Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.

mercoledì 19 maggio 2010

Domenica c'ero (Contributi 302)

Vi propongo l'ultimo editoriale da SamizdatOnLine, che è anche stato inviato come lettera ad Avvenire:

C'ero anch'io in piazza San Pietro, con la mia famiglia e gli amici di CL di Rimini. Ci sono molte letture possibili del gesto di domenica 16 maggio 2010, da quella politica, “prova di forza dei cattolici italiani”, a quella psicologico-sentimentale, “essere in tanti mette coraggio”.

Io penso che il modo giusto per capire quanto é successo sia partire da cosa é la Chiesa:
un popolo che cerca il suo destino di salvezza guidato da un pastore, messo in quel posto scomodissimo dal Fondatore. Allora, quando i tempi si fanno difficili, ci si stringe al pastore, o al padre, se suona meglio, ma comunque ci si stringe a una persona; non per cercare consolazione, ma perché, oggettivamente, é quella persona che garantisce che non stiamo perdendo tempo, che non rischiamo la nostra vita dietro a fantasmi.
E i duecentomila di piazza San Pietro, hanno fatto questo: al di là delle sensibilità personali diverse, degli stili diversi, hanno riconfermato la fiducia, l'abbandono direi, alla promessa di vita eterna e felice garantita da Colui del quale quel vecchio vestito di bianco é vicario e testimone. E' stato avvertibile specialmente nei dieci minuti di attesa fra l'apertura della finestra e la comparsa di quella minuscola forma bianca, quando, ansiosamente, si aspettava di poter toccare almeno con lo sguardo colui che possiamo seguire quando tutto il resto vacilla. E insieme c'era anche l'incoraggiamento, forse non teologicamente corretto, ma umanissimo, mi sembra: Forza, non esitare, siamo con te, preghiamo per te, guidaci senza fermarti.
E il Papa l'ha colto, la sua commozione e' stata evidentissima, anche per noi che sentivamo solo la sua voce, ma in certi tremolii, in certe sottolineature, si é sentito benissimo che era emozionato e contento. E allora adesso? Continuiamo, noi e lui, rafforzati nella certezza che facciamo parte, ognuno nel modo in cui e' stato chiamato, di una storia immensa, bella e impegnativa da vivere.
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lunedì 17 maggio 2010

Perdono (Post 88)

Due interventi fa, citato come Articoli 6-L'arma disarmante avevo proposto un breve articolo sull'episodio della maestra che, colpita a calci da un suo alunno e avendo per conseguenze perso la milza, aveva perdonato il ragazzo. In breve l'articolo elogiava questo gesto definendolo un'arma disarmante.
Ha commentato questo articolo questo articolo Maria con queste parole:

Uhm...scusami Gianandrea, ma stavolta sono....dubbiosa!

Il perdono, è vero, a volte (non sempre, diciamocelo pure) è disarmante. Ma in alcuni casi, non è purtroppo arma "Educativa". Mi spiego meglio: la realtà di oggi ci mostra bambini sempre meno bambini, sempre più impregnati di problematiche da adulti, sempre meno gestibili ed educabili. Cronache come queste, lo fanno vedere nero su bianco.
Io penso che ridurre tutto all'equazione perdono=reinserimento sociale e crescita sana del bambino, sia un pò troppo riduttivo e mi sa di buonismo!
E poi: il gesto del bimbo è stato del bimbo o gli è stato suggerito?
Ti ripeto, ho i miei dubbi, con queste giovani generazioni di oggi, ci vuole il pugno di ferro nel guanto di velluto, apprezzabile il gesto della maestra, ed anche condivisibile, ma non mi piace il tono dell'articolo, che riduce il tutto ad una "improvvisa" maturazione del piccolo e ad una sua "reintegrazione" nella società.
Buona settimana!

Premesso che rispetto il pensiero di tutti e quindi anche dell'amica Maria che, bontà sua mi fa sovente dono di commenti interessanti, mi viene spontaneo commentare a mia volta.
Ovviamente siamo fra amici e ognuno esprime il suo sentire, animato dal desiderio di puntare al vero a di aiutarsi a vicenda in questo.
In primo luogo perdono e punizione non si escludono a vicenda, voglio dire che c'è stato chi ha perdonato chi ha commesso un crimine, ma questo non ha evitato che il colpevole pagasse il suo debito con la giustizia (vogliamo fare un esempio?  Giovanni Paolo II e Alì Agca).
Penso che il perdono come possibilità di uscire in primo luogo da noi stessi (inteso come egoismo personale) per aprirsi ad Altro sia un qualcosa che cambia in primo luogo noi quando lo offriamo, e, fermo restando la libertà di ciascuno, offra una possibilità di cambiamento per l'altro che lo riceve.
Forse l'articolo semplificava un po' la storia, la rendeva un po' simile a una favola con il suo finale "e vissero felici e contenti" ma il punto è che i fatti sono questi, poco conta (secondo me) se il bimbo ha mandato scuse, fiori e vangelo di sua iniziativa o dietro sollecito dei genitori (che in questo caso sarebbero stati a loro volta contagiati dal gesto di perdono della maestra). In fondo fra le ultime parole che Gesù ha pronunciato in croce c'è stato "Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno".
Il perdono è sempre un atto che rigenera chi lo dà e chi lo riceve ed è possibile (quando è sincero) solo se viene da Dio.
Noi uomini, impastati di orgoglio, fango e amor proprio, non siamo capaci di perdonare, siamo più portati a portare rancore e meditare vendetta. Solo Dio è capace di perdonare e, di conseguenza rigenerare l'uomo. E' guardando alla croce (che qualcuno vorrebbe tanto togliere dai nostri uffici e dalla nostra cultura) che si può diventare capaci di perdono e quindi partecipare al gesto rigenerativo che solo Dio può compiere.
In fondo il per - dono è appunto un gesto gratuito compiuto verso qualcuno che è in debito con noi, un abbraccio all'umanità dell'altro che, come la nostra, è ferita e bombardata da questra società non cristiana che preferisce affermare il proprio io piuttosto che Dio.
Non è quindi un buonismo (che come tutti gli "ismi" è solo un processo degenerativo) ma caso mai bontà, amore e attenzione alla propria ed altrui umanità. Se non comincia ad entrare, nel nostro vivere i rapporti con i nostri simili, un modo diverso di guardare noi stessi e gli altri, la legge del più forte ci renderà sempre più disumani. Se l'affermazione del nostro - pur giusto - diritto ha la meglio su ogni altra considerazione ci sarà sempre un più forte a comandare e un più debole a soccombere.
Invece ciò che deve trionfare è l'abbraccio amorevole di Cristo per l'uomo, che, come detto all'inizio non esclude la "punizione", perchè (mi confermino o smentiscano i teologi) è vero che Gesù ha perdonato Zaccheo, ma è anche probabile che qualche anno in purgatorio quest'ultimo lo abbia fatto.
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Confido nella bontà dei miei lettori e aspetto i loro commenti.
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Un popolo sotto il cielo di Pietro (contributi 301)

Vi propongo l'editoriale odierno di SamizdatOnLine:

Com’era bello il cielo sopra Roma ieri, durante il Regina Coeli. Bello perché alla fine è stato compassionevole coi tanti pellegrini arrivati qui fin da sabato, e da tutta Italia, evitando acquazzoni e regalando solo a tratti il sole caldo di maggio. Bello perché anche per noi, che viviamo a Roma da tanti anni, il cielo visto da piazza San Pietro ha sempre qualcosa di affascinante. Bello in questo particolare giorno dell’Ascensione in cui i movimenti e le associazioni laicali sono arrivati in piazza per l’abbraccio al Santo Padre.

