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sabato 15 febbraio 2014

Cosa lasciamo agli altri

Vivere per tutta la vita dentro la Chiesa, da peccatori ma non da traditori corrotti, con un atteggiamento di speranza che ci porta a lasciare un’eredità fatta non di ricchezza materiale ma di testimonianza di santità. Sono le «grandi grazie» che Papa Francesco ha indicato durante la messa celebrata giovedì 6 febbraio nella cappella della Casa Santa Marta.
Il vescovo di Roma ha centrato la sua riflessione sul mistero della morte, a partire dalla prima lettura — tratta dal primo libro dei Re (2, 1-4.10-12) — nella quale, ha detto, «abbiamo sentito il racconto della morte di Davide». E «ricordiamo l’inizio della sua vita, quando è stato scelto dal Signore, unto dal Signore». Era «un ragazzino»; poi «dopo alcuni anni incominciò a regnare», ma era sempre «un ragazzo, aveva ventidue o ventitré anni».
Tutta la vita di Davide è dunque «un percorso, un cammino al servizio del suo popolo». E «così come cominciò, così finisce». Lo stesso, ha notato il Papa, accade anche alla nostra vita che «incomincia, cammina, va avanti e finisce».
Il racconto della morte di Davide ha suggerito al Pontefice tre riflessioni scaturite «dal cuore». Anzitutto ha rilevato che «Davide muore nel seno della Chiesa, nel seno del suo popolo. La sua morte non lo trova fuori del suo popolo» ma «dentro». E così vive «la sua appartenenza al popolo di Dio». Eppure Davide «aveva peccato: lui stesso si chiama peccatore». Però «mai se n’è andato al di fuori del popolo di Dio: peccatore sì, traditore no». Questa, ha detto il Papa, «è una grazia»: la grazia di «rimanere fino alla fine nel popolo di Dio» e «di morire nel seno della Chiesa, proprio nel seno del popolo di Dio».
Sottolineando questo aspetto, il Papa ha invitato «a chiedere la grazia di morire a casa: morire a casa, nella Chiesa». E ha rimarcato che «questa è una grazia» e «non si compra», perché «è un regalo di Dio». Noi «dobbiamo chiederlo: Signore dammi il regalo di morire a casa, nella Chiesa». Se pure fossimo «tutti peccatori», non dobbiamo essere né «traditori» né «corrotti».
La Chiesa, ha precisato il Pontefice, è «madre e ci vuole anche così», magari pure «tante volte sporchi». Perché è lei che «ci pulisce: è madre, sa come farlo». Però sta «a noi chiedere questa grazia: morire a casa».
Papa Francesco ha poi proposto una seconda riflessione sulla morte di Davide. «In questo racconto — ha notato — si vede che Davide è tranquillo, in pace, sereno». Tanto che «chiama suo figlio e gli dice: io me ne vado per la strada di ogni uomo sulla terra». In altre parole Davide riconosce: «Adesso tocca a me!». E poi, si legge nella Scrittura, «Davide si addormentò con i suoi padri». Ecco, ha spiegato il Pontefice, il re che «accetta la sua morte in speranza, in pace». E «questa è un’altra grazia: la grazia di morire in speranza», con la «consapevolezza che questo è un passo» e che «dall’altra parte ci attendono». Anche dopo la morte, infatti, «continua la casa, continua la famiglia: non sarò solo!». Si tratta di una grazia che va chiesta soprattutto «negli ultimi momenti della vita: noi sappiamo che la vita è una lotta e lo spirito del male vuole il bottino».
Il vescovo di Roma ha anche ricordato la testimonianza di santa Teresina di Gesù Bambino, la quale «diceva che, nei suoi ultimi tempi, nella sua anima c’era una lotta e quando lei pensava al futuro, a quello che l’aspettava dopo la morte, in cielo, sentiva come una voce che diceva: ma no, non essere sciocca, t’aspetta il buio, t’aspetta soltanto il buio del niente!». Quello, ha precisato il Papa, «era il demonio che non voleva che lei si affidasse a Dio».
Da qui l’importanza di «chiedere la grazia di morire in speranza e morire affidandosi a Dio». Ma l’«affidarsi a Dio — ha affermato il Pontefice — incomincia adesso, nelle piccole cose della vita e anche nei grandi problemi: affidarsi sempre al Signore. Così uno prende questa abitudine di affidarsi al Signore e cresce la speranza». Dunque, ha spiegato, «morire a casa, morire in speranza» sono «due cose che ci insegna la morte di Davide».
Il terzo pensiero suggerito dal Papa è «il problema dell’eredità». In proposito «la Bibbia — ha precisato — non ci dice che quando morì Davide sono venuti tutti i nipoti, i pronipoti a chiedere l’eredità!». Ci sono spesso «tanti scandali sull’eredità, tanti scandali che dividono nelle famiglie». Ma non è la ricchezza l’eredità che lascia Davide. Si legge infatti nella Scrittura: «E il suo regno si consolidò molto». Davide, piuttosto, «lascia l’eredità di quarant’anni di governo per il suo popolo e il popolo consolidato, forte».
A questo proposito il Pontefice ha ricordato «un detto popolare» secondo cui «ogni uomo deve lasciare nella vita un figlio, deve piantare un albero e deve scrivere un libro: e questa è l’eredità migliore». Il Papa ha invitato ciascuno a chiedersi: «Che eredità lascio io a quelli che vengono dietro di me? Un’eredità di vita? Ho fatto tanto il bene che la gente mi vuole come padre o come madre?». Magari non «ho piantato un albero» o «scritto un libro», «ma ho dato vita, saggezza?». La vera «eredità è quella che Davide» rivela rivolgendosi in punto di morte a suo figlio Salomone con queste parole: «Tu sii forte e mostrati uomo. Osserva la legge del Signore, tuo Dio, procedendo nelle sue vie ed eseguendo le sue leggi».
Così le parole di Davide aiutano a capire che la vera «eredità è la nostra testimonianza da cristiani lasciata agli altri». Ci sono infatti alcune persone che «lasciano una grande eredità: pensiamo ai santi che hanno vissuto il Vangelo con tanta forza» e proprio per questo «ci lasciano una strada di vita, un modo di vivere come eredità».
In conclusione, il Papa ha riepilogato i tre punti della sua riflessioni trasformandoli in preghiera a san Davide, perché «conceda a tutti noi queste tre grazie: chiedere la grazia di morire a casa, morire nella Chiesa; chiedere la grazia di morire in speranza, con speranza; e chiedere la grazia di lasciare una bella eredità, un’eredità umana, un’eredità fatta con la testimonianza della nostra vita cristiana».
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