Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.

martedì 4 dicembre 2012

Uno sguardo ha salvato me e salverà tutti voi (Contributi 768)

Leggo e riporto da Tempi questa testimonianza di Padre Aldo Trento:


Il cristianesimo si trasmette attraverso una sana invidia, affermava un mio amico. Per questo è necessario un cuore semplice per riconoscere chi tra noi porta nel suo volto i tratti evidenti della presenza di Cristo. Nella Clinica San Riccardo Pampuri, ogni giorno ci colpiscono persone che lavorano con noi, che vivono una certezza granitica per cui non esiste situazione nella quale non sia evidente la presenza oggi di Cristo. Sono molte le persone che ci donano ogni giorno la gioia e il gusto di vivere, che ha come origine la certezza che Cristo è un fatto, un avvenimento che permette di vivere ogni giorno tutti i particolari della vita con una serenità che suscita quella sana invidia che Sant’Agostino esprimeva con una domanda: «Se questi e quelli, perché non io?». Abbiamo bisogno di incontrare persone innamorate di Cristo, in particolare in questo tempo nel quale l’uomo ha perso il grande orizzonte dell’Infinito.
La presenza di Cristo che tutti abbiamo bisogno di vedere, toccare e ascoltare nella Clinica si impone. Le due lettere che trovate di seguito sono una testimonianza di come sorella Sonia “l’angelo bianco della Clinica”, viva circondata solo di sofferenza, con quella passione per Cristo che lei vive in ogni momento. La sua è una presenza che riesce a raggiungere e commuovere il cuore di tutti perché sostenuta e definita dall’amore di Cristo. Non esiste paziente che non sia affascinato dal suo stile di vita, che riflette la bellezza del divino evidente in quella tenerezza sorridente e che nasce dal suo modo di stare di fronte al Mistero in tutto ciò che vive, soffre e offre.
Guardandola camminare per la Clinica, regalando a coloro che incontra il suo sorriso limpido, brillante della presenza di Cristo a cui ha consegnato tutta la sua vita, perfino il più lontano dalla fede non può non sentirsi abbracciato da Qualcuno più grande e che si rende presente nel suo modo di vivere. È sufficiente una presenza come quella di sorella Sonia per sostenere la Clinica nella sua totalità.
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Da cosa nasce questo senso di mancanza? Questa domanda si desta nell'uomo vivo che avverte in se stesso e negli altri una “mancanza” che rimanda all'assenza di una ragione ultima, quella fonte che compie tutte le esigenze di totalità del cuore umano portandole alla pienezza. Quando Eladio alcuni giorni fa è entrato nella nostra Clinica, in coma, senza familiari, senza amici, senza vestiti e avvolto in un lenzuolo mi chiedevo: «Da dove nasce questo disinteresse, questa mancanza di attenzione verso la persona, tanto da ridurla a una cosa, prescindendo dalla sua natura originale?». «Amerai il prossimo tuo come te stesso», tratterai l’altro come tratti te stesso. Inevitabilmente, se vogliamo essere seri con la nostra umanità, dobbiamo ammettere che il punto di partenza sono io. Nella misura in cui mi guardo con tenerezza guarderò l’altro secondo la sua verità. E quale è la sua verità? Che l’altro è rapporto con il Mistero, che è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, che il suo nome, come il mio, è scritto da sempre nel Cielo. 
Chi ha avvolto in un lenzuolo Eladio non si guarda con la tenerezza che gli permette di abbracciare e attraversare la crosta di un uomo povero e abbandonato. Se non mi lasciassi provocare da questo fatto, introducendo in me stessa una tensione verso l’Infinito che mi suscita grandi domande, la calma sempre in agguato finirebbe per vincere, deformando la mia bella esperienza di Cristo. Don Carrón ci dice spesso che Cristo è venuto a educarci rispetto a questa percezione dell’“io”. Una persona ha recentemente scritto a una sua amica: «Qualcuno mi ha aperto gli occhi e mi ha fatto scoprire chi sono io, che la mia vita vale perché è amata». Se mi accontentassi di avvolgere in un lenzuolo un corpo nudo di una persona che neanche può protestare perché è in coma, il mio “io” smetterebbe di esistere, perché smetterebbe di amare, non terrebbe più conto della totalità di ciò che sono: figlia di Dio-amore, un “io” amato da un Altro per il solo fatto che respira. Risponderei quindi solo alla necessità di infagottarlo in maniera meccanica. Invece, se io sono seria con l’essenzialità del mio “io” lo amerei commuovendomi e muovendomi per vivere pienamente la mia umanità, con tutte le sue esigenze, per essere di più me stessa. Che cosa è questa assenza, questa mancanza dell’umano? È l’assenza di un cuore inquieto che non si accontenta di nient’altro che non sia Cristo stesso. Questa mancanza di tensione nel riconoscere la Sua presenza amorosa nell'abbandonato, in colui che ha bisogno, nelle vicende di ogni giorno, è la mancanza di un’umanità sveglia, che è attenta e ascolta sempre la voce del suo Amato: «Lo avete fatto a me».
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Non posso dimenticarmi quegli occhi. Come è nata la mia coscienza tenera e appassionata verso me stessa? È nata quando degli occhi mi hanno guardata secondo la profondità della mia verità, quando hanno scrutato le profonde viscere del mio “io” e hanno risvegliato in me lo stupore di vedermi amata e abbracciata per quello che sono: relazione con il Mistero. 
Non posso dimenticare gli occhi di padre Aldo, il cui sguardo su di me è stato decisivo, perché è entrato nella mia storia cambiandola e trasformandola in una novità di vita. Solamente l’abbraccio di questo sguardo è stato sufficiente per farmi capire che la mia sofferenza e la malattia che pesava sulle mie spalle non erano ciò che mi definiva. Quello che mi definisce è il fatto di esistere, di essere stata creata da un Altro. 
Questo sguardo che ha attraversato il midollo delle mie ossa mi ha fatto esclamare: «Cristo mi ha guardata!». Gesù non guardava i suoi apostoli per ciò che facevano o per gli esiti che raggiungevano, ma perché i loro nomi erano scritti nel Cielo. Questo modo originale di guardarli provocava in loro una commozione unica che gli permetteva di guardarsi a loro volta con la stessa passione, con la tenerezza che prima non avevano. 
Io, che sono stata guardata così e continuo a essere guardata in questo modo diverso, non posso ridurre il mio sguardo all'apparenza di quello che ho di fronte, avvolgendomi in fantasie, nelle immagini della mia mente. Non posso non lasciarmi provocare dalla verità che è più in là della crosta che cerca di bloccarmi. La coscienza donata di me stessa mi obbliga a essere vera con la mia umanità, ad affrontare la realtà come si presenta, come occasione perché si sveli il mio rapporto con il Mistero. Mi obbliga a chiedermi continuamente: «Chi è Cristo per me?». È un’idea che plana sopra la terra o è Qualcuno che è dentro le mie paure, i miei dolori, le mie tristezze, le mie antipatie, le circostanze, per dare a loro un significato, un perché redentore? Quante testimonianze di questa coscienza tenera e appassionata di se stessi ci offrono ogni giorno i malati della Clinica. Norma, che è arrivata da noi angosciata, stanca di credere e sperare in Dio, grazie a uno sguardo tenero su di lei, dice di vedersi diversa, cambiata: «Non sono uguale a prima, non posso più vivere senza pensare che Dio mi sostiene». Hipólito diffondeva la gioia che regnava nel suo cuore, dipendeva da tutto e tutti, ma era certo che il Signore avrebbe deciso su di lui secondo la Sua volontà e ripeteva: «Sono nelle mani di Dio». Alcuni pazienti di Hiv, se prima si concepivano come cose spinte dall'istintività del momento, una volta guardati con questa coscienza si guardano come persone, il cui “io” è costruito giorno dopo giorno da Qualcuno di più grande. 
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Un prete -vestito come una volta- per le strade di Marsiglia (Contributi 767)

