Benvenuti
Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Papa Francesco nell'omelia a Santa Marta di oggi in questo commento di Tempi:

Papa Francesco, questa mattina nella Messa alla Casa Santa Marta, ha ribadito che il cristiano deve saper costruire ponti, non erigere muri. «Un cristiano deve annunziare Gesù Cristo in una maniera che Gesù Cristo venga accettato, ricevuto, non rifiutato. E Paolo sa che lui deve seminare questo messaggio evangelico. Lui sa che l’annunzio di Gesù Cristo non è facile, ma che non dipende da lui: lui deve fare tutto il possibile, ma l’annunzio di Gesù Cristo, l’annunzio della verità, dipende dalla Spirito Santo. Gesù ci dice nel Vangelo di oggi: “Quando verrà Lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”. Paolo non dice agli ateniesi: “Questa è la enciclopedia della verità. Studiate questo e avrete la verità, la verità!”. No! La verità non entra in una enciclopedia. La verità è un incontro; è un incontro con la Somma verità: Gesù, la grande verità. Nessuno è padrone della verità. La verità si riceve nell'incontro».
GESU’ PARLAVA CON TUTTI. Gesù, ha spiegato papa Francesco, «ha parlato con tutti»: peccatori, pubblicani, dottori della legge. Per questo, anche il cristiano che vuol portare il Vangelo «deve andare per questa strada: sentire tutti! Ma adesso è un buon tempo nella vita della Chiesa: questi ultimi 50 anni, 60 anni sono un bel tempo, perché io ricordo quando bambino si sentiva nelle famiglie cattoliche, nella mia: ‘”No, a casa loro non possiamo andare, perché non sono sposati per la Chiesa, eh!”. Era come una esclusione. No, non potevi andare! O perché sono socialisti o atei, non possiamo andare. Adesso – grazie a Dio – no, non si dice quello, no? Non si dice quello no? Non si dice! C’era come una difesa della fede, ma con i muri: il Signore ha fatto dei ponti. Primo: Paolo ha questo atteggiamento, perché è stato l’atteggiamento di Gesù. Secondo: Paolo è consapevole che lui deve evangelizzare, non fare proseliti».
NO PROSELITISMO, SI TESTIMONIANZA. La Chiesa, è stata la riflessione di papa Francesco che ha citato Benedetto XVI, «non cresce nel proselitismo», ma «cresce per attrazione, per la testimonianza, per la predicazione». «I cristiani che hanno paura di fare ponti e preferiscono costruire muri – ha aggiunto il pontefice – sono cristiani non sicuri della propria fede, non sicuri di Gesù Cristo. I cristiani invece, è stata la sua esortazione, facciano come Paolo e inizino a costruire ponti e ad andare avanti».
UNA CHIESA BELLA MA NON FECONDA. «Quando la Chiesa perde questo coraggio apostolico diventa una Chiesa ferma, una Chiesa ordinata, bella, tutto bello, ma senza fecondità, perché ha perso il coraggio di andare alle periferie, qui dove sono tante persone vittime dell’idolatria, della mondanità, del pensiero debole… tante cose. Chiediamo oggi a San Paolo che ci dia questo coraggio apostolico, questo fervore spirituale, di essere sicuri. “Ma, Padre, noi possiamo sbagliarci”…. “Avanti, se ti sbagli, ti alzi e avanti: quello è il cammino”. Quelli che non camminano per non sbagliarsi, fanno uno sbaglio più grave».
INDICAZIONI ALLE SUORE. Sempre questa mattina, papa Francesco, ricevendo in udienza le suore superiore delegate di 1900 ordini religiosi del mondo, ha dato tre indicazioni affinché la loro vocazione sia vissuta compiutamente: «Centralità di Cristo», «autorità come servizio d’amore», «sentire con la madre Chiesa». Tre indicazioni che non si può fare a meno di leggere in contrasto con quanto accaduto in America, con le religiose “ribelli”.
«Cosa sarebbe la Chiesa senza di voi?», si è chiesto papa Francesco – le mancherebbe affetto, maternità, tenerezza, intuizione di madre. Care sorelle – ha concluso – siate certe che vi seguo con affetto, io prego per voi, ma anche voi pregate per me».
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Un articolo di Massimo Introvigne riprende le parole di Papa Francesco su Rosario:
Nella serata del 4 maggio Papa Francesco si è recato a Santa Maria Maggiore, dove ha voluto presiedere la recita pubblica del Rosario. Già nell'udienza generale del Primo maggio il Papa aveva richiamato «all'importanza e alla bellezza della preghiera del Santo Rosario», raccomandando in questo mese di maggio, il mese di Maria, di recitarlo «assieme in famiglia, con gli amici, in Parrocchia» anche per rendere «più salda la vita familiare».
Il Rosario ha un ruolo molto importante nella vita spirituale di Papa Bergoglio. Commemorando il beato Giovanni Paolo II (1920-2005) poco dopo la sua morte, nel 2005 l’allora cardinale Bergoglio raccontava come fosse stato proprio l’esempio di Papa Wojtyla, vent'anni prima, a determinarlo all'impegno, sempre mantenuto, di recitare ogni giorno quelli che allora erano i quindici misteri del Rosario (sarebbero diventati venti con l’introduzione dei misteri della Luce nel 2002). Il beato Giovanni Paolo II – raccontò nel 2005 Bergoglio alla rivista «Trenta giorni» – «stava davanti a tutti, in ginocchio. Il gruppo era numeroso; vedevo il Santo Padre di spalle e, a poco a poco, mi immersi nella preghiera. Non ero solo: pregavo in mezzo al popolo di Dio al quale appartenevamo io e tutti coloro che erano lì, guidati dal nostro Pastore. Nel mezzo della preghiera mi distrassi, guardando alla figura del Papa: la sua pietà, la sua devozione erano una testimonianza.
E il tempo sfumò, e cominciai a immaginarmi il giovane sacerdote, il seminarista, il poeta, l’operaio, il bambino di Wadowice… nella stessa posizione in cui si trovava in quel momento, pregando Ave Maria dopo Ave Maria. La sua testimonianza mi colpì. Sentii che quell'uomo, scelto per guidare la Chiesa, ripercorreva un cammino fino alla sua Madre del cielo, un cammino iniziato fin dalla sua infanzia. E mi resi conto della densità che avevano le parole della Madre di Guadalupe a san Juan Diego [ca. 1474-1548]: “Non temere, non sono forse tua madre?”. Compresi la presenza di Maria nella vita del Papa. La testimonianza non si è persa in un istante. Da quella volta recito ogni giorno i quindici misteri del Rosario».
A Santa Maria Maggiore il Pontefice ha meditato sul titolo con cui Maria da secoli è invocata a Roma: «Salus Populi Romani». «Salus» significa sia salute sia salvezza, e il titolo indica che «Maria ci dona la salute», anzi «è la nostra salute». Ma che cosa significa in concreto dire che «la Madonna custodisce la nostra salute»? Papa Francesco ha evocato «tre aspetti: ci aiuta a crescere, ad affrontare la vita, a essere liberi».
Anzitutto, «una mamma aiuta i figli a crescere e vuole che crescano bene; per questo li educa a non cedere alla pigrizia – che deriva anche da un certo benessere –, a non adagiarsi in una vita comoda che si accontenta di avere solo delle cose». Crescere vuol dire diventare «forti, capaci di prendersi responsabilità, di impegnarsi nella vita, di tendere a grandi ideali». E la Vergine Maria «fa proprio questo con noi, ci aiuta a crescere umanamente e nella fede, a essere forti e non cedere alla tentazione dell’essere uomini e cristiani in modo superficiale, ma a vivere con responsabilità, a tendere sempre più in alto».
In secondo luogo, la Madonna ci educa «ad affrontare le difficoltà della vita. Non si educa, non si cura la salute evitando i problemi, come se la vita fosse un’autostrada senza ostacoli. La mamma aiuta i figli a guardare con realismo i problemi della vita e a non perdersi in essi, ma ad affrontarli con coraggio, a non essere deboli, e a saperli superare, in un sano equilibrio che una madre “sente” tra gli ambiti di sicurezza e le zone di rischio». Sono parole oggi poco di moda, ma va sempre ricordato che «una vita senza sfide non esiste e un ragazzo o una ragazza che non sa affrontarle mettendosi in gioco, è senza spina dorsale!».
Ma non siamo soli. Maria «ci è vicina, perché non perdiamo mai il coraggio di fronte alle avversità della vita, di fronte alla nostra debolezza, di fronte ai nostri peccati: ci dà forza, ci indica il cammino di suo Figlio». Quando dalla croce affida san Giovanni, in cui «tutti siamo rappresentati», a Maria, «il Signore ci affida nelle mani piene di amore e di tenerezza della Madre, perché sentiamo il suo sostegno nell'affrontare e vincere le difficoltà del nostro cammino umano e cristiano».
Terzo aspetto: «una buona mamma non solo accompagna i figli nella crescita, non evitando i problemi, le sfide della vita; una buona mamma aiuta anche a prendere le decisioni definitive con libertà». Oggi, però, non è più chiaro «cosa significa libertà». «Non è certo – spiega il Papa – fare tutto ciò che si vuole, lasciarsi dominare dalle passioni, passare da un’esperienza all'altra senza discernimento, seguire le mode del tempo; libertà non significa, per così dire, buttare tutto ciò che non piace dalla finestra. La libertà ci è donata perché sappiamo fare scelte buone nella vita!».