Una preghiera per le vittime degli abusi, una per i nostri pastori, una per il successore di Pietro.
Il popolo del Papa day (come lo ha battezzato l’immaginifico ufficio stampa della Coldiretti) ha cominciato a riempire lo spazio all’interno del colonnato fin dalle 8 di domenica mattina. Striscioni, palloncini, cappellini e molta tranquilla voglia di testimoniare l’affetto verso il Papa. Tanti amici che non si vedono da anni, da Milano, Torino, Biella, dietro di noi c’è persino uno striscione di Cl Deutschland. Qualche nuovo amico come quelli dell’Aquila.
Mi hanno raccontato di alcuni della Sicilia che appena ritirato il Papa sono tornati a Termini per tornare a casa. Come se ci fossimo trovati tutti qui per qualcosa di davvero importante, decisivo per la nostra vita e per ogni singola persona: riconoscere in quell’uomo, vestito di bianco, un padre. Non un padre qualsiasi.
Un gesto semplice, camminare e arrivare in piazza, minimo per chi vive a Roma, più impegnativo per chi viene da fuori, e che tuttavia spazza in un solo colpo la negazione della nostra libertà che il potere vorrebbe compiere e compie ogni giorno. Ecco che cosa c’era in quel salutarci felice, in quel rivedere facce e volti di una lunga amicizia… Poi l’introduzione di Paola Dal Toso, segretaria della Cnal, la preghiera condotta dal cardinal Angelo Bagnasco, che oggi è a capo della Cei, le parole stupende della prima omelia di Ratzinger da Papa lette da Roberto Fontolan... Alle 12 tutti col naso all’insù verso la finestra e di nuovo verso il cielo.
Ecco finalmente Benedetto XVI, che ricorda il giorno dell’Ascensione e parla, guarda caso, proprio del cielo. Citando le parole di un grande russo, Pavel Florenskij. “Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, … intrattenetevi … col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete”.
Dalla piazza il Papa è una figura lontana, ma nei maxi schermi appare lieto di tanto calore e un po’ affaticato dal recente viaggio a Fatima. “Il vero nemico da temere e da combattere è il peccato, che a volte contagia anche i membri della Chiesa. Viviamo nel mondo ma non siamo del mondo”, dice, ricordando a tutti di chiedere la purificazione della comunità ecclesiale.
Già, il cielo. Ma che cos’è il cielo? Ha spiegato il Papa: “Il Signore, aprendoci la via del Cielo, ci fa pregustare già su questa terra la vita divina”. In una delle poche interviste televisive che concesse Don Luigi Giussani disse una volta: “Il cielo per noi non è lassù… il cielo è una vibrazione della terra”.
E la terra vibra, come accadde e accade attorno a Giussani, se uno dà tutto. Non c’è niente di meglio nella vita che dare tutto per i propri amici. Questo è il cielo visto ieri mattina, 16 maggio 2010, a San Pietro. E ringrazio Dio di esserci stato.
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domenica 16 maggio 2010

L'arma disarmante (Articoli 6)

Da La Stampa un commento di Massimo Gramellini

La settimana scorsa, la maestra napoletana Maria Marcello si era tuffata in una zuffa di bambini per separarli ed era stata colpita da un calcio che le aveva fracassato la milza. Al risveglio dall’operazione, le sue prime parole erano state irrituali: voleva rivedere il piccolo che l’aveva mandata all’ospedale e perdonarlo. Ieri il bambino le ha spedito una lettera di scuse, un mazzo di fiori e il vangelo della sua prima comunione. Libro Cuore? Può darsi.

Per me quella maestra è una rivoluzionaria e ha raccolto il frutto di un gesto non buonista, ma anticonformista. Esiste oggi qualcosa di più banale che vendicarsi delle offese subìte? Pare sia rimasta l’unica regola morale accettata da tutti: ogni torto va riequilibrato con un’offesa di segno uguale e contrario. Centinaia di film gialli e di curve ultrà non fanno che ripetercelo di continuo: l’onore, la giustizia e il rispetto si ottengono soltanto con la ritorsione. Un bambino ti spacca la milza? Che sia cacciato dal consesso urbano, umiliato lui e la sua famiglia. Così il bimbo crescerà avvelenato contro il mondo, in preda a un astio vittimista che i familiari non mancheranno di alimentare. Poi arriva una maestra da 1100 euro al mese che dice: «Ti perdono». E lo scenario di colpo si ribalta. Perché come fai a sentirti ancora vittima della società, quando la «tua» vittima ti chiede di stringerle la mano?
Il perdono è l’arma disarmante. Non puoi farci nulla: ti vince, ti conquista, ti redime.
Ed è una medicina che alleggerisce il cuore di chi lo riceve, ma ancor più quello di chi lo offre.
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Se il terzo segreto ci porta al quarto.. (Post 87)

Lascio a chi è senza dubbio più bravo di me il compito di spiegare un po' la questione. In questo articolo di Antonio Socci si racconta in breve la questione. In pratica il Papa avrebbe confermato che Fatima e i suoi messaggi non sono un capitolo chiuso ma ancora aperto e che il progetto di Dio che passa attraverso il Cuore Immacolato di Maria è in pieno svolgimento.
Sappiamo da tempo che Maria ha detto "alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà". Una certezza non sottoposta a condizioni che si affianca alla frase di Gesù "le porte degli inferi non prevarranno su di essa".
Ma se non ci sono dubbio o ipotesi alternative sul vincitore definitivo nella battaglia fra il Bene e il male non possiamo ignorare che la stessa è dura e senza esclusione di colpi.
Il Santo Padre ha detto chiaramente  che l'attacco più duro che la Chiesa deve affrontare proviene dal suo interno e che lo scandalo pedofilia era stato annunciato..
Il mio modesto pensiero che penso aver già più volte fatto trapelare è che è sicuramente in corso un attacco alla Chiesa, alla fede e alla cultura cattolica portato su vari livelli. Questo ci sollecita ad una scelta di campo non più rinviabile, dobbiamo decide da che parte stare.
Domani 16/5, domenica di Ascensione, molti cattolici appartenenti a svariati movimenti si sono dati appuntamento in Piazza S.Pietro per riaffermare il proprio appoggio ed affetto a Papa Benedetto che continua la sua missione di testimone e vicario di Cristo.
In una società che è nemica di Cristo e ha "contagiato" parte dei vertici stessi della Chiesa (è questo in fondo il contenuto del cosidetto quarto segreto, il tentativo del nemico di arrivare alla sommità della Chiesa stessa) occorre prendere posizione e prenderla al fianco e a favore di Papa Benedetto instancabile e fedele testimone della fede in Gesù Cristo.
Chi non potesse, come il sottoscritto, partecipare all'incontro di Piazza S.Pietro con il Santo Padre può sempre testimoniare il suo appoggio e il suo affetto a Sua Santità con un sms al 335 18 63 091 e se alcuni messaggi verranno trasmessi durante la trasmissione "A Sua immagine" tutti verranno consegnati al Papa a fine mese.
Io ho mandato il mio messaggio, potete farlo anche voi, ma ancor di più, a prescindere dall'invio o meno del sms, che ognuno prenda posizione in modo sempre più forte, deciso e consapevole.
Aspetto i commenti dei miei attenti lettori..
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venerdì 14 maggio 2010

Da Fatima a Roma, la via del Papa (Contributi 300)

Propongo un articolo di Roberto Fontolan tratto da Il Sussidiario:

Volando verso Fatima, Benedetto XVI ha preso di petto le domande dei giornalisti, selezionate in precedenza in modo tale da dare al Papa la possibilità di risposte approfondite. E ha usato parole e concetti formidabili.

Innanzitutto la coppia ragione-fede posta come “sfida” all’uomo europeo di oggi, caratterizzato da un certo passato, da una certa cultura, da una certa storia:
“La presenza del secolarismo è una cosa normale, ma la separazione e la contrarietà tra secolarismo e cultura della fede è anomala e deve essere superata. La grande sfida di questo momento è che i due si incontrino e trovino così la loro vera identità. Questa, come ho detto, è una missione dell’Europa e una necessità umana in questa nostra storia”.