Leggo e riporto da Tempi questo articolo  (poi ditemi se non vorreste incontrare un   prete così):

Quella tonaca nera svolazzante sulla rue Canabière, tra una folla più maghrebina che francese, ti fa voltare. Toh, un prete, e vestito come una volta, per le strade di Marsiglia. Un uomo bruno, sorridente, eppure con un che di riservato, di monacale. E che storia, alle spalle: cantava nei locali notturni di Parigi, solo otto anni fa è stato ordinato e da allora è parroco qui, a Saint-Vincent-de-Paul. 
Ma la storia in realtà è anche più complicata: Michel-Marie Zanotti-Sorkine, 53 anni, discende da un nonno ebreo russo, immigrato in Francia, che prima della guerra fece battezzare le figlie. Una di queste figlie, scampate all'Olocausto, ha messo al mondo padre Michel-Marie, che per parte paterna è invece mezzo corso e mezzo italiano. (Che bizzarro incrocio, pensi: e guardi con stupore la sua faccia, cercando di capire com'è un uomo, con dietro un tale nodo di radici). Ma se una domenica entri nella sua chiesa gremita, e ascolti come parla di Cristo con semplici quotidiane parole; e se osservi la religiosa lentezza dell’elevazione dell’ostia, in un silenzio assoluto, ti domandi chi sia questo prete, e cosa in lui affascini, e faccia ritornare chi è lontano. 
Infine ce l’hai davanti, nella sua canonica bianca, claustrale. Sembra più giovane dei suoi anni; non ha quelle rughe di amarezza che marchiano col tempo la faccia di un uomo. Una pace addosso, una letizia che stupisce. Ma lei chi è?, vorresti chiedergli immediatamente. 
Davanti a un pasto frugale, cenni di una vita intera. Due splendidi genitori. La madre, battezzata ma solo formalmente cattolica, lascia che il figlio frequenti la Chiesa. La fede gli è contagiata “da un vecchio prete, un salesiano in talare nera, uomo di fede generosa e smisurata”. Il desiderio, a otto anni, di essere sacerdote. A tredici perde la madre: “Il dolore mi ha devastato. E però non ho mai dubitato di Dio”. L’adolescenza, la musica, e quella bella voce. I piano bar di Parigi potranno sembrare poco adatti a discernere una vocazione religiosa. Eppure, intanto che la scelta lentamente matura, i padri spirituali di Michel-Marie gli dicono di restare nelle notti parigine: perché anche lì c’è bisogno di un segno. La vocazione infine preme. Nel 1999, a 40 anni, si avvera il desiderio infantile: sacerdote, e in talare, come quel vecchio salesiano. 
Perché la talare? “Per me – sorride – è una divisa da lavoro. Vuole essere un segno per chi mi incontra, e soprattutto per chi non crede. Così sono riconoscibile come sacerdote, sempre. Così per strada sfrutto ogni occasione per fare amicizia. Padre, mi chiede uno, dov'è la posta? Venga, l’accompagno, rispondo io, e intanto si parla, e scopro che i figli di quell'uomo non sono battezzati. Me li porti, dico alla fine; e spesso quei bambini, poi, li battezzo. Cerco in ogni modo di mostrare con la mia faccia un’umanità buona. L’altro giorno addirittura – ride – in un bar un vecchio mi ha chiesto su quali cavalli puntare. Io gli ho dato i cavalli. Ho chiesto scusa alla Madonna, fra me: ma sai, le ho detto, è per fare amicizia con quest’uomo. Come diceva un prete, che è stato mio maestro, a chi gli chiedeva come convertire i marxisti: ‘Occorre diventare loro amici’, rispondeva”. 
Poi, in chiesa, la messa è severa e bella. Il prete affabile della Canabière è un prete rigoroso. Perché cura tanto la liturgia? “Voglio che tutto sia splendente attorno all'eucarestia. Voglio che all'elevazione la gente capisca che Lui è qui, davvero. Non è teatro, non è pompa superflua: è abitare il Mistero. Anche il cuore ha bisogno di sentire”. 
Lui insiste molto sulla responsabilità del sacerdote, anzi in un suo libro – ha scritto numerosi libri, e scrive ancora, a volte, canzoni – afferma che un sacerdote che abbia la chiesa vuota si deve interrogare e dire: “È a noi che manca il fuoco”. Spiega: “Il sacerdote è ‘alter Christus’, è chiamato a riflettere in sé Cristo. Questo non significa chiedere a noi stessi la perfezione; ma essere consci dei nostri peccati, della nostra miseria, per poter comprendere e perdonare chiunque si presenti in confessionale”. 
In confessionale, padre Michel-Marie va tutte le sere, con assoluta puntualità, alle cinque, sempre. (La gente, dice, deve sapere che il prete c’è, comunque). Poi resta in sacristia fino alle undici, per chiunque desideri andarci: “Voglio dare il segno di una disponibilità illimitata”. A giudicare dal continuo pellegrinaggio di fedeli, a sera, si direbbe che funzioni. Come una domanda profonda che emerga da questa città, apparentemente lontana. Cosa vogliono? “La prima cosa è sentirsi dire: tu sei amato. La seconda: Dio ha un progetto su di te. Non bisogna farli sentire giudicati, ma accolti. Occorre far capire che l’unico che può cambiare la loro vita è Cristo. E Maria. Due sono le cose che secondo me permettono un ritorno alla fede: l’abbraccio mariano, e l’apologetica appassionata, che tocca il cuore”. 
“Chi mi cerca – continua – prima di tutto domanda un aiuto umano, e io cerco di dare tutto l’aiuto possibile. Non dimenticando che il mendicante ha bisogno di mangiare, ma ha anche un’anima. Alla donna offesa dico: mandami tuo marito, gli parlo io. Ma poi, quanti vengono a dire che sono tristi, che vivono male… Allora chiedo: da quanto lei non si confessa? Perché so che il peccato pesa, e la tristezza del peccato tormenta. Mi sono convinto che ciò che fa soffrire tanta gente è la mancanza dei sacramenti. Il sacramento è il divino alla portata dell’uomo: e senza questo nutrimento non possiamo vivere. Io vedo la grazia operare, e che le persone cambiano”. 
Giornate totalmente donate, per strada, o in confessionale, fino a notte. Dove prende le forze? Lui – quasi pudicamente, come si parla di un amore – dice di un profondo rapporto con Maria, di una confidenza assoluta con lei: “Maria è l’atto di fede totale, nell'abbandono sotto alla Croce. Maria è assoluta compassione. È pura bellezza offerta all'uomo”. E ama il rosario, l’umiltà del rosario, il prete della Canabière: “Quando confesso, spesso dico il rosario, il che non mi impedisce di ascoltare; quando do la comunione, prego”. Lo ascolti intimidita. Ma allora, tutti i preti dovrebbero avere una dedizione assoluta, quasi da santi? “Io non sono un santo, e non credo che tutti i preti debbano essere santi. Però possono essere uomini buoni. La gente sarà attratta dal loro volto buono”. 
Problemi, in strade a così forte presenza di musulmani immigrati? No, dice semplicemente: “Rispettano me e questa veste”. In chiesa accoglie chiunque con gioia: “Anche le prostitute. Do loro la comunione. Che dovrei dire? Diventate oneste, prima di entrare qui? Cristo è venuto per i peccatori e io ho l’ansia, nel negare un sacramento, che lui un giorno me ne possa rendere conto. Ma noi sappiamo ancora la forza dei sacramenti? Ho il dubbio che abbiamo troppo burocratizzato l’ammissione al battesimo. Penso al battesimo di mia madre ebrea, che, quanto alla richiesta di mio nonno, fu un atto solo formale: eppure, anche da quel battesimo è venuto un sacerdote”. 
E la nuova evangelizzazione? “Vede – dice al congedo, nella sua canonica – più invecchio e più capisco ciò che ci dice Benedetto XVI: tutto davvero ricomincia da Cristo. Possiamo solo tornare alla sorgente”. Più tardi poi lo intravedi da lontano, per strada, con quella veste nera mossa dal passo veloce. “La porto – ti ha detto – perché mi riconosca uno che magari altrimenti non incontrerei mai. Quello sconosciuto, che mi è estremamente caro”.
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lunedì 3 dicembre 2012