Maria ci educa non solo a fare scelte buone ma «scelte definitive», precisamente quelle scelte di cui noi oggi abbiamo paura. «Quanto è difficile, nel nostro tempo – ha detto il Pontefice – prendere decisioni definitive! Ci seduce il provvisorio. Siamo vittime di una tendenza che ci spinge alla provvisorietà… come se desiderassimo rimanere adolescenti per tutta la vita!».
Invece, non dovremmo avere paura «degli impegni definitivi, degli impegni che coinvolgono e interessano tutta la vita». Questi impegni oggi riguardano spesso, precisamente, la vita. «Tutta l’esistenza di Maria è un inno alla vita, un inno di amore alla vita»: «vita fisica e spirituale». In queste parole c’è un’eco dei «Rosari per la vita» che il cardinale Bergoglio promuoveva a Buenos Aires come pubblica preghiera contro l’aborto.
Il rifiuto della libertà e della vita non viene solo dalla cultura dominante. Si tratta di «tentazioni» che in ultima analisi vengono dal demonio. Nell'omelia mattutina a Santa Marta del 4 maggio, Papa Francesco aveva appena ricordato che se seguiamo Gesù «una delle conseguenze di questo è l’odio, è l’odio del mondo, e anche del principe di questo mondo. Il mondo amerebbe ciò che è suo». Ma Gesù «con la sua morte, con la sua resurrezione, ci ha riscattati dal potere del mondo, dal potere del diavolo, dal potere del principe di questo mondo. E l’origine dell’odio è questa: siamo salvati. E quel principe che non vuole, che non vuole che noi siamo stati salvati, odia».
Come difendersi allora «da queste seduzioni, da questi fuochi d’artificio che fa il principe di questo mondo?». Il Papa risponde raccomandando di non cominciare a «dialogare» con il diavolo, che «con le lusinghe ci ammorbidisce» così che alla fine «cadiamo nella trappola». «Con il principe di questo mondo non si può dialogare: e questo sia chiaro! […] Con quel principe non si può dialogare: soltanto rispondere con la Parola di Dio che ci difende, perché il mondo ci odia».
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Nuovo intervento di don Luciano dal Kenia :
I criceti sono animali che i bambini amano molto, sono divertenti - e
estremamente prevedibili. Almeno lo era quello che aveva un mio
compagno di classe. Aveva piazzato la gabbia all'entrata di casa, e
ogni volta che andavo dal mio amico, il suo criceto stava quasi sempre
facendo la stessa cosa - correre sulla ruota girevole. Era là, su
quella ruota cigolante, che sgambettava felice. Tornavi nel pomeriggio
- ed era ancora su quella ruota girevole. A consumare un mucchio di
energie senza andare da nessuna parte!
Anche tra chi crede in Dio c'è una categoria speciale di persone - i
cristiani super-impegnati. Molti dei quali sono, a loro insaputa, dei
criceti spirituali - sgambettano veloci sulla loro ruota, ma spesso
non concludendo nulla. Perché stanno facendo un mucchio di cose
giuste ...per un mucchio di motivi sbagliati.
Nella Bibbia c'è scritto a chiare lettere l'unico vero motivo
per cui
si dovrebbe servire Dio. E' in quel passo del Vangelo dove Gesù fa a
Pietro probabilmente la domanda più importante che abbia mai fatto.
Dopo che Pietro lo ha tradito tre volte, Gesù risorto lo chiama da
parte per un confronto da uomo a uomo. Sta scritto in Giovanni 21, a
partire dal versetto 15. Ecco qui la domanda.
«Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: "Simone di
Giovanni, mi ami tu più di costoro?". Gli rispose: "Certo,
Signore,
tu lo sai che ti amo". Gli disse: "Pasci i miei
agnelli". Gli disse di
nuovo: "Simone di Giovanni, mi ami?". Gli rispose:
"Certo, Signore, tu
lo sai che ti amo". Gli disse: "Pasci le mie pecorelle".
Gli disse per
la terza volta: "Simone di Giovanni, mi ami?". Pietro rimase
addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse:
"Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo". Gli rispose Gesù:
«Pasci
le mie pecorelle».
Gesù non gli ha chiesto: "Perché mi hai tradito?", e neanche:
"Mi
servirai fino all'esaurimento?". Tutto quello che ha voluto
sapere è
stato - «Mi ami?» e questo è tutto quello che vuole sapere da te -
Lo ami? Nota bene come la missione che gli affida: «Pasci le mie
pecorelle», viene solo dopo che Gesù è sicuro - e anche Pietro è
sicuro - che lo sta facendo per amore.
Il che porta a una inevitabile domanda a riguardo del tuo servizio al
Signore - per che ragioni lo fai? Risposta: Ovvio per amore! Domanda:
Allora perché ti trovi esaurito e disilluso?
Di fatto ci sono almeno tre ragioni per cui facciamo tante belle cose
cristiane - senso del dovere... gratificazione... o amore. Le prime
due non contano nulla. Forse stai servendo il Signore per senso del
dovere - educazione ricevuta, o il sentirti a posto dentro, o tutto
quello che ti pare. Così alla fine ti ritrovi facilmente frustrato,
spesso vuoto, e magari anche stressato. Non ti pare di essere un
criceto spirituale? Sei come Marta, fedelissimo nelle tue
responsabilità, ma stai trascurando la tua relazione con il Signore.
E il rapporto con Gesù è l'unica maniera per far fronte alle proprie
responsabilità.
O forse fai tante belle cose per gratificarti. Criceto spirituale?
Parlano bene di te, ti stimano, ti senti considerato. Stai rubando la
gloria - usando quello che dovrebbe dar gloria a Dio per dirottarla su
di te. Servire il Signore per senso del dovere o per gratificazione ti
farà inevitabilmente sentire vuoto, insoddisfatto, stanco, frustrato.
Invece sei chiamato a farlo perché straripi di amore per Gesù.
Forse in passato lo facevi, traboccavi davvero di amore per Lui. Ma
ora invece quello che dovrebbe essere per te una gioia sta diventando
la ruota del criceto. Forse è tempo che tu ti dica: "Gesù, ti
chiedo
perdono per fare le cose giuste con le motivazione sbagliate. Voglio
usare il tempo che ho ancora davanti a me per crescere in intimità
con Te e per innamorarmi ancora una volta di Te". Se ti
re-innamori di
Gesù, anche il tuo servizio a Lui diventa amabile. E la gente se ne
accorge. Tutto per Lui, e solo per Lui! E non importa che risultati si
ottengono... se gli altri se ne accorgono a no - perché ti basta
piacere a Lui.
Più una cosa la fai per te stesso, più diventa miserabile. Più la
fai per Lui, più diventa amabile!
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto
don Luciano
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In questo momento di profonda comunione in Cristo, sentiamo viva in mezzo a noi anche la presenza spirituale della Vergine Maria. Una presenza materna, familiare, specialmente per voi che fate parte delle Confraternite. L’amore per la Madonna è una delle caratteristiche della pietà popolare, che chiede di essere valorizzata e ben orientata. Per questo, vi invito a meditare l’ultimo capitolo della Costituzione del Concilio Vaticano II sulla Chiesa, la Lumen gentium, che parla proprio di Maria nel mistero di Cristo e della Chiesa. Lì si dice che Maria «avanzò nella peregrinazione della fede» (n. 58). Cari amici, nell'Anno della fede vi lascio questa icona di Maria pellegrina, che segue il Figlio Gesù e precede tutti noi nel cammino della fede.
Oggi le Chiese d’Oriente che seguono il Calendario Giuliano celebrano la festa di Pasqua. Desidero inviare a questi fratelli e sorelle uno speciale saluto, unendomi di tutto cuore a loro nel proclamare il lieto annuncio: Cristo è risorto! Raccolti in preghiera intorno a Maria, invochiamo da Dio il dono dello Spirito Santo, il Paraclito, perché consoli e conforti tutti i cristiani, specialmente quanti celebrano la Pasqua tra prove e sofferenze, e li guidi sulla via della riconciliazione e della pace.
Ieri in Brasile è stata proclamata Beata Francisca de Paula De Jesus, detta «Nhá Chica». La sua vita semplice fu tutta dedicata a Dio e alla carità, tanto che era chiamata «madre dei poveri». Mi unisco alla gioia della Chiesa in Brasile per questa luminosa discepola del Signore.
Saluto con affetto tutte le Confraternite presenti, venute da tanti Paesi. Grazie per la vostra testimonianza di fede! Saluto anche i gruppi parrocchiali e le famiglie, come pure la grande parata di varie bande musicali e associazioni degli Schützen provenienti dalla Germania.
Un saluto speciale va oggi all’Associazione “Meter”, nella Giornata dei bambini vittime della violenza. E questo mi offre l’occasione per rivolgere il mio pensiero a quanti hanno sofferto e soffrono a causa di abusi. Vorrei assicurare loro che sono presenti nella mia preghiera, ma vorrei anche dire con forza che tutti dobbiamo impegnarci con chiarezza e coraggio affinché ogni persona umana, specialmente i bambini, che sono tra le categorie più vulnerabili, sia sempre difesa e tutelata.
Incoraggio anche i malati di ipertensione polmonare e i loro familiari.
Buona domenica e buon pranzo!
