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martedì 29 ottobre 2013

Lettera ai cristiani d’Occidente dal vescovo di Mosul

§§ 

Amel Shamon Nona
La grazia della persecuzione, il rapporto personale con Cristo, la richiesta di vivere a fondo la fede, l’amore per i nemici e la felicità nella prova estrema. Così Amel Shamon Nona, arcivescovo di Mosul, ha voluto parlare ai cristiani d’Occidente. «Come possiamo vivere la nostra fede in un tempo di grande difficoltà?», si domanda il vescovo iracheno nella lettera scritta il 26 ottobre scorso. «Cosa possiamo fare per coloro che sono perseguitati a causa della loro fede?» 

IL GREGGE IN FUGA. Nona racconta il dramma di quando fu nominato vescovo nel 2010, dopo che il suo predecessore, Paulos Faraj Rahho, era stato assassinato da terroristi islamici: «Sono arrivato a Mosul il 16 gennaio del 2010. Il giorno immediatamente successivo è iniziata una serie di omicidi vendicativi contro i cristiani, a cominciare dal padre di un ragazzo che stava pregando con me in chiesa. Per più di dieci giorni gli estremisti hanno continuato a uccidere, una o due persone al giorno. I fedeli hanno lasciato le città per cercare rifugio nei piccoli paesi e villaggi vicini, o nei monasteri». 

«ATTENDIAMO LA MORTE». Il presule confessa anche che la domanda su come aiutare i cristiani perseguitati è stata per lui un tormentato, e spiega di essere giunto alla certezza che «dobbiamo rimanere pieni di speranza». La speranza però per monsignor Nona «è legata all'amore e l’amore alla fede». I cristiani dell’Iraq devono quindi chiedersi «cosa possiamo fare per accrescere questa fede», scrive l’arcivescovo di Mosul, visto che «potremmo essere uccisi in ogni momento, a casa, in strada, al lavoro». La «vera sfida» è proprio «conservare una fede viva e attiva», insiste Nona: «Dal momento in cui attendiamo la morte, minacciati da qualcuno che potrebbe spararci in ogni momento, abbiamo bisogno di sapere come vivere bene». 

LA SCOPERTA PIÙ PREZIOSA. Occorre dunque «continuare a conoscere questa fede vivendola sempre e pienamente», prosegue il vescovo, con la consapevolezza che «la fede cristiana non è astratta, non è una teoria razionale, lontana dal presente e dalla vita attuale, ma qualcosa da scoprire nel suo significato più profondo, nella sua espressione più alta, cioè come rivelata dall'incarnazione». Infatti è solo dentro un rapporto con la persona di Cristo che si può vivere nelle condizioni più terribili, scrive monsignor Nona: solo «quando l’individuo scopre questa possibilità sarà capace di sostenere qualsiasi prova e farà di tutto per proteggere questa scoperta, anche se ciò volesse dire morire per essa». 

COSA POTETE FARE PER NOI. E alle persone che in Occidente chiedono «cosa possono fare per noi» Nona risponde: «Chiunque voglia fare qualcosa dovrebbe fare uno sforzo per vivere apertamente la sua fede in maniera più profonda, abbracciando la vita della fede nella sua pratica quotidiana. Per noi il regalo più grande da ricevere nella nostra situazione è quello di sapere che aiutiamo altri a vivere la loro fede con più vigore, gioia e fedeltà. Vigore nella vita quotidiana; gioia in tutto quello che incontriamo nel cammino della vita; confidenza che nella fede cristiana c’è la risposta a tutte le domande fondamentali della vita e la possibilità di affrontare anche i problemi più piccoli in cui ci imbattiamo lungo il cammino». Nona ricorda che il cristianesimo è osteggiato anche in Occidente, ed esorta: «Dimostrate la vostra fede nelle difficoltà della vostra società». «Siete la nostra voce», scrive il presule, ma «la cosa più grande che potete fare per rispondere alla nostra situazione è riscoprire e lavorare per l’unità – personale e comunitaria». 

LORO UCCIDONO, NOI AMIAMO. Monsignor Nona usa parole chiare anche per descrivere la situazione dei cristiani in Iraq: «Siamo della vittime e soffriamo nelle mani dei fondamentalisti che vengono da paesi lontani per combattere contro coloro che considerano infedeli (noi cristiani) usando come scusa il fatto che i loro fratelli sono perseguitati in altri paesi». Ma se «la loro reazione è uccidere gli altri», aggiunge, «la nostra deve essere quella di amare di più, di essere più uniti tra noi, più forti nel mostrare al mondo la vera immagine della vita, che ci ha insegnato Gesù». 

LA POSSIBILITÀ DI ESSERE FELICI. Nella persecuzione, sottolinea il vescovo iracheno, c’è una grande possibilità. Quella di essere «felici, perché abbiamo l’opportunità di riflettere sulla nostra decisione di essere di Cristo» e «di rendere concreta la libertà, difendendo con amore coloro che ci attaccano con rancore e disprezzo. Ultimamente la persecuzione non ci può rendere tristi o disperati, perché crediamo che la vita umana ha bisogno di essere sempre abbracciata in maniera totale come Gesù ci mostra, anche se la morte ci guarda in faccia e non abbiamo più di un minuto in questo mondo. San Paolo dice che “lì dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia”. Con lui noi possiamo anche dire che ovunque ci sia persecuzione ci sarà la grazia di una fede forte, lì dove sta la nostra salvezza». 
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