Stati "vegetativi" ??? (Contributi 766)

Leggo e riporto da La Bussola questo articolo: 


Scott Routley è un canadese trentanovenne che per 12 anni è stato considerato in stato “vegetativo” (vedi sotto, per capire le virgolette di “vegetativo”), in seguito ad una lesione cerebrale gravissima. Da quel momento non ha più mostrato segni di consapevolezza. 
Fino alla recente scoperta: Scott è cosciente e ha comunicato che non prova dolore. 
Ha dato questa risposta ad un team di medici, guidati dal neurologo Adrian Owen, che monitoravano la sua attività cerebrale mediante una risonanza magnetica. «Scott è stato in grado di dimostrare che ha una mente conscia e pensante. Lo abbiamo analizzato più volte e il suo modello di attività cerebrale mostra che sta chiaramente scegliendo di rispondere alle nostre domande. Crediamo che sappia chi è e dove si trova», ha spiegato Owen, che è stato soprannominato il “lettore della mente” per i suoi studi sui soggetti con lesioni cerebrali. 
Infatti, Owen (con M. Coleman, M. Boly, M. Davis, S. Laureys e J. Pickard) ha pubblicato già nel 2006, sulla prestigiosa rivista «Science» (n. 313 [2006], p. 1402), uno studio dal significativo titolo Detecting Awareness in the Vegetative State, in cui riferiva per esempio il caso di Judy, una ragazza inglese, anch'essa considerata in stato “vegetativo”, che invece risultava in qualche misura cosciente. 
Owen, infatti, aveva già studiato l’attivazione delle aree cerebrali di soggetti coscienti in reazione a certe domande, a certe richieste e a certi stimoli; fece le stesse domande e le stesse richieste a Judy: per esempio le chiese di immaginare di giocare una partita a tennis o di camminare dentro casa. La sorpresa fu rilevare che nel cervello della ragazza l’attivazione era identica a quella dei soggetti coscienti. 
Da notare che, quando Scott ha reagito alle domande dei medici, dal punto di vista di un osservatore esterno è rimasto in stato “vegetativo”, passivo: non si è manifestato cioè alcun cambiamento esteriore. 
Ma è emerso che egli è interiormente attivo. 
In Italia c’è poi il caso di Salvatore Crisafulli, un siciliano in stato considerato “vegetativo” che, dopo essersi ripreso, ha comunicato che durante il suo apparente stato di incoscienza in realtà capiva ciò che accadeva intorno a lui e tremava quando sentiva qualcuno parlare di “staccare la spina”. 
Ovviamente i casi citati – ed altri che si potrebbero menzionare (alcuni, non certo tutti, sono utilmente riportati in www.documentazione.info/stato-vegetativo-ecco-alcuni-casi-di-risveglio) – non sono identici, ma hanno un minimo comun denominatore, molto significativo, che entra in contrasto con chi invoca l’eutanasia per chi versa in stato “vegetativo”. 
In effetti, anzitutto, la mancanza di autocoscienza non toglie all'uomo quella dignità incommensurabile che gli appartiene, quindi non autorizza ad ucciderlo. Ma questa affermazione richiederebbe una lunga spiegazione che qui non è possibile svolgere. 
Inoltre, la nozione di stato “vegetativo” è una manipolazione linguistica, perché induce a pensare che il soggetto in questo stato non sia più un essere umano, bensì un vegetale. Invece (come illustrava già Aristotele), è l’essere (la natura) di un’entità ciò che determina le sue potenzialità e che determina il suo agire (per esempio una farfalla ha una sua natura, perciò non può avere le potenzialità di un gatto e non può compiere le attività di un gatto e lo stesso vale per il gatto e le sue attività, che non possono essere quelle della farfalla): non si può agire in un certo modo se non si ha già la natura corrispondente (un animale non può volare se prima di volare non ha già la natura del volatile, un albero non può produrre mele se prima di produrle non ha già la natura del melo, ecc.). E la mera cessazione dell’agire non può cambiare la natura di un ente: un melo non smette di essere melo perché non produce più mele, un pesce non smette di essere pesce se non riesce più a nuotare e una persona non smette di essere persona se, in stato “vegetativo”, cessa di compiere attività razionali. È perciò corretto definire piuttosto questa condizione «sindrome da veglia aresponsiva», come si comincia a fare nel linguaggio medico. 
Ma, in più, il caso di Routley e altri casi analoghi mostrano che ci sono soggetti con questa sindrome che durante il loro apparente stato di incoscienza in realtà capiscono ciò che accade e ciò che viene detto loro, che vogliono parlare, ma non ci riescono; quindi non è per niente detto che la vita di questi soggetti sia priva di autocoscienza, anzi ci sono ormai diversi casi in cui è chiaro il contrario. 
Forse era così anche per Eluana Englaro: come scrive la sua cartella clinica, alla data 15 ottobre 1993, «stimolata a dire la parola “mamma” è riuscita a dirla due volte, in modo comprensibile» (cfr. il bell'articolo di Lucia Bellaspiga e Pino Ciociola, uscito su «Avvenire» del 9 febbraio 2010) 
Insomma, non c’è per nulla certezza che questi soggetti siano privi di coscienza, né che lo siano definitivamente. Perciò, dobbiamo applicare il principio di prudenza: anche qualora (e non è così) la dignità umana dipendesse dall'esercizio dell’autocoscienza, non dobbiamo correre il rischio di uccidere degli uomini che potrebbero essere autocoscienti e che potrebbero riprendersi. §§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§

domenica 2 dicembre 2012

Domenica I avvento 2-dic-2012 (Angelus 110)

Cari fratelli e sorelle! 
Oggi la Chiesa inizia un nuovo Anno liturgico, un cammino che viene ulteriormente arricchito dall'Anno della fede, a 50 anni dall'apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II. Il primo Tempo di questo itinerario è l’Avvento, formato, nel Rito Romano, dalle quattro settimane che precedono il Natale del Signore, cioè il mistero dell’Incarnazione. La parola «avvento» significa «venuta» o «presenza». Nel mondo antico indicava la visita del re o dell’imperatore in una provincia; nel linguaggio cristiano è riferita alla venuta di Dio, alla sua presenza nel mondo; un mistero che avvolge interamente il cosmo e la storia, ma che conosce due momenti culminanti: la prima e la seconda venuta di Gesù Cristo. La prima è proprio l’Incarnazione; la seconda è il ritorno glorioso alla fine dei tempi. Questi due momenti, che cronologicamente sono distanti – e non ci è dato sapere quanto –, in profondità si toccano, perché con la sua morte e risurrezione Gesù ha già realizzato quella trasformazione dell’uomo e del cosmo che è la meta finale della creazione. Ma prima della fine, è necessario che il Vangelo sia proclamato a tutte le nazioni, dice Gesù nel Vangelo di san Marco (cfr Mc 13,10). La venuta del Signore continua, il mondo deve essere penetrato dalla sua presenza. E questa venuta permanente del Signore nell'annuncio del Vangelo richiede continuamente la nostra collaborazione; e la Chiesa, che è come la Fidanzata, la promessa Sposa dell’Agnello di Dio crocifisso e risorto (cfr Ap 21,9), in comunione con il suo Signore collabora in questa venuta del Signore, nella quale già comincia il suo ritorno glorioso. 
A questo ci richiama oggi la Parola di Dio, tracciando la linea di condotta da seguire per essere pronti alla venuta del Signore. Nel Vangelo di Luca, Gesù dice ai discepoli: «I vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita … vegliate in ogni momento pregando» (Lc 21,34.36). Dunque, sobrietà e preghiera. E l’apostolo Paolo aggiunge l’invito a «crescere e sovrabbondare nell'amore» tra noi e verso tutti, per rendere saldi i nostri cuori e irreprensibili nella santità (cfr 1 Ts 3,12-13). In mezzo agli sconvolgimenti del mondo, o ai deserti dell’indifferenza e del materialismo, i cristiani accolgono da Dio la salvezza e la testimoniano con un diverso modo di vivere, come una città posta sopra un monte. «In quei giorni – annuncia il profeta Geremia – Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia» (33,16). La comunità dei credenti è segno dell’amore di Dio, della sua giustizia che è già presente e operante nella storia ma che non è ancora pienamente realizzata, e pertanto va sempre attesa, invocata, ricercata con pazienza e coraggio. 
La Vergine Maria incarna perfettamente lo spirito dell’Avvento, fatto di ascolto di Dio, di desiderio profondo di fare la sua volontà, di gioioso servizio al prossimo. Lasciamoci guidare da lei, perché il Dio che viene non ci trovi chiusi o distratti, ma possa, in ognuno di noi, estendere un po’ il suo regno di amore, di giustizia e di pace.
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giovedì 29 novembre 2012