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Vi propongo questo articolo di Antonio Socci:
Col ritorno del papa emerito in Vaticano ho fatto una sorta di sogno, uno di quei sogni a occhi aperti che sono talora ispirati da voci e boatos che circolano in diversi ambienti.
Ho dunque “sognato” di ricevere la notizia secondo cui Joseph Ratzinger intende recarsi a Medjugorje.
Un simile clamoroso evento sarebbe considerato bellissimo da milioni di pellegrini e devoti della “Regina della pace”. Ma – è ovvio – solleverebbe anche molte opposizioni.
Perché tanto clamore? Anzitutto perché una simile visita potrebbe essere considerata da alcuni come un’implicita approvazione delle apparizioni della Madonna che da trent'anni avvengono nel villaggio della Bosnia Erzegovina.
Già questo susciterebbe alcuni malumori. Tuttavia c’è una risposta che confuta tali obiezioni: Ratzinger infatti non è più il Pontefice in carica e Medjugorje è pur sempre una parrocchia della Chiesa Cattolica, anzi un Santuario mariano, che vede arrivare tantissimi sacerdoti, pellegrini e anche diversi vescovi.
Quindi la visita privata del vescovo emerito di Roma di per sé non significherebbe uno “strappo”. Da Papa non avrebbe potuto farlo con un viaggio ufficiale. Come non poté farlo Giovanni Paolo II. E’ noto che papa Wojtyla credeva all'autenticità delle apparizioni di Medjugorje (lo ha dichiarato più volte, durante colloqui personali, a tanti interlocutori diversi).
Tuttavia – pur desiderandolo – non si è mai recato nel villaggio proprio perché il suo arrivo lì come Papa avrebbe significato una sorta di riconoscimento formale, mentre gli eventi erano (e sono) tuttora in corso.
Un giorno ad alcuni vescovi e sacerdoti da lui ricevuti in udienza, che dopo sarebbero andati in pellegrinaggio a Medjugorje, papa Wojtyla disse: “Medjugorje, Medjugorje. E’ il centro spirituale del mondo”. Tante volte manifestò il suo desiderio di recarvisi.
Ratzinger è sempre stato più cauto su queste apparizioni. Io stesso nell'ottobre 2004 ne parlai a lungo, personalmente, con lui. Mi sembrò che non avesse pregiudizi, ma fosse anche molto attento a valutare tutte le testimonianze e le diverse posizioni (positive e negative) in campo.
Mi parve molto toccato dalle tante conversioni. Ma il suo atteggiamento era improntato a grande cautela.
Proprio per questa prudenza, per questo suo atteggiamento che vuole capire, da papa aveva istituito una commissione di studio su quegli eventi. Commissione che ha lavorato e sta lavorando con molta serietà e attenzione.
Ripensando a queste premesse il “sogno” di un suo eventuale viaggio, se si realizzasse, sorprenderebbe. E si potrebbe interpretare in diversi modi.
Una prima ipotesi: andare a vedere di persona, a verificare con i propri occhi, nel luogo dove – ancor prima dei miracoli – si verificano tantissime conversioni.
Oppure – seconda ipotesi – Ratzinger potrebbe voler ringraziare là dove la Madonna ha incessantemente chiesto ai fedeli digiuni e preghiere per i pastori della Chiesa, in primis per i pontefici.
Tuttavia questo potrebbe significare che qualcosa di clamoroso è accaduto. Infatti cosa potrebbe provocare una svolta e una decisione così stupefacente se non un segno soprannaturale inequivocabile che Joseph Ratzinger potrebbe aver ricevuto, cioè una ‘chiamata’ che non si può non ascoltare”?
Riflettendoci mi sono tornate in mente le parole del suo ultimo Angelus da papa, il 24 febbraio 2013, che – alla luce di questo mio “sogno” – acquisterebbero una risonanza tutta particolare.
Spiegando ai fedeli a cosa si sentiva chiamato, dopo la rinuncia al pontificato, prendendo spunto dal Vangelo di quella domenica, sulla Trasfigurazione, Benedetto XVI disse: “Meditando questo brano del Vangelo, possiamo trarne un insegnamento molto importante. Innanzitutto, il primato della preghiera, senza la quale tutto l’impegno dell’apostolato e della carità si riduce ad attivismo… Inoltre, la preghiera non è un isolarsi dal mondo e dalle sue contraddizioni, come sul Tabor avrebbe voluto fare Pietro, ma l’orazione riconduce al cammino, all’azione. ‘L’esistenza cristiana – ho scritto nel Messaggio per questa Quaresima – consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio, per poi ridiscendere portando l’amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio’ (n. 3)”.
Poi concluse:
“Cari fratelli e sorelle, questa Parola di Dio la sento in modo particolare rivolta a me, in questo momento della mia vita. Il Signore mi chiama a ‘salire sul monte’, a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. Ma questo non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui ho cercato di farlo fino ad ora, ma in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze. Invochiamo l’intercessione della Vergine Maria: lei ci aiuti tutti a seguire sempre il Signore Gesù, nella preghiera e nella carità operosa”.
C’è anzitutto il tema della preghiera, il suo primato, che è pure il cuore del messaggio di Medjugorje. In secondo luogo c’è quell'espressione “il Signore mi chiama a salire sul monte”, che già fece riflettere quando fu pronunciata.
L’eventuale pellegrinaggio a Medjugorje e la salita del papa emerito sul monte delle apparizioni darebbero un significato ancora più profondo a quelle parole. E farebbero riflettere seriamente tutti sulle apparizioni della “Regina della pace”.
Di certo possiamo dire ciò che pensano i milioni di fedeli che vanno in pellegrinaggio in questo paesino della ex Jugoslavia: la presenza quotidiana della Madonna fra noi da più di trentanni può avere un solo significato, un soccorso straordinario alla Chiesa per un tempo terribile.
Un soccorso che forse già era stato preannunciato nel 1830 dalla Madonna stessa a santa Caterina Labouré, all'inizio delle grandi apparizioni pubbliche che hanno caratterizzato gli ultimi duecento anni.
Lì a Parigi, a Rue du Bac, disse testualmente: “Il momento verrà, il pericolo sarà grande. Tutto sembrerà perduto. Allora io sarò con voi”.
Non sembra una prefigurazione di questo nostro tempo?
Che si realizzi o meno il mio “sogno” sul viaggio del papa emerito, che si dimostrino fondate o no quelle voci, i fatti di Medjugorje e le parole che lì pronuncia la Vergine sono reali, straordinari, e inducono a meditare su noi stessi, sulla nostra vita e sull'ora presente dell’umanità.
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Ecco un articolo di Antonio Socci che condivido con voi..
Qual è stato (ed è ancora) il compito principale dei cristiani nell’organizzazione politica del mondo? La domanda non è accademica e c’entra addirittura con la nascita del nuovo governo italiano e col ruolo che in esso hanno i cattolici.
La risposta – che forse sorprenderà – è questa: la desacralizzazione del mondo. La sua laicizzazione.
Questa missione è stata iniziata dal popolo d’Israele. C’è un bellissimo saggio di Joseph Ratzinger sulla “Genesi” che sottolinea l’aspetto rivoluzionario del racconto della creazione.
Il cardinale spiega che narrare il sole, la luna e il mondo naturale come creature di un Dio totalmente trascendente, significava desacralizzare il cosmo che invece tutte le religioni sacralizzavano.
Se il sole è semplicemente un astro misuratore del tempo, l’universo è una creazione razionale che l’uomo può conoscere, usare e dominare.
Quindi – come Ratzinger spiegò poi in un memorabile discorso a Parigi – la prima conseguenza della rivelazione biblica è la liberazione dalle superstizioni.
Anche da quelle politiche. La desacralizzazione del mondo compiuta dai cristiani infatti ha riguardato pure il potere che – dice Ratzinger – tutte le religioni pagane sacralizzavano. Infatti il cristianesimo entra nel mondo romano – che era tollerante verso tutti i culti – essendo denunciato e perseguitato curiosamente come “ateismo”.
Perché?
I cristiani erano leali alle autorità e allo stato, ma si rifiutavano di omaggiare l’imperatore come dio. Infatti Gesù stesso aveva posto i diritti di Dio come limite invalicabile per i diritti di Cesare (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”).
Così ha creato lo spazio della libera coscienza individuale (e quanti martiri!), ha portato alla demolizione di assolutismi e teocrazie e in seguito alla svolta costantiniana, che è anzitutto la desacralizzazione dello Stato e l’inizio della vera laicità e della libertà di coscienza.
Poi nel corso dei secoli lo stesso Impero cristiano è stato più volte tentato di riproporsi come assoluto (e di prevaricare la Chiesa stessa), così come il ceto ecclesiastico medesimo è stato tentato dalla teocrazia, ponendosi come potere mondano sacralizzato. Ma il dramma dell’irriducibile alterità cristiana (“il mio Regno non è di questo mondo”) si è sempre riproposto e ha prevalso, purificando anche la Chiesa. Specie attraverso il formidabile irrompere dei santi.
Talora la Provvidenza – che sa scrivere diritto su righe storte – ha “usato” anche i nemici della Chiesa, scismi o persecuzioni per purificare la Chiesa stessa riportandola alla sua vera natura (essa è “primizia”, anticipo profetico, felice e inerme del Regno “che non è di questo mondo”).
Con la fine della cristianità e l’inizio della modernità gli stati sono tornati all'assolutismo e – nel corso dei secoli XIX e XX la pretesa messianica ha connotato le ideologie totalitarie e i regimi sanguinari che hanno partorito.
