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sabato 8 febbraio 2014

Quando Dio piange

Ogni buon padre «ha bisogno del figlio: lo aspetta, lo cerca, la ama, lo perdona, lo vuole vicino a sé, tanto vicino come la gallina vuole i suoi pulcini». Lo ha detto Papa Francesco all'omelia della messa celebrata martedì 4 febbraio, nella cappella della Casa Santa Marta. 
Nel commentare le letture della liturgia il Pontefice ha infatti affrontato il tema della paternità, ricollegandolo alle due figure principali descritte nel vangelo di Marco (5, 21-43) e nel secondo libro di Samuele (18, 9-10.14.24-25.30; 19, 1-4): ovvero Giàiro, uno dei capi della sinagoga al tempo di Gesù, «che va a chiedere la salute per sua figlia», e Davide, «che soffre per la guerra che suo figlio gli stava facendo». Due vicende che, secondo il vescovo di Roma, mostrano come ogni padre abbia «un’unzione che viene dal figlio: non può capire se stesso senza il figlio». 
Soffermandosi dapprima sul re d’Israele, il Papa ha ricordato che nonostante il figlio Assalonne fosse diventato suo nemico, Davide «aspettava notizie della guerra. Era seduto tra le due porte del palazzo e guardava». E sebbene tutti fossero sicuri che attendesse «notizie di una bella vittoria», in realtà «aspettava un’altra cosa: aspettava il figlio. Gli interessava il figlio. Era re, era a capo del Paese, ma» soprattutto «era padre». E così, «quando è arrivata la notizia della fine del suo figlio», Davide «fu scosso da un tremito, salì al piano di sopra della porta e pianse: “Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio!”». 
Questo — ha commentato Papa Francesco — «è il cuore di un padre, che non rinnega mai suo figlio», anche se «è un brigante o un nemico», e piange per lui. In proposito il Pontefice ha fatto notare come nella Bibbia, Davide pianga due volte per i figli: in questa circostanza e in quella in cui stava per morire il figlio dell’adulterio: «Anche quella volta ha fatto digiuno e penitenza per salvare la vita del figlio», perché «era padre». 
Ritornando poi alla descrizione del brano biblico, il vescovo di Roma ha messo in luce un altro elemento della scena: il silenzio. «I soldati sono tornati dalla battaglia in città in silenzio» — ha fatto notare — mentre quando Davide era giovane, al suo rientro in città dopo aver ucciso il Filisteo, tutte le donne erano uscite dalle case per «lodarlo, in festa; perché così rientravano i soldati dopo una vittoria». Invece, in occasione della morte di Assalonne, «la vittoria è stata nascosta, perché il re piangeva»; infatti «più che re e vincitore» Davide era soprattutto «un padre addolorato». 
Quanto al personaggio evangelico, il capo della sinagoga, Papa Francesco ha evidenziato come si trattasse di una «persona importante», che però «davanti alla malattia della figlia» non ha vergogna di gettarsi ai piedi di Gesù e di implorarlo: «La mia figlioletta sta morendo, vieni a imporle le mani perché sia salvata e viva!». Quest’uomo non riflette sulle conseguenze del suo gesto. Non si ferma a pensare che se Cristo «invece di un profeta fosse uno stregone», rischierebbe una figuraccia. Essendo «padre — ha detto il Pontefice — non pensa: rischia, si butta e chiede». E anche in questa scena, quando i protagonisti entrano in casa trovano pianti e grida. «C’erano persone che urlavano forte perché era il loro lavoro: lavoravano così, andando a piangere nelle case dei defunti». Ma il loro «non era il pianto di un padre». 
Ecco allora il collegamento tra le due figure di padri. Per loro la priorità sono i figli. E ciò «fa pensare alla prima cosa che diciamo di Dio nel Credo: “Credo in Dio padre”. Fa pensare alla paternità di Dio. Dio è così con noi». Qualcuno potrebbe osservare: «Ma padre, Dio non piange!». Obiezione alla quale il Papa ha risposto: «Ma come no! Ricordiamo Gesù quando ha pianto guardando Gerusalemme: “Gerusalemme, Gerusalemme, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli!”, come la gallina raduna i suoi pulcini sotto le ali». Dunque «Dio piange; Gesù ha pianto per noi». E in quel pianto c’è la rappresentazione del pianto del padre, «che ci vuole tutti con sé nei momenti difficili». 
Il Pontefice ha anche ricordato che nella Bibbia ci sono almeno «due momenti brutti in cui il padre risponde» al pianto del figlio. Il primo è l’episodio di Isacco che viene condotto da Abramo sul morte per essere offerto in olocausto: egli si accorge «che portavano il legno e il fuoco, ma non la pecorella per il sacrificio». Perciò «aveva angoscia nel cuore. E cosa dice? “Padre”. E subito la risposta: “Eccomi figlio”». Il secondo è quello di «Gesù nell’Orto degli Ulivi, con quell’angoscia nel cuore: “Padre, se è possibile allontana da me questo calice”. E gli angeli sono venuti a dargli forza. Così è il nostro Dio: è padre». 
Non solo: l’immagine di Davide che aspetta notizie seduto fra le due porte del palazzo fa venire in mente la parabola del capitolo 15 del vangelo di Luca, quella del padre che aspettava il figlio prodigo, «andatosene con tutti i soldi, con tutta l’eredità. Come sappiamo che lo aspettava?» si è domandato Papa Francesco. Perché — è la riposta che ci danno le scritture — «lo ha visto da lontano. E perché tutti i giorni saliva ad aspettare» che il figlio tornasse. In quel padre misericordioso, infatti, c’è «il nostro Dio», che «è padre». Da qui l’auspicio che la paternità fisica dei padri di famiglia e la paternità spirituale dei consacrati, dei sacerdoti, dei vescovi, siano sempre come quelle dei due protagonisti delle letture: «due uomini, che sono padri». 
In conclusione il Pontefice ha invitato a meditare su queste due «icone» — Davide che piange e il capo della sinagoga che si getta davanti a Gesù senza vergogna, senza timore di rendersi ridicolo, perché «in gioco c’erano i loro figli» — e ha chiesto ai fedeli di rinnovare la professione di fede, dicendo «Credo in Dio Padre» e domandando allo Spirito Santo di insegnarci a dire «Abba, Padre». Perché, ha concluso, «è una grazia poter dire a Dio: Padre, con il cuore».
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