Bussola is back (Contributi 765)

E'tornata on-line dopo lunga assenza La Bussola online (era ora). 
Questo il primo editoriale a firma di Mons.Negri: 

Se la nuova evangelizzazione a cui ci ha richiamato in maniera indimenticabile il beato Giovanni Paolo II fin dalle prime righe della Redemptor Hominis costituisce la preoccupazione fondamentale della Chiesa nella situazione attuale del mondo e della società, bisogna anzitutto ricordare che la nuova evangelizzazione è un flusso di vita che dalla Chiesa si diffonde agli uomini che vivono in questo determinato periodo della storia, e a seconda che incontri aperture o chiusure provoca la comunicazione della fede o il rifiuto di essa. 
La nuova evangelizzazione quindi è una chiamata che il Papa fa in prima persona a tutte le comunità ecclesiali perché ritrovino in maniera più profonda la coscienza della propria identità, della novità intellettuale e morale rappresentata dalla vita di Cristo in noi e dalla responsabilità di comunicare inesorabilmente questa novità fino agli estremi confini del mondo. 
E questa comunicazione di vita, questa vita del popolo cristiano non è riducibile a nessuna misura o nessun condizionamento di carattere etnico, storico, culturale, perché nasce e rinasce incessantemente per opera dello Spirito Santo che – come ci ha ricordato il papa Benedetto XVI nei suoi interventi al Sinodo – è l’unico, vero, grande protagonista della Storia della Salvezza, alla cui opera gli uomini sono chiamati a collaborare con la totalità della loro intelligenza e della loro capacità affettiva. 
Si apre quindi uno scenario di un’umile ma certa fiducia nel fatto che la Chiesa sta vivendo, sta ritrovando vita in situazioni anche così diverse, nel contesto mondiale di oggi. E le vive come un avvenimento di vita buona, una compagnia buona, una compagnia capace di accogliere l’uomo in tutte le sue dimensioni e in tutti i suoi bisogni. E del resto questa – come ho ricordato al Sinodo – è stata la grande resistenza ai totalitarismi della fine del XIX e di tutto il XX secolo. La Chiesa ha fatto la resistenza ponendosi come popolo ed esprimendo poi, da questa sua natura di popolo, linee dottrinali e socio-politiche. Ma la resistenza non è stata la resistenza di un’ideologia religiosa a ideologie di tipo ateistico. Quindi che si rinnovi l’esperienza nella Chiesa della fede ecclesiale, della fede in Cristo che - come ci ha ricordato Benedetto XVI – è la fede che si vive in un popolo. 
Questa fede ecclesiale deve prendere oggi consapevolezza della sua irriducibile novità culturale, deve rivivere la grande e tradizionale certezza della fede che ha preso forme in maniera indimenticabile nel magistero di Giovanni Paolo II: se la fede non diventa cultura non è realmente accolta, pienamente vissuta, umanamente ripensata. 
Occorre che investiamo liberamente, gratuitamente, rispettosamente la vita di ogni uomo del grande annuncio che Cristo è la via, la verità e la vita, la rivelazione definitiva di Dio e la rivelazione definitiva dell’uomo. E questa è la possibilità di penetrare dentro il tessuto della problematicità umana con criteri di lettura e di manipolazione che sono assolutamente unici e irriducibili a qualsiasi altra posizione ideologico-culturale. 
Così e solo così la nuova evangelizzazione favorirà un dialogo, un dialogo vivo tra le posizioni culturali e religiose più diverse, perché – e questo ce lo ha ricordato benissimo il Papa, riecheggiando le parole della Dominus Iesus – il dialogo è espressione di un’identità forte: se i cristiani sono depositari di un’identità forte e la vivono, sono capaci di conoscere, di incontrare, di valorizzare, di giudicare. Il dialogo non è un indistinto e relativistico incontro-scontro in cui poi alla fine vince chi ha la maggioranza dei mezzi economici o comunicativi. 
Questa è certamente la grande responsabilità che abbiamo oggi: a partire dalla nostra identità riaccendere il dialogo. E questo è certamente il motivo per cui è importante che ci sia La Nuova Bussola Quotidiana, chiamata a proseguire il lavoro iniziato due anni fa. Io ho sempre amato la Bussola Quotidiana fin dal suo inizio perché l’ho sentita uno strumento fondamentale di approfondimento della coscienza cristiana e di capacità di vivere il dialogo spassionato con tutte le posizioni umane dignitose, cioè affermate con dignitosa razionalità e con grande benevolenza.
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martedì 27 novembre 2012

Il lavoro è gioia, allegria, preghiera, non recriminazione (Contributi 764)