Ancora una volta la Chiesa si è trovata – quasi da sola – a combattere contro tutte questi fenomeni che erano una forma di risacralizzazione pagana del potere.
Il paradosso – spiegato di nuovo da Ratzinger in “Chiesa ecumenismo e politica” – è che lo spazio della laicità, cioè di uno Stato e di un potere che non pretendono di rappresentare tutta la speranza umana, ma riconoscono il limite rappresentato dalla coscienza e da Dio, è sempre stato prodotto dalla presenza della Chiesa.
Cosicché più si ha a cuore la laicità della politica e dello Stato, più servirebbe un rapporto intimo e vitale col cristianesimo. E’ paradossale, ma vero.
Infatti il voler recidere totalmente quel legame porta a un laicismo che a sua volta diventa ideologia, “dittatura del relativismo” e tradisce le sue premesse umanistiche.
La deformazione mitologica e sacrale della politica assume forme sempre nuove. Per esempio negli ultimi trent'anni, nel mondo, i contrapposti fondamentalismi religiosi (ma anche laici).
Infine nella vita del nostro Paese è andata in scena una guerra civile permanente che – pur senza le antiche ideologie – ha visto perdurare (su entrambi i fronti) vecchie mentalità: la demonizzazione dell’avversario, la necessità del Nemico apocalittico in politica, la politica come scontro fra Bene assoluto e Male assoluto, la radicale impossibilità del dialogo, dell’accordo, del compromesso come contaminazione demoniaca, l'antipolitica (che è una delle forme della politica) come necessità di sradicamento totale del passato, di disinfestazione, di decontaminazione da un virus.
Chi ha letto Eric Voegelin sa decifrare la natura antica di queste mitologie.
Ebbene, provvidenzialmente nelle ultime settimane qualcosa è accaduto. Sembra affacciarsi una pacificazione storica e non è un caso che a guidare questa “laicizzazione” della politica siano tre giovani politici cattolici (Letta, Alfano e Mauro).
Anche nel dopoguerra era stata una classe dirigente cattolica a salvarci dalle pericolose forme mitologiche della politica.
Ma la domanda è: basta un governo per realizzare una svolta simile? Nella nostra società e nelle élite corrono da anni fiumi di veleno. Gli odiatori, i fanatici e gli apocalittici sono tanti e su ogni fronte.
Chi può pacificare e sminare questa terra?
Proprio i cattolici – facendo tesoro del magistero di Ratzinger e dell’evangelica predicazione di papa Francesco – potrebbero e dovrebbero far dilagare nella società l’antivirus che neutralizza l’odio: il riconoscimento dell’altro, il dialogo, il desiderio di pacificazione, di costruzione comune, con la gradualità e il realismo.
Si può scommettere sui cattolici?
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Don Luciano è missionario in Kenia, con l'etichetta "Incontri con la Parola" ci sono alcune delle riflessione che ci fa pervenire...
Biberonaio e rimpiazzatore di pannolini - questa è probabilmente la prima idea che i bambini si fanno del proprio papà. Che a volte contende a mamma il privilegio di fargli il bagnetto. Poi compagno di giochi... e tifoso della stessa squadra di pallone. Senza contare i giri in bicicletta fatti insieme, gli abbracci vigorosi e affettuosi... ovvio, lui è anche il primo incoraggiatore verso l'autonomia e la libertà... e colui che guadagna il cibo quotidiano - in tutti i modi, dalle vacanze insieme al costo dei libri per le superiori e le tasse dell'università. Ma sempre, in ogni tempo, il Papà.
Molte volte mi è capitato di dire ai miei bambini e alle mie bambine
delle Filippine e del Kenya che quando incontrano Gesù, incontrano
finalmente il Papà che non hanno mai avuto, quello che non ti pianta
mai in asso. E tutti quelli che scelgono di stare dalla parte di Gesù
hanno l'incredibile privilegio di avere come Papà colui che ha
creato
e sostiene l'universo con la sua provvidenza. E' stato Gesù
stesso a
dirci di chiamarlo Papà quando ci ha insegnato a pregare.
La parola "Papà" vuol dire tante, davvero tante cose - come
imparano
un po' alla volta i bambini quando crescono. Quando cominci ad avere
un rapporto di intimità con il Signore, un po' alla volta la vita ti
mostra i diversi volti del tuo incredibile Padre che sta nei cieli.
Magari la cosa che ti sta scombussolando la vita in questo periodo è
proprio una di quelle occasioni che Lui sta usando.
C'è un esempio molto chiaro nella Parola di Dio di come Lui usi le
cose che ci succedono per mostrarci i Suoi differenti volti di Padre.
In 2Corinzi 1, 3 e seguenti, Paolo benedice Dio come il «Padre
misericordioso e Dio di ogni consolazione». Come ha fatto a scoprire
Paolo che Dio è il Papà che conforta il Suo bambino ferito? Paolo
dice di aver scoperto Dio come colui che «ci consola in ogni nostra
tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si
trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui
siamo consolati noi stessi da Dio».
Ma come ha fatto Paolo a scoprire che il suo Papà è il
«Consolatore»? Lo ha scoperto perché è passato attraverso una
quantità incredibile di problemi! Pochi versetti più avanti Paolo
descrive quei problemi come la stagione della grande «tribolazione
che ci è capitata in Asia e che ci ha colpiti oltre misura, al di là
delle nostre forze, sì da dubitare anche della vita. Abbiamo
addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte». Ma poi continua
dicendo che questa quasi insopportabile notte oscura è avvenuta «per
imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita
i morti». Ha dovuto passare attraverso un periodo nel quale si
sentiva morto dentro (e quasi anche fuori) perché questo gli ha fatto
fare l'esperienza che il suo Papà è capace persino di risuscitare i
morti!
Com'è che un figlio può imparare tutte le diverse cose che un padre
può essere per lui? Solo passando attraverso una serie di esperienze
che gli mostrano chi è il padre. Come fai a conoscere tutto quello
che Dio tuo Papà può essere per te? Attraverso una serie di
esperienze di vita che ti mostrano chi Lui è... che ti mettono in
condizione di desiderare che Lui abbia quella particolare qualità di
cui adesso hai bisogno. In un certo senso, Dio permette che ti
capitino alcune esperienze di vita - compresa quella che stai vivendo
in questo momento - per mostrarti un'altro volto di Sé.
E' un grande aiuto alla propria preghiera personale poter chiamare
Dio
con quel particolare nome con il quale desideri che Lui ti sia
presente in uno specifico momento della tua vita. Così puoi chiamarLo
la tua Roccia, quando sembra che ti manchino i punti fermi... o il tuo
Consolatore quando la tua ferita non può essere curata dagli
uomini... il tuo Sostegno... il tuo Datore dei Doni... la tua Forza,
quando la tua è finita... il tuo Amico, quando nessun altro ti può
capire. Lui è tutte quelle cose - e molto di più.
E quanto ti sta capitando in questo periodo non è appena frutto del
caso... è una occasione che sta usando il tuo Papà per mostrarti uno
dei Suoi tanti volti d'amore.
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto
don Luciano
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Prima di concludere questa celebrazione, vorrei affidare alla Madonna i cresimati e tutti voi. La Vergine Maria ci insegna che cosa significa vivere nello Spirito Santo e che cosa significa accogliere la novità di Dio nella nostra vita. Lei ha concepito Gesù per opera dello Spirito, e ogni cristiano, ognuno di noi, è chiamato ad accogliere la Parola di Dio, ad accogliere Gesù dentro di sé e poi portarlo a tutti. Maria ha invocato lo Spirito con gli Apostoli nel cenacolo: anche noi, ogni volta che ci riuniamo in preghiera, siamo sostenuti dalla presenza spirituale della Madre di Gesù, per ricevere il dono dello Spirito e avere la forza di testimoniare Gesù risorto. Questo lo dico in modo particolare a voi, che oggi avete ricevuto la Cresima: Maria vi aiuti ad essere attenti a quello che il Signore vi chiede, e a vivere e camminare sempre secondo lo Spirito Santo!
Vorrei estendere il mio saluto affettuoso a tutti i pellegrini presenti, venuti da tanti Paesi. Saluto in particolare i ragazzi che si preparano alla Cresima, il folto gruppo guidato dalle Suore della Carità, i fedeli di alcune parrocchie polacche e quelli di Bisignano, come pure la Katholische akademische Verbindung Capitolina.
In questo momento, un momento speciale, desidero elevare una preghiera per le numerose vittime causate dal tragico crollo di una fabbrica in Bangladesh. Esprimo la mia solidarietà e profonda vicinanza alle famiglie che piangono i loro cari e rivolgo dal profondo del cuore un forte appello affinché sia sempre tutelata la dignità e la sicurezza del lavoratore.
Ora, nella luce pasquale, frutto dello Spirito, ci rivolgiamo insieme alla Madre del Signore.
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Un articolo da Tempi:
Papa Francesco, durante l’omelia della Messa nella Domus Sanctae Marthae, ha commentato il Vangelo del giorno in cui Gesù dice ai discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore».