Poi una visione sintetica della Dottrina sociale della Chiesa, ma sottolineando una decisa correzione a una concezione “spiritualistica” presente anche tra i cristiani, richiamando invece la potente idea di una “responsabilità per il mondo”: “Dobbiamo anche constatare che la fede cattolica, cristiana spesso era troppo individualistica, lasciava le cose concrete, economiche al mondo, e pensava solo alla salvezza individuale, agli atti religiosi, senza vedere che questi implicano una responsabilità globale, una responsabilità per il mondo. Anche qui dobbiamo entrare in un dialogo concreto: ho cercato nella mia enciclica Caritas in veritate, e tutta la tradizione della dottrina sociale della Chiesa va in questi senso, di allargare l’aspetto etico e della fede sopra l’individuo alla responsabilità del mondo, a una razionalità però formata dall’etico, e dall’altra parte gli ultimi avvenimenti sul mercato in questi ultimi due o tre anni hanno mostrato che la dimensione etica è interna e deve entrare all’interno dell’agire economico perché l’uomo è uno, si tratta dell’uomo, di una antropologia sana che implica tutto”.

Infine il tema più incandescente, sul quale si sono soffermate le cronache e vari commentatori, in riferimento al messaggio di Fatima: la sofferenza della Chiesa, il male nella Chiesa. “Il Signore ci ha detto che la Chiesa sarà per sempre sofferente, in modi diversi fino alla fine del mondo. L’importante è che il messaggio, la risposta di Fatima, sostanzialmente non va a situazioni particolari, ma la risposta fondamentale cioè conversione permanente, penitenza, preghiera, e le tre virtù cardinali, fede, speranza carità. Così vediamo qui la vera e fondamentale risposta che la Chiesa deve dare, che noi ogni singolo dobbiamo dare in questa situazione.
Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio, è anche che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Anche questo si sapeva sempre, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa. E che la Chiesa ha quindi ha profondo bisogno di ri-imparare la penitenza, accettare la purificazione, imparare il perdono ma anche la necessità della giustizia.
Il perdono non sostituisce la giustizia.
Dobbiamo imparare proprio questo essenziale: la conversione, la preghiera, la penitenza, le virtù teologali. Così rispondiamo e siamo realisti, per aspettare che sempre il male attacca, attacca dall’interno e dall’esterno, ma che sempre anche le forze del bene sono presenti e che finalmente il Signore è più forte del male e la Madonna per noi è la garanzia. La bontà di Dio è sempre l’ultima parola della storia”.
Conversione permanente, penitenza, preghiera, le virtù della fede, della speranza, della carità: come suonano familiari a tanti cristiani di oggi le “risposte” che il Papa propone davanti allo sgomento della evidenza del male fuori e dentro di noi. Familiari e dure, per nulla scontate, facili da dimenticare, attaccati come siamo alle conseguenze “sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista”, come poi egli stesso ha ricordato ai centomila assiepati nella piazza di Lisbona.
E qui non ha risparmiato una ulteriore sferzata alla Chiesa (l’urgenza di un cambiamento emerge come forte di questo viaggio): “Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni”. Altre parole da non dare per scontate: non si può continuare a seguire i propri ruolini di marcia come se nulla fosse, ad anteporre o ad affiancare a un Papa che parla così, che grida così, che sfida così, il proprio intoccabile tran tran.

Carichi di queste parole e di questi sentimenti, domenica prossima in moltissimi saranno presenti in piazza San Pietro per quello che è stato definito un grande, essenziale gesto “di popolo”: pregare insieme al Papa, testimonianza non tanto di un sostegno a lui, ma piuttosto del bisogno di essere da lui sostenuti, di ascoltare ancora “le parole che danno la vita”. Qualcuno si è domandato che senso abbia che a decine di migliaia di sobbarchino di fatiche e di ore di viaggio “solo” per pochi minuti di preghiera. Solo?
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giovedì 13 maggio 2010

Vergine coronata con le nostre sofferenze (Contributi 299)

Testo della preghiera da Benedetto XVI alla Cappella delle Apparizioni di Fatima

(Santo Padre)Signora Nostra e Madre di tutti gli uomini e le donne,


eccomi come un figlio che viene a visitare sua Madre
e lo fa in compagnia di una moltitudine di fratelli e sorelle.
Come successore di Pietro, a cui fu affidata la missione
di presiedere al servizio della carità nella Chiesa di Cristo
e di confermare tutti nella fede e nella speranza,
voglio presentare al tuo Cuore Immacolato
le gioie e le speranze nonché i problemi e le sofferenze
di ognuno di questi tuoi figli e figlie che si trovano nella Cova di Iria
oppure ci accompagnano da lontano.
Madre amabilissima, tu conosci ciascuno per il suo nome,
con il suo volto e la sua storia,
e a tutti vuoi bene con la benevolenza materna
che sgorga dal cuore stesso di Dio Amore. Tutti affido e consacro a te,
Maria Santissima, Madre di Dio e nostra Madre.


(Cantori e assemblea)
Noi ti cantiamo e acclamiamo, Maria (v.1)
(Santo Padre)
Il Venerabile Papa Giovanni Paolo II, che ti ha visitato per tre volte, qui a Fatima,
e ha ringraziato quella «mano invisibile» che lo ha liberato dalla morte
nell’attentato del tredici maggio, in Piazza San Pietro, quasi trenta anni fa,
ha voluto offrire al Santuario di Fatima un proiettile
che lo ha ferito gravemente e fu posto nella tua corona di Regina della Pace.
È di profonda consolazione sapere che tu sei coronata
non soltanto con l’argento e l’oro delle nostre gioie e speranze,
ma anche con il «proiettile» delle nostre preoccupazioni e sofferenze.
Ringrazio, Madre diletta, le preghiere e i sacrifici che i Pastorelli
di Fatima facevano per il Papa, condotti dai sentimenti
che tu hai ispirato loro nelle apparizioni.
Ringrazio anche tutti coloro che, ogni giorno,
pregano per il Successore di Pietro e per le sue intenzioni
affinché il Papa sia forte nella fede, audace nella speranza e zelante nell’amore.


(Cantori e assemblea)
Noi ti cantiamo e acclamiamo, Maria (v.2)

(Santo Padre)
Madre diletta di tutti noi, consegno qui nel tuo Santuario di Fatima, la Rosa d’Oro
che ho portato da Roma, come omaggio di gratitudine del Papa
per le meraviglie che l’Onnipotente ha compiuto per mezzo di te
nei cuori di tanti che vengono pellegrini a questa tua casa materna.
Sono sicuro che i Pastorelli di Fatima i Beati Francesco e Giacinta
e la Serva di Dio Lucia di Gesù ci accompagnano in quest’ora di supplica e di giubilo.


