finito la costruzione, tutta di mattoni rossi e di malta fatta con cemento e sabbia rossa. Sembra la continuità verticale del terreno.
Tutto il legname da costruzione tagliato dai falegnami dà un colore particolare alla casa. Tutti i particolari, dagli utensili in argilla fino alle posate, mobili e decorazioni sono stati curati da un’amica del posto, appassionata alla materia. Negli anni seguenti sono nati un grande capannone per gli incontri coi giovani, le famiglie, eccetera e più tardi, rispettando la volontà della signora che ci aveva donato la fattoria, una bella cappella in mattoni pressati in onore di padre Pio. Al posto del campanile, con una grande gru, abbiamo messo una statua molto bella del santo, fatta in cemento da un artista italiano. Uno spettacolo!

Quante sabbie mobili
A quel punto mancava solo la bonifica dell’estuario dove vivevano serpenti e altri animali. C’erano inoltre zone dove le sabbie mobili potevano inghiottire facilmente una persona se per caso sbagliava a finirci dentro. La Provvidenza ha voluto che alcuni ragazzi che stavano nella casa per minori “Vergine di Caacupé”, espiando la loro pena per i delitti commessi, autorizzati dalle autorità, venissero a vivere e a lavorare nella fattoria. Ho proposto loro, dando l’esempio lavorando personalmente, di trasformare l’estuario in un giardino, in un verziere. Il mio desiderio, pensando a Venezia, era di trasformare quella palude in un insieme di canali uniti tra loro da ponti, lasciando due piccole lagune per pescare. Il lavoro è stato lungo e duro. Dovevamo entrare negli estuari con stivali lunghi facendo molta attenzione perché era molto pericoloso. Dopo moltissimi sacrifici tutto era diventato irriconoscibile rispetto a prima: ora al posto della palude c’era un bellissimo giardino. Per la bonifica furono necessari centinaia di camion di pietra e terra. Ora è veramente un Eden di piante, frutti, fiori e animali. La fattoria è diventata un posto dove si svolgono numerosi eventi.
La cosa più bella e significativa è stata la trasformazione della prima casa in un centro per i malati di Aids, “scartati” dalla società e dalle famiglie di provenienza e ristabiliti nella nostra clinica. Sono un piccolo gruppo di giovani che dopo anni di formazione, si autogestiscono. Durante il giorno c’è una donna sposata e madre di 6 figli che li aiuta nei lavori più importanti della casa. La chiamano “mamma”. Il responsabile della comunità è Thomas, un giornalista, anche lui malato di Aids. Hanno orari precisi e si alternano nei 
differenti lavori che devono fare nella casa.

La storia di Luis
Ogni settimana portiamo loro i viveri, stiamo con loro, verifichiamo la puntualità nell’assumere correttamente la terapia con gli antiretrovirali. E quando si scompensano inviamo loro l’ambulanza per portarli ad Asunción, alla clinica, per stabilizzarli. Non sono tutti paraguaiani, ci sono anche un basco e un austriaco. Ognuno ha la sua storia, non solo drammatica, spesso addirittura disperata. Durante il pranzo che condividiamo con loro, hanno cominciato ad aprirsi e a condividere i loro terribili dolori.
Per esempio, Luis, un ragazzo di 26 anni, ci ha raccontato alcuni dettagli della sua vita che ci hanno fatto venire i brividi. Senza famiglia, si era unito a una ragazza dalla quale ha avuto un figlio che ora ha 6 anni. Molto presto la loro relazione finì: la ragazza se ne andò di casa per iniziare una nuova avventura con il vicino di casa, oltre che amico, di Luis. Disperato, il ragazzo è salito su un albero, si è messo una fune al collo e si è lanciato nel vuoto. Il Signore ha voluto che in quel momento passasse di lì una persona buona che, avendone compreso le intenzioni, riuscì ad afferrarlo impedendogli di morire impiccato.
Luis ha riconosciuto in quel salvataggio la mano di Dio e, per non rischiare di riprovare il suicidio, lasciò la baracca in cui viveva e se ne andò a Buenos Aires alla ricerca di una vita migliore. Fu un viaggio inutile perché per 15 giorni il ragazzo è rimasto in una piazza senza trovare lavoro e quasi senza mangiare. Con l’aiuto di alcune brave persone è tornato in Paraguay dove ha continuato a ciondolare in città fino a che una ragazza, che lavora con noi, lo ha incontrato e portato a San Rafael. Lo abbiamo accolto come un figlio e lo abbiamo portato alla fattoria. Col tempo abbiamo scoperto che era anche epilettico, ma pian piano la sua vita ha cominciato a rifiorire.
È proprio vero che Dio non abbandona mai i figli che a Lui gridano! Dio si serve di noi solo se la nostra vita è completamente consacrata a Cristo, si serve di noi se, come ha detto papa Francesco, siamo padri e madri, non zitelloni o zitellone. È comodo e facile parlare e predicare la carità. Noi preti siamo gli esperti di queste virtù, scriviamo libri. Ma è tutta un’altra cosa aprire le porte dei nostri cuori, delle nostre case, dei nostri conventi.

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