«Queste parole di Gesù – ha spiegato il pontefice - sono proprio parole bellissime. In un momento di congedo, Gesù parla ai suoi discepoli, ma proprio dal cuore. Lui sa che i suoi discepoli sono tristi, perché se ne accorgono che la cosa non va bene. Lui dice: “Ma non sia turbato il vostro cuore”. E comincia a parlare così, come un amico, anche con l’atteggiamento di un pastore. Io dico: la musica di queste parole di Gesù è l’atteggiamento del pastore, come il pastore fa con le sue pecorelle, no? “Ma non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio, anche in me”. E comincia a parlare di che? Del cielo, della patria definitiva. “Abbiate fede anche in me”: io rimango fedele, è come se dicesse quello, no? Con la figura dell’ingegnere, dell’architetto dice loro quello che andrà a fare: “Vado a prepararvi un posto, nella casa del Padre mio vi sono molte dimore”. E Gesù va a prepararci un posto».
GESU’ E LA CATARATTA. Com'è quel posto? Cosa significa “preparare il posto”? Con un filo di ironia, papa Francesco si è chiesto: significa forse «affittare una stanza lassù?». Poi ha spiegato: «Preparare il posto è preparare la nostra possibilità di godere, la possibilità – la nostra possibilità – di vedere, di sentire, di capire la bellezza di quello che ci aspetta, di quella patria verso la quale noi camminiamo». «Tutta la vita cristiana è un lavoro di Gesù, dello Spirito Santo per prepararci un posto, prepararci gli occhi per poter vedere… “Ma, Padre, io vedo bene! Non ho bisogno degli occhiali!”: ma quella è un’altra visione…. Pensiamo a quelli che sono malati di cataratta e devono farsi operare la cataratta: loro vedono, ma dopo l’intervento cosa dicono? “Mai ho pensato che si potesse vedere così, senza occhiali, tanto bene!”. Gli occhi nostri, gli occhi della nostra anima hanno bisogno, hanno necessità di essere preparati per guardare quel volto meraviglioso di Gesù. Preparare l’udito per poter sentire le cose belle, le parole belle. E principalmente preparare il cuore: preparare il cuore per amare, amare di più».
IO NON TI TRUFFO. Il cammino della vita, ha detto papa Francesco è costellato di «prove, tribolazioni, consolazioni». È un cammino «di preparazione. Alcune volte il Signore deve farlo in fretta, come ha fatto con il buon ladrone: aveva soltanto pochi minuti per prepararlo e l’ha fatto. Ma la normalità della vita è andare così, no?: lasciarsi preparare il cuore, gli occhi, l’udito per arrivare a questa patria. Perché quella è la nostra patria. “Ma, Padre, io sono andato da un filosofo e mi ha detto che tutti questi pensieri sono una alienazione, che noi siamo alienati, che la vita è questa, il concreto, e di là non si sa cosa sia…”. Alcuni la pensano così… ma Gesù ci dice che non è così e ci dice: “Abbiate fede anche in me”. Questo che io ti dico è la verità: io non ti truffo, io non ti inganno».
NON E’ ALIENAZIONE. «Prepararsi al cielo – ha detto ancora il Papa – è incominciare a salutarlo da lontano. Questa non è alienazione: questa è la verità, questo è lasciare che Gesù prepari il nostro cuore, i nostri occhi per quella bellezza tanto grande. È il cammino della bellezza» e «il cammino del ritorno alla patria». Infine il Papa ha pregato perché il Signore ci dia «questa speranza forte», il coraggio e anche l’umiltà di lasciare che il Signore prepari la dimora, «la dimora definitiva, nel nostro cuore, nei nostri occhi e nel nostro udito. Così sia».
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Il commento di Massimo Introvigne all'udienza papale di ieri, 24 aprile da La Bussola:
Proseguendo nelle catechesi per l'Anno della fede, iniziate da Benedetto XVI e da lui proseguite, Papa Francesco ha proposto nell'udienza generale del 24 aprile 2013 una meditazione sull'affermazione del Credo dove professiamo che Gesù «di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti». La storia, ha spiegato il Papa, «ha inizio con la creazione dell’uomo e della donna a immagine e somiglianza di Dio e si chiude con il giudizio finale di Cristo. Spesso si dimenticano questi due poli della storia, e soprattutto la fede nel ritorno di Cristo e nel giudizio finale a volte non è così chiara e salda nel cuore dei cristiani». Gesù, invece, nella sua predicazione ha costantemente insistito sulle realtà ultime. Il Pontefice ha presentato tre testi del Vangelo di Matteo, tutti parte di uno stesso discorso escatologico di Gesù: quello delle dieci vergini, quello dei talenti e quello del giudizio finale.
Con l'Ascensione, della cui realtà di evento storico Papa Francesco aveva parlato nella precedenti catechesi del mercoledì, inizia quel « “tempo immediato” tra la prima venuta di Cristo e l’ultima, che è proprio il tempo che stiamo vivendo». In questo contesto del «tempo immediato» s'inserisce anche la parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13). Come sappiamo, è la storia di dieci ragazze che aspettano l’arrivo del loro sposo, che però tarda, così che si addormentano. Finalmente lo sposo arriva ma solo cinque vergini sagge hanno conservato l'olio per le loro lampade. Le cinque vergini stolte, rimaste senza olio e con le lampade spente, saranno rigettate dallo sposo.
La parabola non ci invita solo a essere vigilanti. Ha un preciso significato escatologico. «Lo Sposo è il Signore, e il tempo di attesa del suo arrivo è il tempo che Egli ci dona, a tutti noi, con misericordia e pazienza, prima della sua venuta finale; è un tempo di vigilanza; tempo in cui dobbiamo tenere accese le lampade della fede, della speranza e della carità, in cui tenere aperto il cuore al bene, alla bellezza e alla verità; tempo da vivere secondo Dio, poiché non conosciamo né il giorno, né l’ora del ritorno di Cristo».
Non dobbiamo interrogarci ansiosamente sulle date della fine di questo mondo, come molti fanno anche oggi. «Quello che ci è chiesto è di essere preparati all'incontro - preparati ad un incontro, ad un bell'incontro, l’incontro con Gesù -, che significa saper vedere i segni della sua presenza, tenere viva la nostra fede, con la preghiera, con i Sacramenti, essere vigilanti per non addormentarci, per non dimenticarci di Dio». E questo ha un riflesso anche sulla nostra vita e sulla nostra gioia quotidiana. «La vita dei cristiani addormentati è una vita triste, non è una vita felice. Il cristiano dev'essere felice, la gioia di Gesù. Non addormentarci!».
La seconda parabola che il Pontefice ha commentato è quella dei talenti, che - ha detto - «ci fa riflettere sul rapporto tra come impieghiamo i doni ricevuti da Dio e il suo ritorno, in cui ci chiederà come li abbiamo utilizzati (cfr Mt 25,14-30)». Anche questa parabola è molto nota: un padrone consegna a ciascuno dei suoi servi delle monete, chiamate talenti, chiedendo di farle fruttare mentre è assente . Al primo servo consegna cinque talenti, al secondo due e al terzo uno. I primi due servi fanno fruttare i loro talenti, mentre il terzo per non rischiare preferisce sotterrare la propria moneta e riconsegnarla poi al padrone. Quando torna, il padrone loda i primi due servi, mentre il terzo viene cacciato fuori nelle tenebre, «perché - spiega il Pontefice - ha tenuto nascosto per paura il talento, chiudendosi in se stesso. Un cristiano che si chiude in se stesso, che nasconde tutto quello che il Signore gli ha dato è un cristiano… non è cristiano! E’ un cristiano che non ringrazia Dio per tutto quello che gli ha donato!».
Nella sua dimensione specificamente escatologica, la parabola insegna «che l’attesa del ritorno del Signore è il tempo dell’azione - noi siamo nel tempo dell’azione -, il tempo in cui mettere a frutto i doni di Dio non per noi stessi, ma per Lui, per la Chiesa, per gli altri, il tempo in cui cercare sempre di far crescere il bene nel mondo». La parabola è anche attuale per un periodo di crisi, non solo economica. «E in particolare in questo tempo di crisi, oggi, è importante non chiudersi in se stessi, sotterrando il proprio talento, le proprie ricchezze spirituali, intellettuali, materiali, tutto quello che il Signore ci ha dato, ma aprirsi». Ai giovani, in particolare, Papa Francesco chiede: «Non sotterrate i talenti! Scommettete su ideali grandi, quegli ideali che allargano il cuore, quegli ideali di servizio che renderanno fecondi i vostri talenti. La vita non ci è data perché la conserviamo gelosamente per noi stessi, ma ci è data perché la doniamo. Cari giovani, abbiate un animo grande! Non abbiate paura di sognare cose grandi!».
Infine, nello stesso discorso dopo le parabola è descritta la seconda venuta del Signore, quando Egli giudicherà tutti gli esseri umani, vivi e morti (cfr Mt 25,31-46). Matteo ci presenta un pastore che separa le pecore dalle capre. Alla destra vanno le pecore, coloro che si sono presi cura degli altri, a sinistra le capre, quelli che si sono preoccupati solo di se stessi. «Questo ci dice che noi saremo giudicati da Dio sulla carità, su come lo avremo amato nei nostri fratelli, specialmente i più deboli e bisognosi». Certo, «dobbiamo sempre tenere ben presente che noi siamo giustificati, siamo salvati per grazia, per un atto di amore gratuito di Dio che sempre ci precede; da soli non possiamo fare nulla. La fede è anzitutto un dono che noi abbiamo ricevuto. Ma per portare frutti, la grazia di Dio richiede sempre la nostra apertura a Lui, la nostra risposta libera e concreta. Cristo viene a portarci la misericordia di Dio che salva. A noi è chiesto di affidarci a Lui, di corrispondere al dono del suo amore con una vita buona, fatta di azioni animate dalla fede e dall'amore».