(Cantori e assemblea)
Noi ti cantiamo e acclamiamo, Maria (v.5)
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lunedì 10 maggio 2010

La rinascita di Francesco (Contributi 298)

Da IlSussidiario un articolo di Pigi Colognesi

Francisco poteva ben dirsi soddisfatto della sua vita. A ventotto anni era uno degli uomini di maggior successo della Spagna imperiale di Carlo V. Di nobile casato - tra i suoi avi poteva addirittura vantare un Papa - fin da piccolo era diventato paggio alla corte del sovrano sui cui possedimenti «non calava mai il sole».
Entrato nelle grazie del re e di sua moglie Isabella, che sarebbe morta di lì a poco, ne aveva ricevuto in cambio un marchesato, altisonanti titoli onorifici e potere. Si era anche sposato: un felice matrimonio coronato dalla nascita di ben otto figli.
Non aveva dimenticato i suoi doveri di buon cristiano. Anzi, dopo una brutta malattia, si era ripromesso - seguendo i consigli di questi nuovi e ferventi religiosi che un suo conterraneo aveva raccolto sotto il nome di Compagnia di Gesù - di confessarsi e fare la comunione più frequentemente.
La missione che ora l’imperatore gli affida è per Francisco particolarmente gradita: si tratta di guidare il drappello d’onore che accompagna la traslazione della defunta Isabella in una tomba più sontuosa. Un lavoretto senza difficoltà. Ma, per un disguido, la cassa dove riposa la salma della bellissima imperatrice si apre e agli occhi stralunati di Francisco appare solo della carne in putrefazione.
La macabra visione di decadenza instilla in lui gravi domande: «Se perfino un’imperatrice va a finire così, che ne è dei miei successi e dei miei onori? Sono forse anch’io solo carne e scheletro destinati a corrompersi, un corpo in attesa di diventare cadavere? La religione, che pur professo lealmente, non mi chiede qualcosa di più?».
Sono pensieri che non abbandoneranno più Francisco, nemmeno quando accompagnerà l’imperatore in importanti missioni, nemmeno quando diventerà viceré di Catalogna. Pensieri che ritorneranno con urgenza nel 1546, quando l’amata moglie Leonora morirà. Allora sarà la svolta.

Qualche giorno fa ho dovuto fare una radiografia alla mano destra. Quando il medico mi ha mostrato la lastra sono rimasto impressionato. La mia mano, quel pezzo così importante per lavorare, per stringere un’altra mano, per soffiarsi il naso, per mangiare, per usare il mouse, era uno scheletro.
Guardavo ammirato quell’insieme perfetto di ossa ben congegnate e mi stupivo delle potenzialità della tecnica; tanto più perché il medico, intanto, mi mostrava che non c’era niente di rotto. E mentre un oscuro fremito mi suggeriva che in fondo - così sembrava mostrare l’evidenza scientifica - non sono altro che scheletro e carne che si decomporranno, mi è tornata alla memoria la storia di Francisco.

Che poi è san Francesco Borgia, discendente del vituperato papa Alessandro VI. Quel Francesco Borgia che, dopo la morte della moglie, per rispondere alle domande sorte dalla visione della defunta Isabella diventerà gesuita.
Col permesso pontificio, rimarrà in famiglia fino alla sistemazione dei figli, ma nel 1550 rinuncerà a tutte le cariche pubbliche, agli onori e alla vita familiare e si trasferirà a Roma, dedicandosi completamente alla diffusione della Compagnia di Gesù.
Nel 1565 ne assumerà la guida, diventando il terzo successore di sant’Ignazio di Loyola, fino alla morte, nel 1572. La visione apparentemente mortuaria di un corpo in decomposizione è stata per lui la possibilità di una nuova nascita.
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sabato 8 maggio 2010

Il volto della Madre (Interventi 26)

Riporto come mi è arrivata, invitando TUTTI a leggere integralmente prima di visualizzare l'immagine posta in coda al post


Sottopongo all’attenzione di tutti una immagine straordinaria.


È straordinaria in se stessa, a prescindere dal modo in cui è venuta fuori, anche se, cioè, non fosse collegata ai fatti che sto per raccontare.
Durante il pellegrinaggio che ho guidato l’anno scorso a Medjugorje per il festival dei giovani, un signore che era con noi, Giuseppe Tomarchio di Mascali (Catania), afferma di aver scattato una foto alla statua della Madonna posta in fondo alla navata destra della chiesa di Medjugorje. Era il primo agosto, alle ore 15,06. Egli si sentì come attirato ad andare presso la statua, davanti alla quale (poiché stavano cambiando i fiori), in quei momenti era stata tolta la ringhiera artificiale che impedisce ai fedeli di avvicinarsi troppo. Trovatosi a tu per tu con la statua, lui stesso non sa come, scattò una foto al Suo volto, ma senza controllarne subito il risultato.
Qualche giorno dopo, il 5 agosto, durante il viaggio di ritorno dalla visita alla comunità di Nuovi Orizzonti nella sua nuova sede e dopo aver partecipato alla apparizione della Madonna alla veggente Marija, una cugina (Pina) del signor Tomarchio, rivedendo le foto sul cellulare, rimase colpita da una immagine della Madonna, dalla bellezza del viso, ma soprattutto degli occhi di quella immagine, che sembravano gli occhi di una persona viva, e non quelli di una statua.
“Questa foto la voglio!”, esclamò la cugina. Ma più grande stupore colse lo stesso signor Tomarchio nel constatare la presenza di un volto totalmente diverso da quello a cui aveva scattato la foto in chiesa.
Giunti a casa, in Sicilia, il telefonino fu portato da un fotografo, che non riuscì nell’intento di estrarre il file. Successivamente un altro fotografo ci riuscì, e la foto sviluppata e stampata ha cominciato ad attirare tutti quelli che l’hanno vista. L’immagine ricalca quella di Tihaljina, dove noi però non siamo andati, ma con alcune differenze sconcertanti: il volto non è più così ovale come nella statua. Ciò che però più impressiona sono gli occhi, che alcuni non riescono ad affrontare a lungo, tanto sono quelli di una persona viva. Ingrandendo l’immagine si scopre anche che in quegli occhi sono presenti le ciglia. Lo sguardo intenso dà la sensazione di una persona che stia lì pronta a piangere. Sono occhi che ti interrogano, che ti scrutano maternamente, che ti rimproverano, che, dopo che tu hai visto, ti inseguono benignamente, aiutandoti a rispondere alla sua chiamata. Sono occhi misericordiosi e tristi. Sono occhi dei quali non puoi fare più a meno.
Si tratta di una immagine che va diffusa. E se anche non fosse di origine straordinaria, ma ci fosse la mano di un uomo, occorrerebbe fare a questa persona i più calorosi complimenti per aver realizzato questo capolavoro di una intensità senza pari.
Forse è un segno per la persona che l’ha scattata, della quale non ho motivo di dubitare; forse è un regalo per il nostro gruppo. Ma qualsiasi cosa sia, sono convinto che esso è un’occasione straordinaria per ascoltare i richiami di Maria che ci parla con gli occhi, quegli occhi misericordiosi che ogni giorno le chiediamo di rivolgere a noi. Un ennesimo tentativo di implorare la nostra conversione e di prendere in seria considerazione i suoi richiami. Tra le tante immagini che circolano e che si ritengono miracolose, questa ha il pregio di farci sentire vivi i richiami di Maria.
Ma c’è ancora un altro fatto che a me pare si possa accostare a questa immagine, che non sento di chiamare foto, e che, almeno per il nostro gruppo, costituisce la conferma di un segno. È successo l’hanno precedente sempre nel nostro gruppo, e sempre durante il festival dei giovani. Cerco di riproporlo, grosso modo rinviando ad altra data il racconto particolareggiato.
Stavano per salire il Podbrdo, quando passando accanto alla vecchia casa di Vicka, abbiamo notato un gruppo che attendeva la veggente.
Nessuno tra la folla di migliaia di pellegrini presenti a Medjugorje in quei giorni, sapeva di questo incontro. Così ho dirottato subito i miei pellegrini nel cortiletto attorno alla scala che tradizionalmente serve a Vicka per parlare a tutti coloro che vogliono incontrarla.
Ad un certo punto del suo dialogo con i pellegrini, Vicka cominciò ad imporre le mani ai presenti e a pregare su di loro. Una giovane signora del nostro gruppo, con i problemi più disparati e che stava dietro a Vicka, quando ormai aveva perso ogni speranza di parlarle, si trovò all’improvviso davanti Vicka che le imponeva le mani. Scoppiò a piangere, quando Vicka la chiamò per nome, poiché non si erano mai conosciute prima. “Come fai a conoscere il mio nome?”, le chiese. “Me lo ha detto la Signora”, rispose Vicka. È stato quello il momento in cui questa donna del nostro gruppo, ora sì fortunata, non ha più visto il volto di Vicka, ma il volto della Madonna che le parlava. Gli occhi, in modo particolare, erano di un azzurro indescrivibile.
Per un po’ di giorni questa donna non è stata capace di raccontare la sua esperienza. Tutto il resto di quel giorno ha voluto rimanere da sola a considerare ciò che le era accaduto. Neanche la sera ha voluto uscire dalla sua stanza, nonostante ci fosse gratis il concerto di Andrea Bocelli.
Quando, qualche tempo fa, le ho mostrato e regalato l’immagine della Vergine di cui stiamo parlando, con grande emozione mi ha detto:
“QUANTO HO CERCATO QUESTI OCCHI!”.
In sintonia con il signor Tomarchio, abbiamo pensato di mettere a disposizione di tutti questa immagine, senza alcuna pretesa. Ognuno giudichi da sé! L’unica cosa che chiediamo e che l’immagine si accompagni alla sua storia. E questo per evitare, come è già successo, che tanti si vantino a sproposito di essa come di propria esperienza.
È un dono per tutti. Che almeno venga sottoscritta o retroscritta la dicitura: Immagine scattata a Medjugorje dal signor Giuseppe Tomarchio di Mascali (Catania) il giorno 01 agosto 2009 alle ore 15,06 al volto della statua che si trova dentro la chiesa di Medjugorje. Questo per evitare che qualcuno speculi sull’immagine.
Credo poi che ne abbiamo fin sopra i capelli di discussioni su verità o falsità di immagini che circolano nei luoghi delle apparizioni: questa immagine è straordinaria in se stessa da qualunque parte venga.
Inutile cercare il file originale, poiché dopo averlo estratto la prima volta, il telefonino del signor Tomarchio , in cui il file era contenuto, è andato distrutto.
Io però intimamente propendo per la sua autenticità. Tuttavia se qualcuno conoscesse già la stessa immagine, rimane libero di contestarci.
A breve l’immagine sarà sottoposta al giudizio di alcuni veggenti. Intanto, io già prego davanti ad essa.
Prima di concludere vorrei aggiungere un ulteriore tassello a questa storia, ricca di coincidenze interessanti. Si tratta di una circostanza particolare, forse fortuita. Un po’ dopo aver scattato la foto di cui abbiamo parlato, rientrato in chiesa, il signor Tomarchio ha girato un breve filmato alla statua, durante il quale si sente distintamente il canto “Virgen Morenita”, un canto alla Vergine di Guadalupe, Colei cioè che ci ha lasciato di se stessa una delle immagini più stupefacenti della storia del cristianesimo. Tutti sanno che negli occhi di quella immagine è racchiuso uno dei suoi misteri più sorprendenti. Così nel suo telefonino il signor Tomarchio si è ritrovata prima la stupenda immagine in questione e poi il filmato con questo canto alla Madonna di Guadalupe. L’orario della foto, le 15,06, è quello in cui si sta recitando la coroncina della Divina Misericordia: un ulteriore richiamo agli occhi misericordiosi di Maria.


