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Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

venerdì 11 ottobre 2013

Noi preti dobbiamo puzzare di pecora come i pastori (Contributi 905)

Articolo di Aldo Trento da Tempi:

Tristezza e dolore sono state le mie prime reazioni alla notizia che tre anziani, disperati per il dramma economico che stavano passando, si sono tolti la vita. “Il suicidio come rimedio alla crisi economica”, intitolava un giornale veneto. Terribile questa affermazione: invece di domandarsi perché succedono queste tragedie, si sbatte in faccia alla gente la circostanza più disumana, più violenta che esiste per fuggire da un serio problema o per risolverlo radicalmente, ponendo fine alla vita. Viviamo in un mondo nel quale perfino la ragione è scomparsa dalla mappa umana. Come non chiedersi il perché… Qual è la responsabilità di ognuno davanti a questi fatti? Dobbiamo chiederci se è la politica economica la causa di queste drammatiche decisioni o se c’è qualcosa di più
profondo. Non solo, ma quando cominceranno i preti a interrogarsi sulla propria responsabilità, invece di continuare a lanciare pietre contro la società o contro gli uomini politici (senza scusare nessun politico, molte volte preoccupato solo del potere)? Perché il sacerdote che celebra la funzione funebre non comincia l’omelia domandandosi: «Ma io cosa ho fatto, cosa sto facendo per accompagnare queste persone disperate?». Se io sono parroco non posso non conoscere i miei parrocchiani, le loro necessità e i loro problemi.
In questo senso occorre scoprire perché papa Francesco, già dal primo giorno del suo pontificato, ha detto a noi pastori che dobbiamo uscire in strada per incontrare la gente e non rimanere chiusi nella casa parrocchiale, magari usando un pc o guardando la tv per collegarci con il mondo. Il Santo Padre ci ha anche detto che il sacerdote, come il pastore, deve puzzare di pecora, cioè deve condividere la vita con il suo gregge. Fa male vedere come molte volte noi pastori scarichiamo la nostra responsabilità sugli altri. Sembra che un suicidio o un omicidio sia solo l’occasione per puntare il dito contro un “altro”.
Invece occorre che ci inginocchiamo davanti a un “altro” sacerdote chiedendo umilmente perdono per i nostri peccati di omissione. Sempre su quel giornale ho letto che le autorità politiche e civili hanno messo a disposizione della gente (specialmente per gli imprenditori costretti a chiudere le proprie imprese), un numero telefonico al quale poter ricorrere in un momento di disperazione… Iniziative belle! Ma la Chiesa? Anche nella Chiesa sono sempre esistite persone o istituzioni che si sono occupate di queste importanti e gravi questioni. In special modo in ogni parrocchia, dove è più semplice raggiungere tutte le persone.
Lo affermo per esperienza personale, specialmente in terra di missione, se non ci occupiamo delle persone, perdiamo tempo nella costruzione di opere inutili. Mai come in questo momento è necessario affermare che questo “è il tempo della persona”, perché è la persona che è in crisi e non l’economia. Tutti parlano di crisi antropologica come origine di qualunque altra crisi. Ed è profondamente vero perché se l’io umano viene privato del significato della vita, della coscienza del proprio destino, è inevitabile che consegni la sua vita al potere, con l’illusione che questo gli risolva i problemi; mentre in realtà si trova vuoto ed impotente. Mai come in questi tempi sento mia questa provocazione: in chi sta la consistenza della mia vita, del mio io? Negli idoli o nel Mistero che si è fatto carne in Cristo? La dignità non è l’autonomia
Rispondere a questa domanda è una necessità, perché dalla posizione che assumiamo dipende la possibilità di una resurrezione o di una morte. L’orgoglio ci ha reso ciechi illudendoci che con le nostre capacità e la nostra forza saremmo stati in grado di risolvere i grandi punti interrogativi della vita. Mentre di fatto siamo precipitati nell'abisso del niente, del cinismo; incolpiamo sempre l’altro. Allora da dove riprendere la strada, da dove ricominciare? Occorre la Grazia di trovare quell'Uomo che entrò nella storia affermando «Io sono la via, la verità e la vita». Papa Francesco parla della mondanizzazione della fede. Cioè di una fede incapace di incidere, di dare una rotta alla vita. Una fede formale che si adegua al potere di turno, incapace di scuotere la vita dal suo letargo e che non permette alla libertà umana di chiedere: «Vieni Signore Gesù».
Una delle cose più tristi di questa condizione esistenziale è che si è arrivati fino al punto di scambiare il chiedere aiuto con la mancanza di dignità. È quello che si è affermato a proposito di alcuni anziani che si sono tolti la vita. Ci hanno fatto credere che la dignità dell’uomo coincide con l’autonomia, con il “fai da te”. Mentre la dignità suprema dell’uomo consiste nella libertà di chiedere, di mendicare. Affermava don Giussani: «Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo». Instancabilmente papa Francesco ci ricorda che mentre Dio non si stanca di perdonare, l’uomo si stanca di chiedere perdono. «Io posso», pretesa di autorealizzazione prescindendo dalla relazione col Mistero, è diventato la forma più diabolica dell’orgoglio. Mentre l’uomo è relazione, è una domanda, è un fascio di domande . Quale essere umano, afferma Gesù, può allungare la sua vita di un solo minuto? Troppo facile parlare dal pulpito
Davanti a questi fatti terribili che colpiscono sia giovani sia adulti, incolpiamo migliaia di fattori estranei alla nostra vita, essendo sleali con essa. Don Giussani ci diceva che l’uomo può arrivare anche a togliersi la vita, ma seguendo l’impeto del proprio cuore. Tutte le altre cause hanno sempre come origine un problema affettivo: in cosa ha consistenza il nostro cuore? E la risposta non ce la dà né lo psichiatra, né lo psicoanalista, nemmeno gli psicofarmaci. Non esiste rimedio, non esiste farmaco che possa risolvere il dramma del senso della vita. Tutta la nostra forza, tutta la nostra volontà non può impedire il “finire” della vita. Leggiamo cosa si afferma nel Piccolo signor Friedemann di Thomas Mann: «Che alla fine della storia personale ognuno, come nuovi Prometei, pretende di raggiungere il cielo con le proprie mani» (Storie di Thomas Mann ne Il Senso Religioso).
Solo prendendo sul serio il nostro cuore, aiutato dalla compagnia della Chiesa, questa crisi, compresa quella economica, troverà l’inizio di una soluzione. Altrimenti i politici continueranno a discutere per niente, mantenendo solo la loro vuota loquacità in televisione e i preti continueranno a incolpare “altri”, approfittando del potere dell’omelia, accusando i politici di essere i responsabili di questi suicidi che avvengono come risposta alla crisi. Tanto gli uni quanto gli altri senza mai domandarsi: «La mia responsabilità personale dove è?». È arrivata l’ora, come afferma papa Francesco, di uscire in strada annunciando Cristo Gesù, l’unica risposta alla sete e fame di felicità, amore, giustizia, verità, del cuore umano. 
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