«Guardare al giudizio finale» non deve né «fare paura» né suscitare vane curiosità. Deve cambiarci la vita,, farci «vivere meglio il presente». «Dio ci offre con misericordia e pazienza questo tempo affinché impariamo ogni giorno a riconoscerlo nei poveri e nei piccoli, ci adoperiamo per il bene e siamo vigilanti nella preghiera e nell'amore». Così, alla fine della nostra vita, ci riconoscerà come «servi buoni e fedeli».
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E' un gioco ma anche una dinamica di gruppo - il Percorso della
Fiducia. Si creano delle coppie, uno dei due viene bendato e il
compagno lo conduce dove gli pare e come gli pare per cinque minuti.
Poi si scambiano i ruoli e chi prima guidava ora si lascia guidare
ciecamente. Se si vuole fare una bella dinamica di gruppo l'ideale è
filmare ogni singola coppia - e poi mostrare loro la meta che ciascuno
ha scelto per l'altro e come hanno interagito. Qualcuno guida il
compagno prendendolo per il braccio, qualcuno mettendogli una mano
sulla spalla, qualcun altro dirigendolo con la propria voce. C'è chi
guida l'altro con molta attenzione e precisione - dicendogli
esattamente dove mettere i piedi... dove c'è un gradino... un
ostacolo. Ma c'è anche chi non resiste alla tentazione di
avvantaggiarsi della situazione e fare uno scherzo al compagno. Mi
ricordo di uno che lo ha guidato dentro a una piccola vasca dei pesci
fonda poco più di un gradino. Dovreste sentire poi la condivisione
che le coppie fanno su come si sono sentiti quando si sono lasciati
ciecamente guidare... e cosa provavano a riguardo di chi li guidava!
Quelli a cui è capitata una "buona guida" spesso dicono che
chi li
conduceva ha fatto in modo che evitassero gli ostacoli, non
inciampassero in nulla e non si facessero del male. Allora per me è
il momento buono per dire la ragione della dinamica - ossia l'invito
di Gesù Cristo espresso in quell'unica parola - «Seguimi». Perché
Lui ti sta chiedendo che ti lasci guidare per un Percorso della
Fiducia che dura per tutto il resto della tua vita.
In Isaia 48,17 Dio ti ha fatto una promessa. «Dice il Signore tuo
redentore, il Santo di Israele: "Io sono il Signore tuo Dio |
che
ti insegno per il tuo bene, che ti guido per la strada su cui devi
andare"». Questa è davvero una grande promessa, degna di essere
imparata a memoria! La verità è che noi non sappiamo cos'è davvero
il meglio per noi - abbiamo assolutamente bisogno della guida di un
Padre che vede l'insieme della fotografia, e non solo un dettaglio.
Quasi certamente sappiamo dove ci piacerebbe andare, ma non è detto
che sia la strada su cui dovremmo andare. Abbiamo bisogno come guida
di Uno che ci ama.
E la cosa più bella nel lasciarsi guidare da Gesù è che Lui non ti
guiderà mai su strade dove tu ti possa fare del male. Le sue vie,
c'è scritto in Romani 12,2 sono «buone, a lui gradite e perfette».
Il problema è che forse in questo periodo stai seguendo la guida di
qualcun altro - e anche lui è bendato! O magari pensi che la miglior
via da seguire è fare quello che hai in mente - ma anche tu sei
bendato! L'Unico che può vedere quello che ti sta di fronte è Gesù.
Una delle cose che emerge spesso nella condivisione del Percorso della
Fiducia è che quando ci si affida a un altro ci si sente come se si
fosse perso il controllo della propria vita. Magari è proprio questa
perdita di controllo che ti impedisce di fare esperienza di dove Gesù
vuole guidarti. Ti rifiuti di lasciare il volante, anche se chi te lo
chiede è Dio. Con il risultato che continui a sbattere su persone e
situazioni e ti complichi la vita da solo. E, per dirsela tutta,
quando mai nella nostra vita abbiamo le situazioni sotto controllo? La
maggior parte delle cose della nostra vita sono al di là del nostro
controllo! Quello che cerchiamo di proteggere di fatto non è altro
che l'illusione di avere la situazione sotto controllo.
Forse stai combattendo Dio per non andare su luoghi dove invece Lui
sta cercando di portarti. Ma è una battaglia che non puoi vincere.
E'
come se tu volessi progettare inutili cicatrici e persino anni
sciupati. E' ora che tu prenda la Sua mano e lasci che sia Lui a
guidarti nei migliori posti possibili per te. Devi abbandonarti a Lui
- Lui di solito ti lascia conoscere al massimo il prossimo passo, non
l'intera strada. Ma è tutto quello che ti basta sapere. E non
c'è
proprio nulla da temere in questo Percorso della Fiducia con Gesù.
Chiunque ti ama così tanto da dare la vita per te non potrà mai
farti del male!
Vi accompagno con la preghiera, sempre con riconoscenza e affetto
don Luciano
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Commento da FB:
Gesù è la PORTA per ognuno di noi.
Perché ciascuno che si affida a Lui possa entrare e uscire dalle situazioni della vita sempre con la certezza di avere Lui come guida e come misura del proprio cammino.
Questa PORTA che è Gesù è il luogo dell'accesso della verità e da cui sgorga ogni verità.
Passare attraverso questa porta fa riconoscere Gesù e ci permette di riconoscerci in Lui, e quindi avere la vita.
Passare attraverso un altra accesso che non sia Lui è per noi occasione di dispersione e di non verità: il ladro e il brigante diventano l'immagine di chi non rappresenta e non si orienta alla verità del Cristo.
Questa PORTA qualifica sia Gesù che chi aderisce a Lui.
E' la porta del Regno, alla quale si accede attraverso di Lui, con la sua mediazione, il suo aiuto, e non attraverso altri o altro che non sia Lui.
Da questa porta assume fisionomia la comunità attorno al Pastore, con la fiducia e la conoscenza dell'ascolto che l'immagine delle pecore richiama a noi oggi.
APRIRE L'UMANITA' ALL'INCONTRO CON CRISTO: ECCO LA PORTA.
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Cari fratelli e sorelle,
Buongiorno!
La Quarta Domenica del Tempo di Pasqua è caratterizzata dal Vangelo del Buon Pastore che si legge ogni anno. Il brano di oggi riporta queste parole di Gesù: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola» (10,27-30). In questi quattro versetti c’è tutto il messaggio di Gesù, c’è il nucleo centrale del suo Vangelo: Lui ci chiama a partecipare alla sua relazione con il Padre, e questa è la vita eterna.
Gesù vuole stabilire con i suoi amici una relazione che sia il riflesso di quella che Lui stesso ha con il Padre: una relazione di reciproca appartenenza nella fiducia piena, nell'intima comunione. Per esprimere questa intesa profonda, questo rapporto di amicizia Gesù usa l’immagine del pastore con le sue pecore: lui le chiama ed esse riconoscono la sua voce, rispondono al suo richiamo e lo seguono. E’ bellissima questa parabola! Il mistero della voce è suggestivo: pensiamo che fin dal grembo di nostra madre impariamo a riconoscere la sua voce e quella del papà; dal tono di una voce percepiamo l’amore o il disprezzo, l’affetto o la freddezza. La voce di Gesù è unica! Se impariamo a distinguerla, Egli ci guida sulla via della vita, una via che oltrepassa anche l’abisso della morte.
Ma Gesù a un certo punto disse, riferendosi alle sue pecore: «Il Padre mio, che me le ha date…» (Gv 10,29). Questo è molto importante, è un mistero profondo, non facile da comprendere: se io mi sento attratto da Gesù, se la sua voce riscalda il mio cuore, è grazie a Dio Padre, che ha messo dentro di me il desiderio dell’amore, della verità, della vita, della bellezza… e Gesù è tutto questo in pienezza! Questo ci aiuta a comprendere il mistero della vocazione, specialmente delle chiamate ad una speciale consacrazione. A volte Gesù ci chiama, ci invita a seguirlo, ma forse succede che non ci rendiamo conto che è Lui, proprio come è capitato al giovane Samuele. Ci sono molti giovani oggi, qui in Piazza. Siete tanti voi, no? Si vede… Ecco! Siete tanti giovani oggi qui in Piazza. Vorrei chiedervi: qualche volta avete sentito la voce del Signore che attraverso un desiderio, un’inquietudine, vi invitava a seguirlo più da vicino? L’avete sentito? Non sento? Ecco… Avete avuto voglia di essere apostoli di Gesù? La giovinezza bisogna metterla in gioco per i grandi ideali. Pensate questo voi? Siete d’accordo? Domanda a Gesù che cosa vuole da te e sii coraggioso! Sii coraggiosa! Domandaglielo! Dietro e prima di ogni vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata, c’è sempre la preghiera forte e intensa di qualcuno: di una nonna, di un nonno, di una madre, di un padre, di una comunità… Ecco perché Gesù ha detto: «Pregate il signore della messe – cioè Dio Padre – perché mandi operai nella sua messe!» (Mt 9,38). Le vocazioni nascono nella preghiera e dalla preghiera; e solo nella preghiera possono perseverare e portare frutto. Mi piace sottolinearlo oggi, che è la “Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni”. Preghiamo in particolare per i nuovi Sacerdoti della Diocesi di Roma che ho avuto la gioia di ordinare stamani. E invochiamo l’intercessione di Maria. Oggi c’erano 10 giovani che hanno detto “sì” a Gesù e sono stati ordinati preti stamane… E’ bello questo! Invochiamo l’intercessione di Maria che è la Donna del “sì”. Maria ha detto “sì”, tutta la vita! Lei ha imparato a riconoscere la voce di Gesù fin da quando lo portava in grembo. Maria, nostra Madre, ci aiuti a conoscere sempre meglio la voce di Gesù e a seguirla, per camminare nella via della vita! Grazie.