Diacono Franco Sofia


Qui di seguito, il racconto autografo del signor Tomarchio:
“Lo scorso anno, ad agosto, in occasione del Festival dei Giovani, insieme ad un gruppo di fedeli, accompagnati dal diacono Francesco Sofia, mi recai in pellegrinaggio a Medjugorje.
Più volte, durante la giornata, andavo in chiesa a pregare ai piedi della statua della Madonna.
Un pomeriggio, mentre alcune persone sistemavano i fiori ai piedi della statua, come se fossi stato chiamato ad avvicinarmi, mi accostai accanto alla statua e, con il telefono cellulare, scattai una foto al volto.
Qualche giorno dopo, stavamo rivedendo, insieme a mia cugina Pina, le foto scattate durante il pellegrinaggio, quando con grande stupore ella mi faceva notare la bellezza del volto di una di queste immagini: era la bellezza del volto di una persona viva, in tutti i suoi particolari. Solo allora mi resi conto che quella era la foto che avevo scattato alla statua che si trova dentro la chiesa di Medjugorje. Si trattava di una persona reale viva in tutti i suoi particolari.
Ho ringraziato la Madonna, per il segno molto bello e vivo che rimarrà nei nostri cuori per tutta la vita”.
Giuseppe Tomarchio


Poiché in questa vicenda tutti e tre i protagonisti portano il nome di san Giuseppe, proprio a lui che per tanti anni ha incontrato gli occhi ineffabili di Maria, quegli occhi che hanno fatto innamorare il Figlio di Dio, Gesù, vorrei dedicare questa immagine. Essa è posta sotto la sua custodia.
A tutti un augurio e una benedizione: che gli occhi di Maria siano sempre su di voi, vi inteneriscano fino alle lacrime di compunzione, accompagnino i vostri passi, veglino sul vostro futuro e sulla vostra salvezza! O Madre e Regina della pace, rivolgi sempre a noi i tuoi occhi misericordiosi. Amen.


Diacono Franco Sofia

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Ignorate dai media le stragi di cristiani in Iraq

Questo l'ultimo editorale di SamizdatOnLine

Il 25 dicembre 1990, alla vigilia della Prima Guerra del Golfo, durante il messaggio di Natale papa Giovanni Paolo Il invitò “i potenti della terra” a riflettere sul fatto che “la guerra è un’avventura senza ritorno”. Sono passati vent’anni, e le guerre recenti hanno già prodotto un frutto velenoso: i cristiani sono quasi scomparsi dal Medio Oriente, e là dove resistono eroicamente sono sanguinosamente perseguitati.
L’ultima strage in ordine di tempo è quella del 2 maggio 2010 a Mosul, in Iraq.
Ma i media italiani non ne hanno parlato.
SamizdatOnLine

Così la riporta l’agenzia “ZENIT”:
“Benedetto XVI ha espresso il proprio dolore per l'ennesima ondata di violenza che si è abbattuta sull’Iraq".


In un telegramma a firma del Cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, il Papa si è detto “profondamente rattristato per la tragica perdita di vite e per i feriti” causati dall’attentato che il 2 maggio ha fatto strage su un convoglio di autobus che ogni mattina porta gli studenti universitari di Qaraqosh, una località quasi totalmente cristiana, all'università di Mosul.


Quattro persone sono morte e 171 sono rimaste ferite nell'attacco. Ogni vettura trasportava circa 50 studenti di età compresa tra i 18 e i 26 anni.
Nel pregare per le vittime e le loro famiglie, secondo quanto riferito dalla Radio Vaticana, Benedetto XVI ha ribadito la “sua vicinanza spirituale alle comunità cristiane dell'Iraq” e rinnovato “il suo appello a tutti gli uomini e le donne di buona volontà perché mantengano salde le vie della pace e respingano tutti gli atti di violenza che hanno causato così tante sofferenze”.
In alcune dichiarazioni all'agenzia Fides, il Cardinale Emmanuel III Delly, Patriarca caldeo di Baghdad, ha detto: “Siamo scioccati da questo evento che ha colpito giovani innocenti cristiani: due esplosioni per un atto di violenza brutale, che solo per grazia di Dio non è diventato una strage molto più estesa. Siamo vicini alle famiglie delle vittime, esprimiamo le più sincere condoglianze a quanti hanno perso i loro cari”.
Il porporato ha poi invocato “riposo eterno delle anime delle vittime e preghiamo per tutti i feriti, molti dei quali sono gravi, e per la consolazione dei loro parenti. La nostra reazione oggi è quella della preghiera e del perdono. Siamo tutti fratelli e figli di Dio, e il popolo dell’Iraq è chiamato a fare propria questa verità”.
“Preghiamo perché il Signore illumini la mente e il cuore di nostri governanti e di quanti si macchiano di queste violenze, perché possano convertirsi alla pace e alla riconciliazione. La nostra risposta cristiana alla violenza che subiamo ogni giorno – ha concluso il Cardinale - è e sarà sempre questa, nella certezza che il Signore resta accanto a noi e si manifesta nella vicinanza, nell’affetto e nell’aiuto che ci mostrano tutti i cristiani del mondo”.
Purtroppo il Cardinal Delly esprime più un auspicio che una realtà: la nostra mobilitazione per i fratelli perseguitati si scontra spesso con un muro di disinformazione, talora di indifferenza, quando non di “politicamente corretta” presa di distanze.