Un articolo - tratto da Tempi - di Aldo Trento dal Paraguay 


 «Un tempo un cantiere era un luogo della terra dove gli uomini erano felici. Oggi un cantiere è un luogo della terra dove gli uomini recriminano, si odiano, si battono; si uccidono. Ai miei tempi tutti cantavano (me escluso, ma io ero già indegno di appartenere a quel tempo). Nella maggior parte dei luoghi di lavoro si cantava; oggi vi si sbuffa». 
Così, lo scrittore Charles Péguy, nella sua opera Il denaro, descrive i tempi in cui «nel lavoro stava la loro gioia, e la radice profonda del loro essere. E la ragione stessa della loro vita. Vi era un onore incredibile del lavoro, il più bello di tutti gli onori, il più cristiano, il solo forse che possa rimanere in piedi». 
Chi oggi pensa al lavoro umano così? In Italia, che noi definiamo un paese cattolico, il primo maggio hanno celebrato il giorno dei lavoratori e sono emersi come sempre discorsi sul popolo e la “sua tragedia”: il lavoro. Si parla di “rivendicazione”, di sfide, di “lotte” e fino a un certo punto è giusto. Ma questo è tutto? È lo stesso che si chiedeva il mistico scrittore francese, repubblicano e socialista come si autodefiniva. Seguendo le sue riflessioni possiamo trovare un raggio di luce per capire il problema di fondo che ci colpisce come lavoratori oggi. «Abbiamo conosciuto un onore del lavoro identico a quello che nel Medioevo governava le braccia e i cuori. Proprio lo stesso, conservato intatto nell'intimo. Abbiamo conosciuto l’accuratezza spinta sino alla perfezione, compatta nell'insieme, compatta nel più minuto dettaglio. Abbiamo conosciuto questo culto del lavoro ben fatto perseguito e coltivato sino allo scrupolo estremo. Ho veduto, durante la mia infanzia, impagliare seggiole con lo stesso identico spirito, e col medesimo cuore, con i quali quel popolo aveva scolpito le proprie cattedrali», esclamava poeticamente Péguy. 
Cos'è in fondo la critica dello scrittore, se non la denuncia dello spirito che oggi domina le nostre relazioni lavorative nel nostro paese, dove ci inorgogliamo quando lavoriamo meno rispetto agli altri ma portiamo a casa uno stipendio più alto, dove quando si fa un briciolo di carriera abbiamo già la necessità di una segretaria e dell’autista per sottolineare il nostro status di lavoratori di classe A? Molte volte proviamo vergogna per i lavori manuali, per non parlare di quello collegato alla cura della casa, come se fossero impieghi deplorevoli. 
La mentalità borghese non è solo quella che domina tra la gente altolocata, ma anche nel popolo si vede e si sente questo stesso modo di pensare, si osserva questa posizione di fronte al lavoro. «Il popolo non esiste più. Tutti sono borghesi. Quel poco che sopravvive dell’antica aristocrazia, o meglio delle antiche aristocrazie, è divenuto una borghesia meschina. L’antica aristocrazia è diventata anch'essa una borghesia del denaro. L’antica borghesia si è trasformata in una borghesia squallida, una borghesia del denaro. Quanto agli operai, hanno ormai un’idea soltanto: farsi borghesi», accusava in maniera decisa Péguy. 
Tutto il male è venuto dalla borghesia che ha cominciato a trattare il lavoro dell’uomo come un valore di borsa e il lavoratore ha cominciato, a sua volta, a trattare come un valore di borsa il suo stesso lavoro. 
Oggi viviamo in un regime di giochi di borsa e di perenni ricatti. 
Che distanza dalla descrizione del lavoro cristiano: «Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali». 
Che bellezza si trova nel lavoro dell’uomo fedele a se stesso! Qualsiasi sia il settore del proprio lavoro: ufficio, ambulatorio, cucina, confessionale, opera di costruzione… Il lavoro è un motivo di allegria per l’uomo. 
Un’espressione del suo essere. 
Una collaborazione personale, cioè umana, all'opera divina della creazione. Quegli operai si sarebbero sorpresi molto se gli fosse stato detto che alcun anni dopo i loro compagni si sarebbero messi d’accordo per lavorare il meno possibile. Quegli operai provavano, continua Péguy, «un disgusto senza fine per il lavoro mal fatto. Un disprezzo per chi avesse lavorato male. Ma una tale intenzione nemmeno li sfiorava». Allontaniamoci per un momento dal discorso, dalla teoria, dall'ideologia, dalle chiacchiere che sovrabbondano in questi giorni sui lavoratori e i loro “oppressori”. Guardiamo per un istante la nostra realtà: ciò che diceva Péguy continua a essere vero ai nostri giorni. 
Se fossimo sinceri, ammetteremmo che uno dei più grandi fallimenti del nostro tempo è che abbiamo perso il senso e il gusto del lavoro come espressione allegra del nostro io. È come se dovessimo mettere al sicuro qualcosa, un asso nella manica. Vivo è colui che trionfa senza sforzo, con abilità, senza passione, senza lavoro. Tutto è subordinato al denaro: gli orari, i vestiti, i progetti. Certo che il denaro è importante. Questo strangolamento, che sentiamo da parte del potere borghese, ci fa desiderare perfino ciò che ben sappiamo non potremmo raggiungere neanche in tre vite. Cose, denaro, molteplici oggetti a cui attribuiamo valore, come se fossero dei. La vanità invade i cuori della gente che vive nei quartieri esclusivi, come pure i cuori di coloro che chiudono la loro abitazione con pezzi di cartone. 
Il nostro modello è sempre il “primo mondo”, i famosi paesi sviluppati, un mondo forgiato per anni grazie al lavoro delle persone, tra cui molti cristiani, che vedevano nei loro sforzi creativi qualcosa di molto più importante del prestigio o dello stipendio: era il bene comune. 
Ma cosa sta succedendo in Europa? Tutta questa crisi finanziaria a livello mondiale è la prova dolorosa del fatto che in economia, nella finanza, nel mondo del lavoro non si può sostenere un sistema umano senza tener conto dell’umano. 
In Irlanda, per esempio, il governo sta spronando i lavoratori disoccupati a ritornare a imparare professioni che nessuno faceva più: muratore, macellaio, calzolaio… Stanno ritornando a valorizzare il lavoro, perché la speculazione finanziaria dei super uffici e delle limousine è crollata, e sta crollando in molti altri paesi del mondo. In Europa sono centinaia di migliaia le persone licenziate. E cosa stanno capendo? Che bisogna ritornare alle radici se vogliono uscire da questa crisi! 
È necessario rivalorizzare il lavoro, la famiglia e la fede: fonti genuine di ricchezza sociale e materiale. Continuiamo a sognare la costruzione di un paese ideale, ma lo facciamo con discorsi, senza sacrifici, senza lavoro onesto, o peggio anche a forza di un puritanesimo che accusa la corruzione, come se ci fosse un uomo che scappasse dalla miseria del peccato originale. 
Così non si costruisce un paese. 
Se ogni cattolico si mettesse oggi di fronte allo specchio trasparente di Cristo, figlio di Giuseppe, il falegname di Nazareth, potrebbe vedere come Zaccheo che avvengono molte truffe, molti furti, che è diffuso l’ozio, che c’è molto da rettificare a livello lavorativo. Con l’aiuto di Dio tutti possiamo fare questo passo. 
È sicuramente necessario un cambiamento radicale, ma non per spodestare gli imprenditori e stabilire una dittatura del proletariato, come alcuni antiquati intellettualoidi propongono, ma per prendere sul serio ciò che, in maniera molto rigida, consigliava san Paolo: «Se qualcuno non vuole assolutamente lavorare, non mangi». 
Ed è lo stesso che con nostalgia descrive lo scrittore francese ricordando i lavoratori cristiani: «Dicevano per ridere, e per prendere in giro i loro curati, che lavorare è pregare, e non sapevano di dire così bene». 
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La superbia (Interventi 153)

La superbia è una forza diabolica che annulla ogni possibilità di amare Dio e il prossimo, è una forza la quale non solo ti divide dagli altri, ma ti mette contro gli altri. il superbo pensa soltanto a sé, lui solo hai i diritti comuni a tutte le creature, lui solo ha ragione specialmente quando ha torto, egli non solo è il primo ma è l’unico per cui non riconosce i suoi doveri e neppure i valori umani e cristiani del prossimo. Il superbo è legato soltanto al proprio Ego e non è in grado di pensare che gli altri sono uomini e donne che hanno bisogno delle stesse cose che vuole avere lui. 
Quando un uomo o una donna è legato al proprio Ego in una maniera alterata esclude l’altro, l’altro è Dio e il prossimo. 
La superbia per natura sua è egoismo, conosce soltanto il proprio modo di vedere, di pensare, di sentire, non è in grado di fare una discussione senza imporre il proprio parere, non accetterà mai che l’altro abbia ragione. 
Dio è carità, coloro che seguono Cristo sono dotati dell’amore dello Spirito Santo, questo amore li unisce a Dio mediante una sottomissione umile e gioiosa alla sua volontà e li unisce al prossimo mediante il dono del meglio di se stessi. L’amore è apertura del cuore e della vita verso gli altri. se tu sei attaccato esageratamente al tuo Ego, se sei un “Ego dipendente” non farai mai l’esperienza della dolcezza dell’amore che si sacrifica per un ideale, non sarai mai un uomo vero, sarai incapace di donare qualcosa di te per cui vivrai senza amore, non puoi fare altro che diventare vittima di te stesso, nel senso che non riuscirai mai a rinunziare alla realizzazione di quello che è peggiore in te. 
Il tuo Ego ti impedirà sempre di cercare la verità e il bene per cui ti donerà l’impossibilità di cercare e trovare un rapporto con Cristo e con il suo Vangelo. 
Il tuo Ego è sterile o addirittura atrofizzato, privo di qualsiasi attività capace di edificare qualcosa di bello e di buono per cui sei un condannato alla solitudine, radicalmente diviso da Dio e dal prossimo, anche dalle persone con cui vivi sotto lo stesso tetto, sei un povero infelice, lascia che te lo dica: sei un fallito anche se pensi di essere chi sa chi. 
L’uomo che non conosce l’amore perde non solo tutti i valori della fede cristiana, ma perde tutti i valori umani e condanna gli altri a sopportarlo e spesso anche a odiarlo. 
La divisione incomincia dalla incomprensione, l’incomprensione porta alla confusione dei rapporti umani, nel senso che rende impossibile collaborare insieme per realizzare qualcosa di bello. 
La confusione porta alla dispersione, è impossibile stare con lui, è impossibile andare d’accordo con lui, tutti si allontanano, quelli che non possono allontanarsi fisicamente, si allontano col cuore e con l’interesse per lui. Il destino del superbo è segnato da una infelicità profonda che lo rende insopportabile a se stesso e agli altri. è un fallito perché fa soltanto compassione, è un uomo che non interessa a nessuno.
(Don Vincenzo Carone)
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lunedì 26 novembre 2012