Grazie tante per il saluto, ma salutate anche Gesù. Gridate “Gesù”, forte… Preghiamo tutti insieme alla Madonna.
Dopo il Regina Coeli
Seguo con attenzione gli avvenimenti che stanno succedendo in Venezuela. Li accompagno con viva preoccupazione, con intensa preghiera e con la speranza che si cerchino e si trovino vie giuste e pacifiche per superare il momento di grave difficoltà che il Paese sta attraversando. Invito il caro popolo venezuelano, in modo particolare i responsabili istituzionali e politici, a rigettare con fermezza qualsiasi tipo di violenza e a stabilire un dialogo basato sulla verità, nel mutuo riconoscimento, nella ricerca del bene comune e nell'amore per la Nazione. Chiedo ai credenti di pregare e di lavorare per la riconciliazione e la pace. Uniamoci in una preghiera piena di speranza per il Venezuela, mettendola nelle mani di Nostra Signora di Coromoto.
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Un pensiero va anche a quanti sono stati colpiti dal terremoto che ha interessato un’area del sud-ovest della Cina Continentale. Preghiamo per le vittime e per quanti sono nella sofferenza a causa del violento sisma.
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Oggi pomeriggio, a Sondrio, verrà proclamato Beato Don Nicolò Rusca, sacerdote valtellinese vissuto tra i secoli sedicesimo e diciassettesimo. Fu a lungo parroco esemplare a Sondrio e venne ucciso nelle lotte politico-religiose che travagliarono l’Europa in quell’epoca. Lodiamo il Signore per la sua testimonianza!
Saluto con affetto tutti i pellegrini, venuti da diversi Paesi: le famiglie, i tanti gruppi parrocchiali, le associazioni, i cresimandi, le scuole. Saluto in particolare i numerosi ragazzi della diocesi di Venezia, accompagnati dal Patriarca; ma ricordate voi, ragazzi e ragazze: la vita bisogna metterla in gioco per i grandi ideali! Saluto i catechisti della diocesi di Gubbio guidati dal loro Vescovo; la comunità del Seminario di Lecce con i ministranti della diocesi; la rappresentanza dei Lions Club d’Italia. In questa “Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni”, nata cinquant’anni fa da una felice intuizione di Papa Paolo VI, invito tutti ad una speciale preghiera affinché il Signore mandi numerosi operai nella sua messe. Sant’Annibale Maria Di Francia, apostolo della preghiera per le vocazioni, ci ricorda questo importante impegno. A tutti auguro una buona domenica!
Buona domenica e buon pranzo!
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Il nuovo libro del Card. Scola in un articolo da La Bussola:
Era il risultato più difficile, ma sembra esserci riuscito. Con il suo nuovo libro, Non dimentichiamoci di Dio (Ed. Rizzoli), il cardinale Angelo Scola ha piantato un seme che può riportare il dialogo tra laici e cattolici al livello che merita. Senza sconti e scorciatoie e senza l’illusione di poter risolvere tutto in una sera.
Era la netta impressione che si percepiva ieri uscendo dall'incontro di presentazione che si è tenuto all'Auditorium di Milano. Sul palco c’era la grande stampa, con i direttori Ferruccio De Bortoli (Corriere della Sera), Ezio Mauro (Repubblica), Giuliano Ferrara (Il Foglio) e il giurista Francesco D’Agostino (editorialista di Avvenire). Un buon segno, come le duemila persone presenti, visto che il terreno è arido da tempo.
Il dibattito che ciclicamente si ripropone quando la cronaca al posto di sfidarci ci porta a indossare noiosamente l’elmetto e a rinchiuderci nei nostri fortini («magari mandando avanti nei rispettivi campi i più estremisti», come ha fatto notare De Bortoli) è segnato sempre più spesso dall'incapacità di ascoltarsi. E forse anche dalla scarsa voglia di pensare e di farsi capire.
Sgombrato il campo dagli equivoci e dalle scuse, l’Arcivescovo di Milano ha spronato ciascuno a tornare al proprio posto.
I cattolici, in primo luogo. «La verità ci cerca, ci ha insegnato Agostino e l’assolutezza, incarnata dal figlio di Dio è compatibile e feconda anche nella società plurale europea». Certo, la traduzione di questa assolutezza, senza relativizzarla, ma rendendola comprensibile al mondo è un onere a cui il cristiano non si può sottrarre, ha chiarito Scola nelle conclusioni.
Ma il cristiano non può più tacere in nome di una laicità intesa come spazio pubblico neutrale in cui tutto è tollerato, tranne la domanda di Dio («se rinuncio ad affermare che un nome, come matrimonio, non può valere per più cose diverso tolgo qualcosa alla società» ha spiegato il cardinale).
Ai laici, invece, la grande sfida. Abbandonare la laicité ispirata dalla Rivoluzione francese basata sulla neutralità e su un’aconfessionalità intesa come assenza di Dio e compiere la “rivoluzione mancata” dell’Editto di Milano di cui si festeggia il XVII centenario (anniversario da cui è nato il primo discorso sul tema del porporato e, successivamente, il libro di cui stiamo parlando). Mettere cioè la libertà religiosa a capo della scala dei diritti fondamentali delle nostre società. Non a caso la decisione di Costantino del 313 fu il riconoscimento della libertà dei cristiani e, conseguentemente, di ogni essere umano («initium libertatis dell’uomo moderno», la definì Gabrio Lombardi).
Nonostante lo “slalom dei problemi” dettato dal bon ton, che ha sottolineato ironicamente Ferrara, e l’immensità di un tema che è alla base di mille battaglie (dall'eutanasia all'aborto, dalla rimozione dei simboli religiosi fino ai matrimoni gay…) non sono mancati nel dibattito i segni di una vitalità risvegliata.
«Noi laici siamo davvero certi che, tolti i crocefissi dalle pareti, abbiamo reso le aule delle nostre scuole dei posti migliori?» si è chiesto il direttore del Corriere della Sera, senza risparmiare una critica “sommessa” alla Chiesa, troppo generosa a suo dire nell'accreditare referenti politici discutibili e più secolarizzata della società nell'arroccarsi attorno ai valori “non negoziabili”.
«Voi cristiani volete essere cittadini di serie A, forti delle vostre certezze, o di serie B, perché obbedienti a un comando esterno, a un’“obbligazione di appartenenza” più che a un’“obiezione di coscienza”?» ha chiesto invece Ezio Mauro. «E la Chiesa, dopo aver accettato la minoranza nei numeri è pronta ad andare in minoranza sui valori?».
Parole spigolose come pietre, ma segno di un dibattito riaperto e privo di ipocrisie.
D'altronde Angelo Scola lo spiegava all'inizio del suo volume. L’obiettivo era «sollevare problemi» non «fornire soluzioni preconfezionate». Anche in questo caso, le attese non sono state deluse.
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Un articolo sulla di Mons.Neri al quotidiano Il Foglio tratto da Tempi:
C’è una crisi culturale che si riverbera nella politica.
È il punto di partenza della lettera di Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara e Comacchio, pubblicata oggi sul Foglio.
L’arcivescovo ha deciso di scrivere al quotidiano perché «non tocca ai vescovi stabilire l’identikit del presidente della Repubblica e non tocca ai vescovi indicare le priorità di carattere politico in senso stretto, ma tocca ai vescovi intervenire sulle gravi vicende di carattere culturale che sono arrivate, nel nostro paese, a un livello di crisi che mi sembra senza ritorno».
SUBORDINAZIONE ALLA RETE. Una è la faccenda che più allarma Negri, di fronte alla quale non si può stare zitti: «Mi sono chiesto se è giusto che noi continuiamo a tacere di fronte a posizioni culturali, sociali e politiche che affermano letteralmente che l’uomo è Dio; e che affermano una subordinazione totale e parossistica alla rete, indicata come soluzione globale di tutti i problemi dell’umanità. Se si possa tacere di fronte a una modalità di porsi, nella vita politica, che disprezza, nel linguaggio e negli atteggiamenti, qualsiasi interlocutore che viene sbrigativamente percepito come un avversario da eliminare. Se è possibile far prevalere tutta una serie di valutazioni personalistiche di carattere moralistico come ambito in cui decidere la presentabilità o meno di candidati a questa o a quella carica. A parte l’ignoranza spaventosa per cui si possono citare frasi del primo hitlerismo e di alcuni documenti delle più terribili dittature del Ventesimo secolo cercando di dargli una patente di credibilità e di autorevolezza. In questo contesto, dove una persona ragionevole, io non vorrei scomodare la fede, una persona ragionevole si trova veramente a disagio, ritengo che sia giusto che un vescovo della chiesa cattolica dica che c’è una sostanziale inconciliabilità fra la visione della realtà che nasce dalla fede e questa vita politica ridotta alla difesa accanita dei propri interessi particolari o di formazione ideologica».