Così sostiene in una intervista René Guitton, autore dello scioccante saggio-inchiesta “Cristianofobia. La nuova persecuzione”:


D. La situazione che descrive diventa ancora più allarmante a causa del mutismo e della cecità dei cristiani in Occidente. Perché questo silenzio?
R. Il fatto è che per la stampa non è di moda parlare di loro, non è di tendenza prendere le difese di quella che da noi in Occidente è percepita come la maggioranza. In più, esiste una forma di razzismo strisciante per cui i cristiani occidentali ritengono che non si tratti di un loro problema. Anche gli ebrei e i musulmani sono perseguitati e io sono il primo a schierarmi in loro difesa nel caso di atti di islamofobia o di antisemitismo, ma il riconoscimento delle loro sofferenze non deve avvenire al prezzo della negazione di quelle dei cristiani. Vi sono forse vittime di cui si deve parlare e altre su cui si deve tacere? È inaccettabile discriminare le vittime. Difendere i cristiani oggi vuol dire difendere la libertà religiosa di tutte le altre comunità religiose perseguitate. Inoltre c’è un senso di colpa cristiano, a torto o a ragione, ma forse più per ignoranza, legato all’atteggiamento della Chiesa durante la Shoah e l’altro deriva dalla colonizzazione. C’è stata di fatto un’assimilazione tra cristiani e colonizzatori ai quali, in un certo senso, viene chiesto di espiare e di risarcire il proprio passato coloniale-imperialista. Perciò molti cristiani tacciono e chiudono gli occhi, ma questo silenzio è colpevole. Bisogna agire, non possiamo più tollerare l’intollerabile. Ma c’è una forma di cristianofobia anche in Occidente ed è incarnata dal cosiddetto laicismo integralista, ottuso, aggressivo e liberticida che ha frainteso il concetto di laicità e incoraggiato una pregiudiziale e sistematica svalutazione del cristianesimo. (Intervista di Benedetta Neri su “L’Occidentale”).


Era compito del Samizdat russo comunicare le notizie censurate, nascoste, fatte sparire.
Come SamizdatOnLine riteniamo nostro compito prioritario raccontare questi fatti da molti ormai colpevolmente taciuti.
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giovedì 6 maggio 2010

Con buona pace di Cavour, è il Papa che unisce l’Italia. Parola di Dostoevskij (Contributi 297)

Propongo quest'articolo di Renato Farina da Il Sussidiario:

La domanda è semplice. Perché la Chiesa, in particolare la Chiesa italiana (anche se i puristi direbbero “la Chiesa che è in Italia”) adesso è la più forte sostenitrice dell’unità di questo Paese, quando a suo tempo la visse come un sopruso? È impazzita? Ha cambiato la sua essenza e il suo giudizio? Lo fa per convenienza? O per che altro?

C’è una risposta che discende dall’amore per il popolo, per la sua ricchezza. Provo ad analizzare.
L’unità d’Italia fu cercata certo in nome - da parte di molti, anche da intellettuali cattolici - dell’amore per il suo destino, perché non fosse più in balia dello straniero. Ma la mossa politica e ideologica fu a partire da un disegno illuministico e massonico, tale per cui il popolo in grande maggioranza cattolico andava emancipato dal suo attaccamento a ciò che ostacolava un nuovo ordine, comandato da interessi finanziari di sottomissione della povera gente, e per strappare Dio dalla vita pubblica consegnandolo ad una sfera privata, senza peso nel costruire la società. E ostacolo a questo era il papato. Una chiesa fatta di carne, di iniziativa sociale costruita al di fuori del controllo dei poteri forti. I libri cosiddetti revisionisti ricordano come furono incarcerati vescovi e sacerdoti solo perché non agitarono il turibolo al nuovo Dio che era lo Stato. Il Papa fu fatto prigioniero in casa sua. I beni della Chiesa erano in realtà i beni del popolo. Furono confiscati e rivenduti, impoverendo in particolare il nostro Sud, da cui fu drenato il risparmio intero della Sicilia e del mezzogiorno. Il modello era quello napoleonico. Lo Stato come fonte di ogni diritto. La Chiesa invece, essendo contro il liberalismo che arricchiva i lupi, stava a favore della libertà.
Estremizzo, ovvio. Ma va detto. C’era Dio in prigione, come si faceva a stare dalla parte del suo aguzzino?
La Chiesa - e in particolare Pio XI - ha ottenuto alla fine quel che voleva: con il Concordato e soprattutto i Patti Lateranensi poté avere un minimo territorio (a lui bastava un metro quadrato) che fosse sottratto alla potestà temporale, con la facoltà di imbavagliarlo.
Il tempo passa. La storia si sviluppa. Il popolo - dopo le due grandi guerre - si è trovato dinanzi alla possibilità di dar forma democratica ai suoi ideali. Si è generata una solidarietà. Un sentimento patrio, l’idea di una comunanza basata proprio sul suo sentimento profondo cristiano. È stato questa percezione di sé a permettere la ricostruzione.

Di queste cose ho molto discusso con un grande cattolico liberale e statista: Francesco Cossiga. Mi disse una volta: «Mi interessa l’Italia. Le volte che ho detto “Viva-l’Italia-Viva-la-Repubblica!” sono state tante. E ho sempre pensato allo Stato, a questo Stato, mentre lo dicevo. Ma anche a qualche cosa di più forte e intimo. All’Italia che senza questo Stato ora non ci sarebbe, eppure è più grande dello Stato. Ha un destino spirituale unico. C’è in questa Patria nostra, nei popoli che la costituiscono, un compito universale. Papa Giovanni Paolo II non ha mai compreso questa stranezza italiana. Questa frammentazione di popoli e la Chiesa che amava così tanto l’Italia da non desiderare l’unità nazionale. Un giorno, si decise a chiedermelo. “Senta, lei mi deve spiegare: come mai la Chiesa italiana era contro l’unità nazionale?” Per un polacco era inconcepibile. Io risposi: “Santo Padre, il giorno che Antonio Rosmini verrà fatto beato sarà una cosa molto più importante della conciliazione tra la Santa Sede e lo Stato italiano, perché sarà la conciliazione tra la nazione italiana e la Chiesa italiana”. Perché Rosmini aveva in mente un’Italia che fosse insieme Stato e la Chiesa non fosse libera “in” esso. Ma libera “con” lo Stato. Così come il popolo non era da lui fatto coincidere con lo Stato. È stato fatto beato Rosmini. La Chiesa ora riconosce pienamente l’Italia, si è riconciliata anche simbolicamente con la nazione italiana». Fin qui Cossiga.
Da parte mia sto con Fëdor Dostoevskij, citato dal cardinal Giacomo Biffi. Ricordo che Joseph Ratzinger ha definito questo meraviglioso genio russo come “il più grande letterato cristiano del XIX secolo”. E non era certo papista, da slavofilo ortodosso.
In una sua pagina tratta dal Diario di uno scrittore scrive: “L’unico grande diplomatico del secolo XIX è stato Cavour e anche lui non ha pensato a tutto. Sì, egli è geniale, ha raggiunto il suo scopo, ha fatto l’unità d’Italia. Ma guardate più addentro e che cosa vedete? Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa ha ottenuto al suo posto? (…) è sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, (…) un regno soddisfatto della sua unità, che non significa assolutamente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti e soprattutto soddisfatto di essere un regno di second’ordine. Ecco la creazione del conte di Cavour”.