Obbedisco (Interventi 152)

Non lo disse, ma lo scrisse, ho visto il telegramma autografo. Il 9 agosto 1866 Garibaldi si trovava nel piccolo centro trentino di Bezzecca dove, tre settimane prima, aveva respinto un contrattacco austriaco guadagnando l'unica grande vittoria italiana nella Terza guerra d'Indipendenza. Con i suoi "Cacciatori delle Alpi", il generale si preparava a entrare nella regione (allora parte dell'impero austro-ungarico) per liberare Trento. A fermarlo fu la notizia dell'ormai prossimo armistizio tra Italia e Austria, giunta quel giorno assieme all'ordine del generale La Marmora di sgomberare il Trentino entro 24 ore. Allora Garibaldi impugnò la penna e, in risposta, scrisse la famosa frase: "Ho ricevuto il dispaccio n. 1073. Obbedisco. G. Garibaldi". 
I militari sanno che con gli ordini non si scherza - esiste un'autorità e va obbedita. Anche nella nostra vita, pur non essendo militari, c'è un'autorità a cui far riferimento in ogni situazione che è al di fuori della nostra portata - magari una di quelle che stai vivendo adesso. E non c'è discussione su chi ha il comando. 
In Luca 7, a partire dal versetto 2 c'è un racconto che ce lo dice molto chiaramente. «Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l'aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: "Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano, perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga". Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: "Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto"». 
E il suo messaggio continua così: «"Ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito. Anch'io infatti sono uomo sottoposto a un'autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all'uno: Va' ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fa' questo, ed egli lo fa". All'udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: "Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!". E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito». 
Se ricordo bene, questa è l'unica volta che nel vangelo di Luca Gesù è sorpreso in positivo dalla fede di qualcuno. E mentre da un lato rimprovera i suoi discepoli per la loro «poca fede», d'altro lato elogia questo militare pagano per «una fede così grande». Perchè? Se riusciamo a capire che cosa ha impressionato Gesù nella fede di quest'uomo, possiamo cercare di imitarla e sperimentare così miracoli sorprendenti. 
Questo pagano ha capito il legame tra fede e autorità. Anche se ha speso molta parte della sua vita comandando, ora si trova a vivere una situazione al di là del suo comando - la malattia di un servo che gli era caro. Magari anche tu stai vivendo in questo periodo una situazione al di fuori del tuo controllo. Ma quest'uomo ha capito che Gesù aveva il completo controllo della situazione - così come lui aveva il completo controllo dei suoi subalterni. Così: "Gesù, se tu vuoi questa malattia può guarire. Se invece tu dici a questa malattia: 'Fai il tuo corso', lei lo farà!" 
La «fede così grande» confida totalmente nella completa autorità di Gesù su quello che è assolutamente al di là delle mie possibilità. Io non so cosa tu stia affrontando in questo periodo, ma so chi ha autorità su di esso. Se Gesù dice: "Vai" o "Vieni" o "Fai questo" a una cosa che ti sembra impossibile - tu obbedisci. Non sono le persone con cui stai insieme che decidono il risultato finale - è Gesù. Non è la situazione in cui adesso ti trovi che decide come finirà - è Gesù. Non è la situazione economica a decidere... o la persona che si frappone... o le tue capacità - chi decide è Gesù! 
Allora prega intensamente, preoccupati di meno, riposa un po' di più, e vai avanti con coraggio e fiducia. Prega e agisci come se Gesù fosse al comando - lo è davvero! Lui parlerà alla tua tempesta, alla tua situazione o alla tua difficoltà e dirà, essenzialmente: "Fa' questo!". E così sarà! 
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto don Luciano
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domenica 25 novembre 2012

Domenica XXXIV t.ord. Cristo Re 25-nov-2012 (Angelus 109)

Cari fratelli e sorelle! 
Oggi la Chiesa celebra Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo. Questa solennità è posta al termine dell’anno liturgico e riassume il mistero di Gesù «primogenito dei morti e dominatore di tutti i potenti della terra» (Orazione Colletta Anno B), allargando il nostro sguardo verso la piena realizzazione del Regno di Dio, quando Dio sarà tutto in tutti (cfr 1 Cor 15,28). San Cirillo di Gerusalemme afferma: «Noi annunciamo non solo la prima venuta di Cristo, ma anche una seconda molto più bella della prima. La prima, infatti, fu una manifestazione di patimento, la seconda porta il diadema della regalità divina; … nella prima fu sottoposto all'umiliazione della croce, nella seconda è attorniato e glorificato da una schiera di angeli» (Catechesis XV,1 Illuminandorum, De secundo Christi adventu: PG 33, 869 A). Tutta la missione di Gesù e il contenuto del suo messaggio consistono nell'annunciare il Regno di Dio e attuarlo in mezzo agli uomini con segni e prodigi. «Ma – come ricorda il Concilio Vaticano II – innanzitutto il Regno si manifesta nella stessa persona di Cristo» (Cost. dogm. Lumen gentium, 5), che lo ha instaurato mediante la sua morte in croce e la sua risurrezione, con cui si è manifestato quale Signore e Messia e Sacerdote in eterno. Questo Regno di Cristo è stato affidato alla Chiesa, che ne è «germe» ed «inizio» e ha il compito di annunciarlo e diffonderlo tra tutte le genti, con la forza dello Spirito Santo (cfr ibid.). Al termine del tempo stabilito, il Signore consegnerà a Dio Padre il Regno e gli presenterà tutti coloro che hanno vissuto secondo il comandamento dell’amore. 
Cari amici, tutti noi siamo chiamati a prolungare l’opera salvifica di Dio convertendoci al Vangelo, ponendoci con decisione al seguito di quel Re che non è venuto per essere servito ma per servire e per dare testimonianza alla verità (cfr Mc 10,45; Gv 18,37). In questa prospettiva invito tutti a pregare per i sei nuovi Cardinali che ieri ho creato, affinché lo Spirito Santo li rafforzi nella fede e nella carità e li ricolmi dei suoi doni, così che vivano la loro nuova responsabilità come un’ulteriore dedizione a Cristo e al suo Regno. Questi nuovi membri del Collegio Cardinalizio ben rappresentano la dimensione universale della Chiesa: sono Pastori di Chiese nel Libano, in India, in Nigeria, in Colombia, nelle Filippine, e uno di essi è da lungo tempo al servizio della Santa Sede. 
Invochiamo la protezione di Maria Santissima su ciascuno di essi e sui fedeli affidati al loro servizio. La Vergine ci aiuti tutti a vivere il tempo presente in attesa del ritorno del Signore, chiedendo con forza a Dio: «Venga il tuo Regno», e compiendo quelle opere di luce che ci avvicinano sempre più al Cielo, consapevoli che, nelle tormentate vicende della storia, Dio continua a costruire il suo Regno di amore.
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venerdì 23 novembre 2012

Confessione (Interventi 151)