LA PRESUNTA NOVITA’. «Di fronte alla proposta di una vita socio-politica ridotta a posizioni teoriche demenziali, corredate da un linguaggio e relativi atteggiamenti dello stesso tipo», continua la lettera, «io mi sento di dire con tranquillità, almeno ai fedeli cattolici della mia diocesi, che non è possibile essere cristiani e appoggiare a qualsiasi livello posizioni e scelte che sono evidentemente in contrasto con la concezione della vita che la chiesa, coerentemente, da duemila anni insegna. Se poi la novità è rappresentata, anche sul piano istituzionale, da disegni di legge che riguardano il riconoscimento civile delle unioni gay, il cambiamento a spese del Servizio Sanitario nazionale del sesso, ci rendiamo conto da che parte va questa presunta novità».
DOVE SONO I CATTOLICI? «Ma c’è un ulteriore e ultimo disagio. Mi sono chiesto in questi giorni: ma dove è finita la presenza politica dei cattolici in Italia? Si caratterizzano per le scelte politiche che fanno, destra o sinistra, ma non più per quella vera appartenenza a valori in forza dei quali diventa possibile un vero dialogo, confronto, e al limite alla collaborazione. Mi sono reso conto con amarezza che la presenza politica dei cattolici sembra non esistere più. Esistono dei cattolici che a titolo sempre più personale, quindi nel senso restrittivo della parola, militano di qua o di là ma ricevono la loro dignità dalla scelta analitica che hanno fatto. E forse qui non è in ballo soltanto la responsabilità dei laici. Forse l’azione educativa che noi dovremmo insistentemente riprendere con i nostri laici, soprattutto quelli impegnati nei campi più difficili, sembra essere venuta meno. Non so se non è più chiesta. Resta il fatto che da noi vescovi viene offerta in modo sempre più blando e sempre meno mordente».
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Un commento di Introvigne sull'odierna udienza papale da La Bussola
Proseguendo nelle catechesi sul Credo per l'Anno della fede, iniziate da Benedetto XVI, Papa Francesco ha commentato nell'udienza generale del 17 aprile l’affermazione che Gesù «è salito al cielo, siede alla destra del Padre», seguendo il testo dell'evangelista San Luca, e insistendo più volte - riprendendo un tema caro a Benedetto XVI - che l'Ascensione non è un mero simbolo, ma un «fatto», un «evento» che si è realmente verificato nella storia e di cui gli Apostoli sono stati testimoni diretti.
San Luca riferisce: «Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli (Gesù) prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme» (Lc 9,51). L'Ascensione sta in uno stretto rapporto con la Crocifissione. Gesù crocifisso e glorificato ascende al Cielo perché è anzitutto «asceso» alla croce. «Mentre "ascende" alla Città santa, dove si compirà il suo "esodo" da questa vita, Gesù vede già la meta, il Cielo, ma sa bene che la via che lo riporta alla gloria del Padre passa attraverso la Croce, attraverso l’obbedienza al disegno divino di amore per l’umanità».
Il Catechismo della Chiesa Cattolica c'insegna che «l’elevazione sulla croce significa e annuncia l’elevazione dell’ascensione al cielo» (n. 661). Questo collegamento fra Ascensione e Crocifissione non è una semplice curiosità storica. «Anche noi dobbiamo avere chiaro, nella nostra vita cristiana, che l’entrare nella gloria di Dio esige la fedeltà quotidiana alla sua volontà, anche quando richiede sacrificio, richiede alle volte di cambiare i nostri programmi».
Un secondo spunto di meditazione riguarda il luogo dove avviene l'Ascensione, che non è casuale. «L’Ascensione di Gesù avvenne concretamente sul Monte degli Ulivi, vicino al luogo dove si era ritirato in preghiera prima della passione per rimanere in profonda unione con il Padre». Anche noi, se vogliamo ascendere a Dio, dobbiamo necessariamente passare per la preghiera: «Ancora una volta vediamo che la preghiera ci dona la grazia di vivere fedeli al progetto di Dio».
Un terzo spunto si riferisce alle modalità dell'Ascensione. San Luca le descrive così: Gesù condusse i discepoli «fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio» (24,50-53). In questo racconto ci sono, spiega il Papa, due elementi. Anzitutto, «durante l’Ascensione Gesù compie il gesto sacerdotale della benedizione e sicuramente i discepoli esprimono la loro fede con la prostrazione, si inginocchiano chinando il capo». Si tratta di un elemento simbolico di grande rilievo. Ci ricorda che «Gesù è l’unico ed eterno Sacerdote che con la sua passione ha attraversato la morte e il sepolcro ed è risorto e asceso al Cielo; è presso Dio Padre, dove intercede per sempre a nostro favore».
In quanto intercede, mentre è sacerdote Gesù è anche avvocato, secondo l'espressione che san Giovanni usa nella sua Prima Lettera e che il Papa commenta citando, come fa spesso, le insidie molto reali del demonio. «Egli è il nostro avvocato: che bello sentire questo! Quando uno è chiamato dal giudice o va in causa, la prima cosa che fa è cercare un avvocato perché lo difenda. Noi ne abbiamo uno, che ci difende sempre, ci difende dalle insidie del diavolo, ci difende da noi stessi, dai nostri peccati!».
È raro però che l'avvocato venga da noi. Siamo noi che dobbiamo andare da lui. «Carissimi fratelli e sorelle - ha implorato ancora una volta Papa Francesco -, abbiamo questo avvocato: non abbiamo paura di andare da Lui a chiedere perdono, a chiedere benedizione, a chiedere misericordia! Lui ci perdona sempre, è il nostro avvocato: ci difende sempre! Non dimenticate questo!».
La lezione dell'Ascensione, allora, è che anche noi possiamo salire in alto, ma solo se rimaniamo legati a Gesù. «Lui è come un capo cordata quando si scala una montagna, che è giunto alla cima e ci attira a sé conducendoci a Dio. Se affidiamo a Lui la nostra vita, se ci lasciamo guidare da Lui siamo certi di essere in mani sicure, in mano del nostro salvatore, del nostro avvocato».
Il secondo elemento del racconto di san Luca emerge quando l'evangelista riferisce che gli Apostoli, dopo aver visto l'Ascensione, tornarono a Gerusalemme «con grande gioia». «Questo - commenta il Pontefice - ci sembra un po’ strano. In genere quando siamo separati dai nostri familiari, dai nostri amici, per una partenza definitiva e soprattutto a causa della morte, c’è in noi una naturale tristezza, perché non vedremo più il loro volto, non ascolteremo più la loro voce, non potremo più godere del loro affetto, della loro presenza. Invece l’evangelista sottolinea la profonda gioia degli Apostoli». Ma questa reazione apparentemente singolare si manifesta «proprio perché, con lo sguardo della fede, essi comprendono che, sebbene sottratto ai loro occhi, Gesù resta per sempre con loro, non li abbandona e, nella gloria del Padre, li sostiene, li guida e intercede per loro».
San Luca riferisce il fatto dell’Ascensione due volte. Lo fa anche all'inizio degli Atti degli Apostoli, «per sottolineare che questo evento è come l’anello che aggancia e collega la vita terrena di Gesù a quella della Chiesa». E negli Atti c'è anche un altro elemento: san Luca «accenna anche alla nube che sottrae Gesù dalla vista dei discepoli, i quali rimangono a contemplare il Cristo che ascende verso Dio (cfr At 1,9-10)» e a «due uomini in vesti bianche che li invitano a non restare immobili a guardare il cielo, ma a nutrire la loro vita e la loro testimonianza della certezza che Gesù tornerà nello stesso modo con cui lo hanno visto salire al cielo (cfr At 1,10-11).». Qui troviamo, ancora, la descrizione di un evento senza dubbio storico ma che insieme invita a meditare sul tema cruciale della relazione fra contemplazione e azione. C'è in questo brano «l'invito a partire dalla contemplazione della Signoria di Cristo, per avere da Lui la forza di portare e testimoniare il Vangelo nella vita di ogni giorno: contemplare e agire, ora et labora insegna san Benedetto [480-547], sono entrambi necessari nella nostra vita di cristiani».
Se ne guardiamo tutto gli elementi con uno sguardo riassuntivo, ha concluso il Papa, «l’Ascensione non indica l’assenza di Gesù, ma ci dice che Egli è vivo in mezzo a noi in modo nuovo; non è più in un preciso posto del mondo come lo era prima dell’Ascensione; ora è nella signoria di Dio, presente in ogni spazio e tempo, vicino ad ognuno di noi». È un'informazione su un evento storico, ma è anche un'indicazione per la nostra vita di fede. «Nella nostra vita non siamo mai soli: abbiamo questo avvocato che ci attende, che ci difende. Non siamo mai soli: il Signore crocifisso e risorto ci guida; con noi ci sono tanti fratelli e sorelle che nel silenzio e nel nascondimento, nella loro vita di famiglia e di lavoro, nei loro problemi e difficoltà, nelle loro gioie e speranze, vivono quotidianamente la fede e portano, insieme a noi, al mondo la signoria dell’amore di Dio, in Cristo Gesù risorto, asceso al Cielo, avvocato per noi». È la Chiesa, in cammino nella storia.
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