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venerdì 16 maggio 2014

Tra memoria e speranza

Gesù non è un eroe solitario venuto dal cielo per salvarci, ma è il punto centrale e il fine ultimo della storia che Dio ha iniziato con il suo popolo. Per questo il cristiano dev’essere sempre un uomo eucaristico che cammina tra memoria e speranza, mai una monade solitaria. Se infatti non si cammina con il popolo, se non si appartiene alla Chiesa, la fede è solo una cosa artificiale da laboratorio. Lo ha detto Papa Francesco nella messa celebrata giovedì 15 maggio nella cappella della Casa Santa Marta.
«È curioso — ha fatto notare il Papa — che quando gli apostoli annunciano Gesù Cristo mai incominciano da Lui», dalla sua persona, «dicendo: Gesù Cristo è il salvatore!». No, gli apostoli iniziano invece la loro testimonianza partendo sempre «dalla storia del popolo». E lo vediamo oggi, ha fatto notare, nel brano degli Atti degli apostoli (13, 13-25) che racconta, appunto, la testimonianza di san Paolo ad Antiochia in Pisìdia. Ma «lo stesso fa Pietro nei suoi primi discorsi e lo stesso aveva fatto Stefano».
Così, quando agli apostoli viene chiesto «perché credete in quest’uomo?», ecco che loro incominciano a parlare di «Abramo e tutta la storia del popolo». La ragione di questo atteggiamento è chiara: «Gesù non si capisce senza questa storia, Gesù è proprio il fine di questa storia verso il quale questa storia va, cammina».
Dunque, si legge negli Atti degli apostoli, Paolo si alzò nella sinagoga e disse: «Uomini d’Israele, il Dio di questo popolo d’Israele scelse i nostri padri». Paolo disse proprio «scelse i nostri padri», incominciando perciò il suo discorso «con la scelta che Dio ha fatto di un uomo, Abramo», a cui diede il comando di uscire dalla sua terra, dalla casa dei suoi padri. Dio scelse, ha spiegato il Papa, dando inizio in questo modo a «un cammino di elezione: il popolo di Dio è un popolo scelto, eletto, ma sempre in cammino».
Ecco perché, ha affermato ancora il Pontefice, «non si può capire Gesù Cristo senza questa storia di preparazione verso Lui». E, di conseguenza, «non si può capire un cristiano fuori dal popolo di Dio». Perché «il cristiano non è una monade, lì da solo. No, lui appartiene al popolo, alla Chiesa». A tal punto che «un cristiano senza Chiesa è una cosa puramente ideale, non è reale!».
Siamo davanti, ha proseguito, alla «promessa di Dio»: io farò di te un popolo grande! Così «questo popolo cammina con una promessa». E qui entra la dimensione della memoria: «È importante che noi, nella nostra vita, abbiamo presente la dimensione della memoria» ha sottolineato il Pontefice. Infatti, ha aggiunto, «un cristiano è un “memorioso” della storia del suo popolo; è “memorioso” del cammino che il popolo ha fatto; è “memorioso” della sua Chiesa». Un cristiano, dunque, è un uomo che ha «la memoria» del passato.
In questa dimensione della memoria «il popolo cammina verso la definitiva promessa, verso la pienezza; è un popolo eletto che ha una promessa nel futuro e cammina verso questa promessa, verso l’adempimento di questa promessa». Per questo, ha spiegato ancora, «un cristiano nella Chiesa è un uomo, una donna, con speranza. Ha speranza nella promessa, che non è aspettativa: è un’altra cosa! È proprio speranza: avanti! È la speranza che non delude!». E così «guardando indietro, il cristiano è una persona “memoriosa”; chiede la grazia della memoria, sempre!». Invece «guardando avanti, il cristiano è un uomo e una donna di speranza». Tra memoria e speranza, «nel presente il cristiano segue il cammino di Dio e rinnova l’alleanza con Dio». In pratica «dice al Signore continuamente: sì, io voglio i comandamenti; io voglio la tua volontà; io voglio seguirti!». Così facendo «è un uomo di alleanza». Proprio «l’alleanza — ha detto il Papa — la celebriamo noi tutti i giorni qui», sull’altare. Dunque il cristiano è sempre «una donna, un uomo eucaristico».
In questo contesto, ha precisato il vescovo di Roma «non si può capire un cristiano solo». Come, del resto, «non si può capire Gesù Cristo solo». Infatti «Gesù Cristo non è caduto dal cielo come un eroe che viene a salvarci. No, Gesù Cristo ha storia!». E «possiamo dire — ed è vero questo — che Dio ha storia perché ha voluto camminare con noi». Ecco, allora, perché «non si può capire Gesù Cristo senza storia». Ed ecco anche perché «un cristiano senza storia, un cristiano senza popolo, un cristiano senza Chiesa non si può capire: è una cosa di laboratorio, una cosa artificiale, una cosa che non può avere vita».
La meditazione di Papa Francesco ha portato poi a un esame di coscienza: com’è la nostra identità cristiana? Domandiamoci, ha suggerito «se la nostra identità cristiana è appartenenza a un popolo, la Chiesa». Perché se non fosse così, «noi non siamo cristiani». Invece «siamo entrati nella Chiesa col battesimo».
A questo proposito è importante, ha detto ancora il Papa, «avere l’abitudine di chiedere la grazia della memoria del cammino che ha fatto il popolo di Dio». La grazia anche della «memoria personale: cosa ha fatto Dio con me nella mia vita, come mi ha fatto camminare?». E, ha proseguito, bisogna saper anche «chiedere la grazia della speranza che non è ottimismo: è un’altra cosa». E, infine, «chiedere la grazia di rinnovare tutti i giorni l’alleanza con il Signore che ci ha chiamato». Il Signore, ha concluso il Papa, «ci dia queste tre grazie che sono necessarie per l’identità cristiana».
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