‎"Desidero soffermarmi con voi su un aspetto talora non sufficientemente considerato, ma di grande rilevanza spirituale e pastorale: il valore pedagogico della Confessione sacramentale. 
Se è vero che è sempre necessario salvaguardare l’oggettività degli effetti del Sacramento e la sua corretta celebrazione secondo le norme del Rito della Penitenza, non è fuori luogo riflettere su quanto esso possa educare la fede, sia del ministro, sia del penitente. 
La fedele e generosa disponibilità dei sacerdoti all'ascolto delle confessioni, sull'esempio dei grandi Santi della storia, da san Giovanni Maria Vianney a san Giovanni Bosco, da san Josemaría Escrivá a san Pio da Pietrelcina, da san Giuseppe Cafasso a san Leopoldo Mandić, indica a tutti noi come il confessionale possa essere un reale “luogo” di santificazione." 
(Papa Benedetto XVI)
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Nel cammino della vita cristiana (Interventi 150)


Nel cammino della vita cristiana secondo la volontà di Dio ti troverai sempre sprovveduto dei mezzi adeguati per andare avanti perché le tentazioni non sono trascurabili, i tuoi limiti e le tue fragilità ti danno sempre la sensazione di frenare, emerge la voglia di abbandonarsi allo scoraggiamento: sarebbe bello, ma non è per me.
Il coraggio ti manca, come manca a tutti, dico a tutti indistintamente perché la vita cristiana supera di gran lunga i limiti e le possibilità degli uomini e delle donne. il coraggio per realizzare gli impegni che ti sono stati raccomandati dal Vangelo non lo devi desumere da te, la tua volontà navigherebbe nell'assurdo.
Non devi considerare quello che sei, fai bene a mascherare la verità di te stesso di fronte agli altri, ma non puoi ignorare quello che sei veramente.
Se guardi a te stesso emerge la verità di una vita vissuta inutilmente o addirittura nel peccato. Sono sicuro che la coscienza ti rimprovera duramente, il rimprovero della coscienza è sconcertante in tutti, il Papa in un suo discorso disse: io sono un peccatore. Se ti fermi a queste considerazioni convinci te stesso che non riuscirai mai a trovare il coraggio di vivere degnamente la vita cristiana.
Non considerare neppure il presente, il quale alla luce della crisi che minaccia la sopravvivenza della società umana, ti fa perdere sicuramente la fede.
Non considerare le difficoltà che devi superare.
Se consideri te stesso e la tua vita passata non sentirai in te la forza di fare propositi santi e pensieri di speranza.
Devi guardare soltanto a Cristo, soltanto Lui è capace di prendersi cura di te e di darti tutti i mezzi spirituali per mettere in pratica i propositi santi e i pensieri santi. ti perdona sempre e tutto perché Lui è un Dio misericordioso, se tu ti impegni a vivere secondo il suo insegnamento, starà sempre vicino a te, ti darà il coraggio che ti manca e tutti i mezzi spirituali perché tu possa portare a termine il cammino della tua conversione.
Gesù ti donerà la virtù della speranza che per te sarà una luce nelle tenebre fitte che avvolgono l’umanità intera, tenebre causate dalla mentalità edonistica e materialista degli uomini e delle donne, le tenebre della crisi che non si riesce a risolvere sono piombate quando gli uomini e le donne hanno cacciato via Iddio dalla loro vita e hanno seguito gli allettamenti della proprie passioni e della volontà di stabilire autonomamente il bene e il male.
Gli uomini hanno cosi consegnato il mondo a satana perché insegnasse loro a fare del peccato la realtà più profonda della loro vita. la luce della speranza che tu hai acceso mediante la volontà di realizzare il cammino di conversione, ti dona il coraggio di credere che Dio da questo male universale ricaverà un bene universale, il passaggio dal male al bene non può essere indolore, chi non ha la fede soccomberà, chi ha la fede troverà una vita rinnovata in un mondo che si rinnova.
(Don Vincenzo Carone)
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giovedì 22 novembre 2012

Preghiera a Gesù Cristo Re

O Gesù Cristo, io Vi riconosco per Re universale. Tutto ciò che è stato fatto, per Voi è stato creato. Esercitete pure sopra di me tutti i Vostri diritti. 
 Io rinnovo le promesse del battesimo rinunciando a Satana, alle sue pompe e alle sue opere, e prometto di vivere da buon cristiano. Ed in modo particolare mi impegno a far trionfare, con tutte le mie forze, i diritti di Dio e della Vostra Chiesa. 
 Divino Cuor di Gesù, io Vi offro le mie povere azioni allo scopo di ottenere che tutti i cuori riconoscano la Vostra sacra Regalità; e affinché il Regno della Vostra pace si stabilisca nell'universo intero. 
Amen.
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Là dove c'è Maria (Santi 7)

Là dove c'è Maria, non ci può essere lo spirito maligno; e uno dei segni più infallibili che si è guidati dallo spirito buono, sta nel fatto di essere molto devoti di Maria, di pensare spesso a lei e di parlarne sovente (..) come il respiro è un segno certo che il corpo non è morto, così il pensiero frequente e l'invocazione amorosa di Maria sono un segno sicuro che l'anima non è morta a causa del peccato. 
San Luigi Maria Monfort
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lunedì 19 novembre 2012

Carina Melchior che non voleva morire (Contributi 763)

Leggo e riporto da Tempi questo articolo: 

Quando la sua attività cerebrale sembrava quasi scomparsa, i dottori, convinti che le probabilità di sopravvivenza fossero pochissime, e che se anche si fosse ripresa sarebbe vissuta in stato vegetativo, hanno comunicato ai genitori che le avrebbero tolto ossigeno, alimentazione e idratazione. 
A riportare la vicenda è stato a fine ottobre il Daily Mail. 

DAL LETTO AL GALOPPO 
La storia di Carina Melchior, danese di 20 anni, coinvolta in un incidente stradale, che l’anno scorso l’aveva mandata in coma, ha riaperto il dibattito sui trattamenti di fine vita del suo paese. Il cervello di Carina, infatti, dava ancora segnali di vita seppur minimi, quando i medici hanno avvisato i suoi genitori che a breve avrebbero tolto alla ragazza i supporti vitali per procedere alla donazione di organi. La famiglia aveva salutato Carina ed era tornata a casa in attesa di procedere secondo il giudizio dei medici, quando l’ospedale ha telefonato ai genitori avvisandoli che la ragazza si era svegliata. Ma quasi a ribellarsi Carina ha aperto gli occhi appena i medici le hanno tolto i supporti vitali. Ora la ragazza parla, cammina ed è tornata a cavalcare il suo cavallo Mathilde di cui aveva subito chiesto poco dopo aver ripreso coscienza. 

“VOLEVATE UCCIDERMI?” 
Carina al risveglio ha poi inchiodato i medici, domandando loro più volte se volevano ucciderla. Mentre suo padre Kim li ha denunciati, convinto della troppa disinvoltura con cui gli hanno comunicato false certezze, convincendolo che non ci fosse più alcuna speranza. Un medico danese, intervistato dal Daily Mail, ha invece scusato i medici parlando di un caso di “cattiva informazione”, nel senso che i dottori avrebbero solo sbagliato nel comunicare la morte celebrale prima che il tempo richiesto dal protocollo per la donazione degli organi fosse effettivamente giunto al termine, il che non significa che non avrebbero aspettato fino all’effettivo scadere dei tempi. Ma la famiglia di Carina e la ragazza stessa vogliono comunque fare chiarezza, dato che i supporti vitali le erano stati tolti prima del tempo richiesto per dichiararne la morte celebrale. 

