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Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando.
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Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.
Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata...Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto. Giovanni Paolo II

venerdì 9 novembre 2012

Da dove viene la gioia (Contributi 759)

Leggo e riporto questa intervista dal sito della Fraternità Sacerdotale San Carlo: 

L’11 ottobre 2012 è iniziato l’anno della fede, indetto da papa Benedetto a cinquant’anni dall’apertura del Concilio Vaticano II. Fede è parola misteriosa, spesso sepolta sotto un cumulo di pregiudizi, pensieri, dibattiti. Abbiamo chiesto a don Paolo Sottopietra, vicario generale della Fraternità san Carlo, di aiutarci a capirla meglio. 
E a entrare nella sua profondità. 

Che cos’è la fede? 
Nel XXIV canto del Paradiso, Dante mette in bocca a san Pietro una domanda: «Questa cara gioia sulla quale ogni virtù si fonda, onde ti venne?» E con «cara gioia» intende la fede: pietra preziosa e vera letizia insieme. Questo ci ricorda che credere, vivere la fede, è innanzitutto qualcosa che ci spalanca l’animo. È un’esperienza che ci libera, non un’esperienza opprimente. È come trovare una gemma lungo il proprio cammino. Così, parlare della fede è parlare della possibilità della gioia. E scoprire cosa può davvero darcela. 

Da dove viene la gioia? 
La gioia viene dall'esperienza del dono, da qualcosa che ci viene donato senza che ce lo meritiamo, senza che neppure ce lo aspettiamo. La gioia non deriva da qualcosa che noi facciamo. Pensiamo alla grande battaglia del Papa contro la tentazione di porre la speranza in ciò che l’uomo produce, fa da se stesso. Contro una concezione del sapere come potere. La gioia non consiste in ciò che noi facciamo. Quando siamo noi i protagonisti proviamo magari soddisfazione, spesso orgoglio, oppure compiacimento di noi stessi; ma queste sono soltanto parodie della gioia. La gioia viene da un dono. 
Ma cosa ci viene donato? Cosa desideriamo di più nella vita? Desideriamo saperci e sentirci amati. Voluti. Così, l’anno della fede vuole innanzitutto ricordarci che Dio è una presenza buona, positiva, amante. Non è un pericolo e neppure un traditore. È qualcuno che ci ama. E noi possiamo partecipare al suo amore, possiamo ricambiarlo. 

Che cosa vuol dire scoprire che Dio è una presenza buona? 
Vuol dire innanzitutto riscoprire la preghiera. Nella vita di tutti i giorni, vivere la fede vuol dire cercare un rapporto con Dio. E il rapporto quotidiano con Dio è la preghiera. La fede diventa così desiderio di conoscere meglio Gesù e i santi. In questo modo, possiamo anche conoscere meglio noi stessi: più il dialogo con Dio entra nella nostra vita, più il nostro essere fiorisce. Se la nostra anima si apre a Dio, il nostro spirito, il nostro io più profondo, diventa più forte, più vivo. 

Come vivrà la Fraternità san Carlo questo anno della fede? 
Innanzitutto vuole prestare attenzione a quello che il Papa ha detto e dirà. Vogliamo seguire l’ideale che Benedetto ci indica con quella sua capacità magistrale di essere semplice quando parla. Il Papa lotta contro l’idea di un cielo “chiuso”, di un orizzonte soffocante, in cui non ci può essere rapporto con Dio. Se il cielo è chiuso, le esperienze più profonde dell’uomo non hanno senso: non ha senso l’amore, non ha senso la giustizia, non ha senso la libertà, non ha senso la bellezza. C’è solo la morte, la violenza, l’assurdità del destino. E rimane soltanto il disperato tentativo dell’uomo di rimanere sulla cresta dell’onda della storia. Ma il cielo non è chiuso, e il Papa ci invita a riscoprire il Padre esigente e misericordioso che lo abita e che desidera che gli uomini lo amino. 

Qual è il cuore del messaggio del Papa? Dove vuole portarci? 
A percepire la fede come una chiamata. Questa è l’esperienza decisiva, senza la quale la fede rimane qualcosa di astratto. Se non percepiamo l’esistenza di Dio Padre come un appello alla nostra vita, che ci chiama in causa personalmente, nella circostanza quotidiana, la fede sarà una questione marginale. Non ci coinvolgerà. Tutto si gioca nella profondità con cui l’appello del Mistero è colto da ciascuno di noi e nella decisione con cui rispondiamo ad esso. La fede è una chiamata, ecco cosa significa che la fede è un dono.

Come possiamo capire se la nostra fede è viva? 
C’è un modo semplice: la nostra fede è viva quando la nostra speranza è determinata dai contenuti del Credo e non dalle nostre capacità o dai nostri successi. I contenuti del Credo, quelli che recitiamo la domenica, quelli a cui aderiamo nella preghiera: Dio padre onnipotente, Gesù disceso dal cielo, crocifisso e risorto, lo Spirito Santo, la Chiesa… se queste cose sono il vero orizzonte in cui ci muoviamo tutti i giorni, se sono il motore della nostra speranza quotidiana, allora la fede è in dialogo vivo. E genera testimonianze commoventi, anche di fronte al mistero del dolore e della morte. 

Se la fede è dono, dobbiamo soltanto aspettare che accada? 
Tutto è dono. E proprio il fatto che dipendiamo, che non possiamo aggiungere neppure un giorno alla nostra vita, e comunque non possiamo renderla eterna, ci porta a Colui da cui tutto viene. Ci porta a cercare Dio e, cercandolo, a conoscerlo. Più lo conosciamo, però, ecco il punto, più l’esperienza della fede diventa esigenza di cambiamento: veniamo infatti attirati dalla bellezza di Dio e capiamo anche che a Dio dobbiamo rispondere. Questo non ci deve spaventare: al contrario, è una possibilità di pace. Pace nei rapporti, a cominciare da quello con noi stessi e con le persone che amiamo di più. Parlo di una pace realistica, non magica; una pace che non dimentica le ferite, che non censura il male; fondata sul perdono, sulla possibilità di riaccogliere e di ricominciare. Queste esperienze così intime e così personali sono già in realtà il cambiamento del mondo, a partire dalla famiglia, per allargarsi poi alla società. 

Se uno desidera una fede così, gioiosa, buona, laboriosa, che cosa deve fare? 
Stare vicino a quelli che hanno risvegliato in lui questo desiderio. E mettersi in ascolto di ciò che dicono, di ciò che vivono. Questo lo aprirà ad un mondo nuovo.
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