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martedì 21 gennaio 2014

Per un esame di coscienza

«Ci vergogniamo degli scandali nella Chiesa?». È un profondo esame di coscienza quello proposto da Papa Francesco giovedì 16 gennaio, durante l’omelia della messa celebrata nella cappella della casa Santa Marta. Un esame di coscienza che va alla radice delle ragioni dei «tanti scandali» che ha detto di non voler «menzionare singolarmente» perché «tutti sappiamo dove sono».
E proprio a causa degli scandali non si dà al «santo popolo di Dio il pane della vita» ma «un pasto avvelenato». Gi scandali — ha spiegato ancora il Papa — sono avvenuti perché «la parola di Dio era rara in quegli uomini, in quelle donne» che li hanno creati, approfittando della loro «posizione di potere e di comodità nella Chiesa» senza però avere a che fare con «la parola di Dio». Perché, ha puntualizzato, non vale a nulla dire «io porto una medaglia» o «io porto la croce» se non si ha «un rapporto vivo con Dio e con la parola di Dio!». Inoltre alcuni di questi scandali — ha precisato ancora il Papa — hanno giustamente anche «fatto pagare tanti soldi».
La riflessione del Pontefice è stata ispirata dalla preghiera del salmo responsoriale — il numero 43 — proclamato nella liturgia odierna. Una preghiera che si riferisce a quanto raccontato nella prima lettura e cioè alla sconfitta di Israele. Se ne parla nel primo libro di Samuele (4- 1,11). Recita il salmo citato dal Papa: «Signore, ci hai respinti e coperti di vergogna, e più non esci con le nostre schiere. Ci hai fatto fuggire di fronte agli avversari e quelli che ci odiano ci hanno depredato». È con queste parole, ha detto il Pontefice, che «prega il giusto di Israele dopo tante sconfitte che ha avuto nella sua storia».
Sconfitte che suscitano alcune domande: «Perché il Signore ha lasciato Israele così, nelle mani dei filistei? Il Signore ha abbandonato il suo popolo? Ha nascosto il suo volto?». Il Papa ha precisato che la domanda di fondo è: «Perché il Signore ha abbandonato il suo popolo in quella lotta contro i nemici? Ma non i nemici soltanto del popolo, ma del Signore!». Nemici che «odiavano Dio», che «erano pagani».
«La chiave per cercare una risposta» a questa domanda decisiva il Pontefice l’ha indicata in alcuni versetti della liturgia di ieri: «La parola del Signore era rara in quei giorni» (1 Samuele 3, 1). «In mezzo al suo popolo — ha spiegato ancora riferendosi alla Scrittura — non c’era la parola del Signore, a tal punto che il ragazzo Samuele non capiva» chi fosse a chiamarlo. Il popolo, dunque, «viveva senza la parola del Signore. Se ne era allontanato». Il vecchio sacerdote Eli era «debole» e «i suoi figli, due volte menzionati qui», erano «corrotti: spaventavano il popolo e lo bastonavano». Così «senza la parola di Dio, senza la forza di Dio» lasciavano spazio al «clericalismo» e alla «corruzione clericale».
In questo contesto però, ha proseguito il Papa, il popolo si «accorge» di essere «lontano da Dio e dice “andiamo a cercare l’arca”». Ma portano «l’arca nell’accampamento» come se fosse l’espressione di una magia: dunque non si erano messi alla ricerca del Signore ma di «una cosa che è magica». E con l’arca «si sentono sicuri».
Dal canto loro, «i filistei capirono il pericolo» soprattutto dopo aver udito «l’eco di quell’urlo» che suscitò l’arrivo dell’arca nell’accampamento di Israele e si chiesero cosa significasse. «Vennero a sapere — ha proseguito — che era arrivata nel loro campo l’arca del Signore». Si legge infatti nel libro di Samuele: «I filistei ne ebbero timore e si dicevano: “È venuto Dio nell’accampamento!”». Dunque i filistei avevano pensato che erano andati a cercare Dio e che egli era realmente giunto nel loro accampamento. Invece il popolo di Israele non si era reso conto che con l’arca non era «entrata la vita».
E la Scrittura racconta poi nel dettaglio le due sconfitte contro i filistei: nella prima i morti furono circa quattromila; nella seconda trentamila. Inoltre «l’arca di Dio fu presa dai filistei e i due figli di Eli, Ofni e Fineès, morirono».
«Questo brano della Scrittura — ha notato il Papa — ci fa pensare» a «come è il nostro rapporto con Dio, con la parola di Dio. È un rapporto formale, è un rapporto lontano? La parola di Dio entra nel nostro cuore, cambia il nostro cuore, ha questo potere o no?». Oppure «è un rapporto formale, tutto bene, ma il cuore è chiuso a quella parola?».
Una serie di domande — ha precisato il Pontefice — che «ci porta a pensare a tante sconfitte della Chiesa. A tante sconfitte del popolo di Dio». Sconfitte dovute «semplicemente» al fatto che il popolo «non sente il Signore, non cerca il Signore, non si lascia cercare dal Signore». Poi dopo il verificarsi della tragedia ci si rivolge al Signore per chiedere «ma Signore che è successo?». Si legge nel salmo 43: «Hai fatto di noi il disprezzo dei nostri vicini, lo scherno e la derisione di chi ci sta intorno. Ci hai resi la favola delle genti, su di noi i popoli scuotono il capo». Ed è ciò che porta, ha notato Papa Francesco, a «pensare agli scandali della Chiesa: ma ci vergogniamo?». E ha aggiunto: «Tanti scandali che io non voglio menzionare singolarmente, ma tutti li sappiamo. Sappiamo dove sono!». Alcuni «scandali — ha detto — hanno fatto pagare tanti soldi. Sta bene... ». Ed è stato a questo punto che ha parlato senza mezzi termini di «vergogna della Chiesa» per quegli scandali che suonano come tante «sconfitte di preti, di vescovi, di laici».
La questione, ha proseguito il Pontefice, è che «la parola di Dio in quegli scandali era rara. In quegli uomini, in quelle donne, la parola di Dio era rara. Non avevano un legame con Dio. Avevano una posizione nella Chiesa, una posizione di potere, anche di comodità». Ma «non la parola di Dio». E «a nulla vale dire “ma io porto una medaglia, io porto la croce: sì come quelli portavano l’arca, senza un rapporto vivo con Dio e con la parola di Dio!». E ricordando le parole di Gesù riguardo gli scandali, ha ripetuto che da essi «è venuta tutta una decadenza del popolo di Dio, fino alla debolezza, la corruzione dei sacerdoti».
Papa Francesco ha concluso l’omelia con due pensieri: la parola di Dio e il popolo di Dio. Quanto al primo ha proposto un esame di coscienza: «È viva la parola di Dio nel nostro cuore? Cambia la nostra vita o è come l’arca che va e viene» o «l’evangeliario bellissimo» ma «non entra nel cuore?». Quanto al popolo di Dio si è soffermato sul male che a esso fanno gli scandali: «Povera gente — ha detto — povera gente! Non diamo da mangiare il pane della vita! Non diamo da mangiare la verità! Diamo da mangiare un pasto avvelenato, tante volte!».
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