Io credo che l’Italia debba ricordarsi di essere questa intensità unica al mondo. Essere piccoli rispetto a tanti numeri, ma coscienti di essere il luogo dove il particolare può diventare universale: nell’arte, nella scienza, anche nella visione politica.
Continua a irrorare ogni italiano, credente o ateo, di questo spirito universale. Qualche idiota vorrebbe strappare questo segno dall’Italia. Invece è questa presenza che può renderci unici, alla maniera intuita da Dostoevskij. Anche quando il Papa è polacco o tedesco, il Papato è italiano in essenza e per saecula saeculorum. Ed incarna e diffonde quell’idea e quella pratica di universalità, di cuore grande, di mente che non si ferma a Chiasso o a Capo Passero, ma come Ulisse che era di una piccolissima isola, però andava al largo, era mosso da qualcosa di impalpabile per cui gli batteva il petto: così noi. Ulisse voleva tornare a casa, ma non resisteva al desiderio più forte della volontà di prendere vento, e andare, andare come dei pazzi, come Cristoforo Colombo, come Amerigo Vespucci. Come Dante negli inferi e in cielo. Pensando allo Stato, a questo Stato, che oggi ha bisogno dell’unità, dentro una forma federale, ma conservando insieme unità e slancio universale. Per questo sentiamo l’appello del cardinale Angelo Bagnasco all’unità d’Italia come la cosa più bella sentita di questi tempi sul nostro Paese e sul suo futuro.
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lunedì 3 maggio 2010

Politici, cartoni animati e il vecchio sogno dell'uomo nuovo (Post 86)

Ogni tanto capita che un post di questo blog provochi reazioni ad effetto ritardato. Per carità va bene così, non ci sono argomenti a scadenza, il pensiero cristiano (e gli attacchi che vorrebbero farlo sparire) sono sempre attuali. Questa volta è stato il post del 22/4 su Zapatero a provocare la reazione di Maria
Breve riassunto per chi non ha letto o si è scordato: colui che vuole far abortire le ragazze, se fosse possibile prima del coito e fino al 270° giorno, ha pensato bene di bandire da tutte le scuole del regno ispanico la nefasta narrazione delle favole di biancaneve, cenerentola e anche della bella addormentata.
La motivazione di tale atto da inquisizione è che queste narrazioni possono causare nelle fanciulle delle giovani generazioni false aspettative (leggi: vana attesa del principe azzurro).
A parte la considerazione che è altamente probabile che il problema più grave che gli iberici devono affrontare non sia tanto il possibile effetto negativo di dorati sogni ingenerati da favole ma il sicuro risultato sconfortante della crisi economica che attanagli il paese dei nostri cugini latini, questa intenzione rivela la tentazione mai sopita di tagliare alla radice ogni possibile legame con ogni forma di tradizione per forgiare un uomo e una donna che sappia guardare al futuro con la mente sgombra da pensieri del passato.
Talmente sgombra che i pensieri vi possono essere messi dentro da chi governa.
La tentazione di avere non un popolo di uomini ma una massa di automi di cui gestire voglie, pensieri e desideri.
Ma l'uomo è desiderio e domanda di infinito e ogni tentativo di soffocarla è destinato prima o poi a fallire. Il cuore dell'uomo è creato da Dio per essere da Lui riempito e ogni cosa diversa non lo sazia realmente.
Per cui anche il sogno zapateriano di un'infanzia senza fiabe (per poi arrivare ad un'infanzia senza idee ed ideali) è destinato a cadere e ad essere abbattuto.
Forse ci vorrà del tempo e io non lo saprò mai, ma un giorno qualche bambino troverà in una soffitta un libro di favole che incuriosito leggerà e di cui parlerà agli amici. E un altro giorno qualcuno invece troverà una Bibbia...
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domenica 2 maggio 2010

Benedetto XVI medita sulla Sacra Sindone (Contributi 296)

meditazione del Papa con le Suore di clausura

Cari amici,

questo è per me un momento molto atteso. In un’altra occasione mi sono trovato davanti alla sacra Sindone, ma questa volta vivo questo pellegrinaggio e questa sosta con particolare intensità: forse perché il passare degli anni mi rende ancora più sensibile al messaggio di questa straordinaria Icona; forse, e direi soprattutto, perché sono qui come Successore di Pietro, e porto nel mio cuore tutta la Chiesa, anzi, tutta l’umanità.
Ringrazio Dio per il dono di questo pellegrinaggio, e anche per l’opportunità di condividere con voi una breve meditazione, che mi è stata suggerita dal sottotitolo di questa solenne Ostensione: “Il mistero del Sabato Santo”. Si può dire che la Sindone sia l’Icona di questo mistero, l’Icona del Sabato Santo. Infatti essa è un telo sepolcrale, che ha avvolto la salma di un uomo crocifisso in tutto corrispondente a quanto i Vangeli ci dicono di Gesù, il quale, crocifisso verso mezzogiorno, spirò verso le tre del pomeriggio.
Venuta la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato solenne di Pasqua, Giuseppe d’Arimatea, un ricco e autorevole membro del Sinedrio, chiese coraggiosamente a Ponzio Pilato di poter seppellire Gesù nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia a poca distanza dal Golgota. Ottenuto il permesso, comprò un lenzuolo e, deposto il corpo di Gesù dalla croce, lo avvolse con quel lenzuolo e lo mise in quella tomba (cfr Mc 15,42-46). Così riferisce il Vangelo di San Marco, e con lui concordano gli altri Evangelisti. Da quel momento, Gesù rimase nel sepolcro fino all’alba del giorno dopo il sabato, e la Sindone di Torino ci offre l’immagine di com’era il suo corpo disteso nella tomba durante quel tempo, che fu breve cronologicamente (circa un giorno e mezzo), ma fu immenso, infinito nel suo valore e nel suo significato.


Il Sabato Santo è il giorno del nascondimento di Dio, come si legge in un’antica Omelia: “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme … Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi” (Omelia sul Sabato Santo, PG 43, 439). Nel Credo, noi professiamo che Gesù Cristo “fu crocifisso sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto, discese agli inferi, e il terzo giorno risuscitò da morte”.


Cari fratelli e sorelle, nel nostro tempo, specialmente dopo aver attraversato il secolo scorso, l’umanità è diventata particolarmente sensibile al mistero del Sabato Santo. Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato allargandosi sempre di più. Sul finire dell’Ottocento, Nietzsche scriveva: “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso!”. Questa celebre espressione, a ben vedere, è presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana, spesso la ripetiamo nella Via Crucis, forse senza renderci pienamente conto di ciò che diciamo. Dopo le due guerre mondiali, i lager e i gulag, Hiroshima e Nagasaki, la nostra epoca è diventata in misura sempre maggiore un Sabato Santo: l’oscurità di questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita, in modo particolare interpella noi credenti. Anche noi abbiamo a che fare con questa oscurità.


E tuttavia la morte del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret ha un aspetto opposto, totalmente positivo, fonte di consolazione e di speranza. E questo mi fa pensare al fatto che la sacra Sindone si comporta come un documento “fotografico”, dotato di un “positivo” e di un “negativo”. E in effetti è proprio così: il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini. Il Sabato Santo è la “terra di nessuno” tra la morte e la risurrezione, ma in questa “terra di nessuno” è entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata con i segni della sua Passione per l’uomo: “Passio Christi. Passio hominis”.
E la Sindone ci parla esattamente di quel momento, sta a testimoniare precisamente quell’intervallo unico e irripetibile nella storia dell’umanità e dell’universo, in cui Dio, in Gesù Cristo, ha condiviso non solo il nostro morire, ma anche il nostro rimanere nella morte. La solidarietà più radicale. In quel “tempo-oltre-il-tempo” Gesù Cristo è “disceso agli inferi”. Che cosa significa questa espressione? Vuole dire che Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo, dove non arriva alcun raggio d’amore, dove regna l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: “gli inferi”. Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui.