LINEE GUIDA 
Intanto il governo danese sta già scrivendo delle linee guida molto più rigide di quelle precedenti, che non permettano ai medici di rimuovere i sostegni vitali finché la morte celebrale non sia accertata. E per sensibilizzare l’opinione pubblica Carina e la sua famiglia hanno girato un video, intitolato La ragazza che non voleva morire, in cui si racconta tutta la vicenda dall'incidente fino alla ribellione e alla successiva riabilitazione. 
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domenica 18 novembre 2012

Domenica XXXIII t.ord. 18-nov-2012 (Angelus 108)

Cari fratelli e sorelle! 
In questa penultima domenica dell’anno liturgico, viene proclamata, nella redazione di San Marco, una parte del discorso di Gesù sugli ultimi tempi (cfr. Mc 13,24-32). Questo discorso si trova, con alcune varianti, anche in Matteo e Luca, ed è probabilmente il testo più difficile dei Vangeli. Tale difficoltà deriva sia dal contenuto sia dal linguaggio: si parla infatti di un avvenire che supera le nostre categorie, e per questo Gesù utilizza immagini e parole riprese dall'Antico Testamento, ma soprattutto inserisce un nuovo centro, che è Lui stesso, il mistero della sua persona e della sua morte e risurrezione. Anche il brano odierno si apre con alcune immagini cosmiche di genere apocalittico: «Il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli verranno sconvolte» (v. 24-25); ma questo elemento viene relativizzato da ciò che segue: «Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria» (v. 26). Il «Figlio dell’uomo» è Gesù stesso, che collega il presente e il futuro; le antiche parole dei profeti hanno trovato finalmente un centro nella persona del Messia nazareno: è Lui il vero avvenimento che, in mezzo agli sconvolgimenti del mondo, rimane il punto fermo e stabile. 
A conferma di questo sta un’altra espressione del Vangelo di oggi. Gesù afferma: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (v. 31). In effetti, sappiamo che nella Bibbia la Parola di Dio è all'origine della creazione: tutte le creature, a partire dagli elementi cosmici – sole, luna, firmamento – obbediscono alla Parola di Dio, esistono in quanto «chiamati» da essa. Questa potenza creatrice della Parola divina si è concentrata in Gesù Cristo, Verbo fatto carne, e passa anche attraverso le sue parole umane, che sono il vero «firmamento» che orienta il pensiero e il cammino dell’uomo sulla terra. Per questo Gesù non descrive la fine del mondo, e quando usa immagini apocalittiche, non si comporta come un «veggente». Al contrario, Egli vuole sottrarre i suoi discepoli di ogni epoca alla curiosità per le date, le previsioni, e vuole invece dare loro una chiave di lettura profonda, essenziale, e soprattutto indicare la via giusta su cui camminare, oggi e domani, per entrare nella vita eterna. Tutto passa – ci ricorda il Signore –, ma la Parola di Dio non muta, e di fronte ad essa ciascuno di noi è responsabile del proprio comportamento. In base a questo saremo giudicati. 
Cari amici, anche nei nostri tempi non mancano calamità naturali, e purtroppo nemmeno guerre e violenze. Anche oggi abbiamo bisogno di un fondamento stabile per la nostra vita e la nostra speranza, tanto più a causa del relativismo in cui siamo immersi. La Vergine Maria ci aiuti ad accogliere questo centro nella Persona di Cristo e nella sua Parola. 
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Ordini fattibili (Interventi 149)

Una nuova riflessione di Don Luciano:


Chi è dentro al mondo della scuola mi capirà al volo. Tutti hanno un sacco di aspettative nei confronti della scuola: le famiglie, gli studenti, lo stato - e essere insegnati diventa sempre più complicato.
Qualche tempo fa, parlando con un'insegnate, mi diceva dalle quali emergeva tutta la sua frustrazione: "Continuano a tagliare il personale, ma il ministero è sempre più esigente sui programmi, sulle attività da fare e sulle ore extra che dobbiamo rimanere a scuola - ma senza sborsare un soldo. Decidono cosa dobbiamo fare, ma senza darci i soldi per farle".
Incarichi importanti senza risorse per adempierli - è davvero frustrante. Ma grazie a Dio, Lui non ci da mai un incarico senza provvederci nello stesso tempo anche le risorse per compierlo! Questo è davvero importante per te - specialmente se hai l'impressione che Dio ti stia guidando in situazioni dove sembra impossibile che ci sia un qualche aiuto.
In tutti questi anni di ministero ho cercato di tenere fisso nella mente e nel cuore 1Tessalonicesi 5, 24, e Dio non mi ha mai deluso. Dio ti fa questa questa promessa:
«Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!» Per dirla più semplicemente, Dio non ti abbandonerà mai nel mezzo di qualcosa che Lui ti ha chiesto di fare o di vivere.
Magari in questo momento il Signore ti sta conducendo in qualche territorio inesplorato. Forse hai una responsabilità di cui devi farti carico, un peso, o una sfida e non sai se sarai capace di affrontarla.
Ottimo. Queste sono le situazioni ideali in cui ci vuole un po' di te e molto di Dio. La promessa che hai è che se Lui ti sta chiamando a fare qualcosa, Lui la farà - attraverso di te. La tua parte di lavoro è mantenerti puro davanti a Lui, e darti da fare!
Dio non ti porterà mai dove la Sua grazia non potrà sostenerti. Magari non riesci a vedere da dove spunteranno i soldi per fare quello che Dio ti chiede - ma la Parola ci insegna che se Dio chiede, Dio paga! O come diceva qualcuno: "Tu fai la Sua volontà, e al resto Dio provvederà".
Forse ti senti inadeguato per quello che Dio ti sta chiedendo. Ottimo. Perché questo sta a dimostrare che tu non sei capace e che tutto il bene che ne verrà è solo a merito e gloria di Dio. L'apostolo Paolo lo ha espresso così:
«Non però che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio» (2Corinzi 3,5). Dio è glorificato quando persone che valgono poco - «zero e miseria, ottime condizioni!» direbbe san Giovanni Calabria - si fidano di Lui; sono questi quelli che Dio usa per fare miracoli. Dio vuole impossessarsi di te, riempirti con la Sua forza, le Sue idee, la Sua sapienza, il Suo amore.
Lui provvederà tutte le risorse spirituali di cui hai bisogno, tutti i mezzi umani, e anche quelli economici. Ricordati, la promessa è che «il mio Dio colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza in Cristo Gesù»
(Filippesi 4,19). Non in base alle tue misere risorse ma in base alle Sue infinite risorse!  Così questo è tutto quello che hai bisogno di sapere quando stai affrontando un problema che è più grande delle tue capacità - o quando stai pensando di abbandonare una chiamata o un compito che viene da
Dio. Quello che ti serve sapere è che mai Dio ti abbandona in quello che Lui ti ha chiesto di fare. Se Dio ti chiede, anche ti equipaggia!
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto
don Luciano


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sabato 17 novembre 2012

Gesú di Nazareth: Uomo-Dio (Contributi 762)

Una raccolta di brani del Vangelo sulla preghiera:


*Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Mt 6,8
*Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto. Mt 7,7
*Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Mt 7,8
*Tutto quello che chiederete con Fede nella preghiera, lo otterrete. Mt 21,22
*Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate Fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato. Mc 11,24
*La folla, accorsa, cominciò a chiedere ciò che sempre Egli le concedeva. Mc 15,8
*Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? Lc 11,11
*O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Lc 11,12
*Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono! Lc 11,13
*Cercate piuttosto il regno di Dio, e ciò che mangerete e vestirete vi sarà dato in aggiunta. Lc 12,31
*Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, Egli te la concederà. Gv 11,22
*Qualunque cosa chiederete nel Nome Mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Gv 14,13
*Se Mi chiederete qualche cosa nel Mio Nome, Io la farò. Gv 14,14
*Se rimanete in Me e le Mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. Gv 15,7
*In verità, in verità vi dico: Se chiederete qualche cosa al Padre nel Mio Nome, Egli ve la darà. Gv 16,23
*Finora non avete chiesto nulla nel Mio Nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. Gv 16,24
                                                                                             
PREGATE
*Ma Io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori. Mt 5,44
*Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Mt 6,5
*Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. Mt 6,6
*Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Mt 6,7
*Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il Tuo Nome. Mt 6,9
*Appena li ebbe congedati, salì sul monte a pregare. Mc 6,46
*Dovunque giungeva, in villaggi o città o campagne, ponevano i malati nelle piazze e Lo pregavano di potergli toccare almeno la frangia del mantello; e quanti Lo toccavano guarivano. Mc 6,56
*Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati. Mc 11,25
*Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo. Lc 21,36
*Giunto sul luogo, disse loro: Pregate, per non entrare in tentazione. Lc 22,40
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