Tutti abbiamo sentito qualche volta una sensazione spaventosa di abbandono, e ciò che della morte ci fa più paura è proprio questo, come da bambini abbiamo paura di stare da soli nel buio e solo la presenza di una persona che ci ama ci può rassicurare. Ecco, proprio questo è accaduto nel Sabato Santo: nel regno della morte è risuonata la voce di Dio. E’ successo l’impensabile: che cioè l’Amore è penetrato “negli inferi”: anche nel buio estremo della solitudine umana più assoluta noi possiamo ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci prende e ci conduce fuori. L’essere umano vive per il fatto che è amato e può amare; e se anche nello spazio della morte è penetrato l’amore, allora anche là è arrivata la vita. Nell’ora dell’estrema solitudine non saremo mai soli: “Passio Christi. Passio hominis”.
Questo è il mistero del Sabato Santo! Proprio di là, dal buio della morte del Figlio di Dio, è spuntata la luce di una speranza nuova: la luce della Risurrezione. Ed ecco, mi sembra che guardando questo sacro Telo con gli occhi della fede si percepisca qualcosa di questa luce. In effetti, la Sindone è stata immersa in quel buio profondo, ma è al tempo stesso luminosa; e io penso che se migliaia e migliaia di persone vengono a venerarla – senza contare quanti la contemplano mediante le immagini – è perché in essa non vedono solo il buio, ma anche la luce; non tanto la sconfitta della vita e dell’amore, ma piuttosto la vittoria, la vittoria della vita sulla morte, dell’amore sull’odio; vedono sì la morte di Gesù, ma intravedono la sua Risurrezione; in seno alla morte pulsa ora la vita, in quanto vi inabita l’amore.
Questo è il potere della Sindone: dal volto di questo “Uomo dei dolori”, che porta su di sé la passione dell’uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre passioni, le nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati - “Passio Christi. Passio hominis” - promana una solenne maestà, una signoria paradossale. Questo volto, queste mani e questi piedi, questo costato, tutto questo corpo parla, è esso stesso una parola che possiamo ascoltare nel silenzio. Come parla la Sindone? Parla con il sangue, e il sangue è la vita! La Sindone è un’Icona scritta col sangue; sangue di un uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso e ferito al costato destro.
L’immagine impressa sulla Sindone è quella di un morto, ma il sangue parla della sua vita. Ogni traccia di sangue parla di amore e di vita. Specialmente quella macchia abbondante vicina al costato, fatta di sangue ed acqua usciti copiosamente da una grande ferita procurata da un colpo di lancia romana, quel sangue e quell’acqua parlano di vita. E’ come una sorgente che mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla, possiamo ascoltarla, nel silenzio del Sabato Santo.
Cari amici, lodiamo sempre il Signore per il suo amore fedele e misericordioso. Partendo da questo luogo santo, portiamo negli occhi l’immagine della Sindone, portiamo nel cuore questa parola d’amore, e lodiamo Dio con una vita piena di fede, di speranza e di carità. Grazie
0000

venerdì 30 aprile 2010

Giovanni di Fécamp (Contributi 295)

l'abate poeta che esaltò Cristo innamorato dell'uomo
Propongo da Il Sussidiario quest'articolo di Laura Cioni

È recentemente uscita da Jaca Book l’edizione aggiornata di Pregare nel Medioevo di Giovanni di Fécamp, a cura di Giorgio Maschio. Nella breve e interessante introduzione si traccia la storia di quest’opera a lungo attribuita per la sua bellezza ora a sant’Agostino, ora a sant’Ambrogio, ora a Cassiano, cioè ad alcuni dei Padri più sovente riecheggiati. Si tratta di un libro di preghiere, simile a quelli utilizzati da monaci e laici già dall’età carolingia, composti dai compilatori alternando brani dei Padri, litanie, preghiere e salmi, allo scopo di favorire la lode di Dio e il dono dello Spirito.
L’autore è un monaco originario di Ravenna, nato attorno al 990, formato nel monastero di Digione e successivamente priore e abate nell’abbazia di Fécamp in Normandia, che governò fino alla morte, avvenuta nel 1078. Egli scrive innanzitutto per se stesso, per avere a disposizione brevi testi, per usare le sue parole, da poter leggere nei momenti di aridità, capaci di riaccendere il fuoco dell’amore per te, che facilmente si spegne. Ma altri chiedono le sue pagine ed egli volentieri le mette a disposizione. Esse passano tra le mani degli amici e vengono largamente ricopiate, fino a essere stampate in epoca moderna. Il loro autore cade nell’oblio, fino a quando viene riscoperto nel 1946 come uno dei più autorevoli esponenti della riforma cluniacense e il più notevole scrittore spirituale prima di san Bernardo.
La Confessione teologica di Giovanni di Fécamp è in fondo un’opera di amicizia spirituale e di essa conserva il profumo buono e persistente, offerto nella trasparenza di una forma accurata. Non c’è in lui alcuna allusione autobiografica come in sant’Agostino o alcuna preoccupazione pastorale, come in san Gregorio Magno. Centro della sua teologia è il mistero della Redenzione, con un accento inconsueto di devozione all’umanità di Cristo, dolce Signore innamorato dell’uomo, ben prima dei tempi di san Bernardo e di san Francesco. Il testo latino offre l’esempio dell’uso sapiente delle figure retoriche più semplici e frequenti, quali l’anafora e il parallelismo, che la bella traduzione italiana riesce a conservare.
Egli ha gustato i grandi maestri, dai salmi ai Padri della Chiesa e li ha assimilati così bene da comporre un florilegio dei loro scritti senza accorgersi di fare un’opera originale. La sua persona rimane completamente celata, in luce si trova il mistero della salvezza fino allo splendore della Chiesa in terra e in cielo. Tanti sono i momenti in cui è evidente che la preghiera monastica dell’abate di Fécamp, composta quasi mille anni fa, è attuale e valida ancor oggi in mutate circostanze:


Abbi pietà di me: attirami a te
con la forza della tua onnipotenza
e non mi lasciar vagabondare
dietro alla mia volontà e al mio libero arbitrio.
Non lasciare che si oscuri in me la tua immagine:
custodita dalla tua protezione, essa è sempre stupenda,
sempre nobile e luminosa.
Per te e per il tuo santo nome
accresci sempre in me la fede,
la fede retta, la fede santa, la fede immacolata.
Attraverso l’amore e l’umiltà
essa operi in me tutto ciò che ti è gradito.

Non solo il monaco, ma ogni cristiano è consapevole di essere viandante su questa terra e sa di dover tenere gli occhi fissi alla meta. Ecco come evoca questa condizione di speranza la poesia di Giovanni di Fécamp:


O casa luminosa e bellissima,
io ho sempre amato il tuo splendore
e il luogo dove abita la gloria del mio Signore,
colui che ti ha costruita e ti possiede.
Sospiri a te il mio pellegrinaggio
e a Lui, che ti ha fatta, io dico
che al tuo interno possieda anche me,
perchè anche me Egli ha fatto.
Come pecora smarrita sono andato errando,
ma sulle spalle del mio pastore, il tuo architetto,
io spero di essere a te ricondotto.
Gerusalemme, dimora eterna di Dio, non si scordi di te l’anima mia:
dopo l’amore per Cristo, sii tu la mia gioia
e il dolce ricordo del tuo nome beato
mi sollevi dalla tristezza e da ciò che mi opprime.
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