Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.

martedì 15 giugno 2010

La domanda di senso, un “discorso inutile” e perciò più vero (Contributi 319)

Riporto da Il Sussidiario un articolo un po' difficile ma sicuramente interessante, può essere utile, prima di leggerlo guardare QUI:

Elogio del discorso inutile è l’opera che meglio delle altre caratterizza la svolta culturale e spirituale che ha segnato gli ultimi vent’anni della vita di Pietro Barcellona.
Dalla militanza nel Partito comunista, dopo il crollo del muro di Berlino e la conseguente drammatica evidenza delle degenerazioni dei regimi comunisti strumentalmente legati alla lotta del proletariato, attraverso il travaglio di una revisione profonda della sua personalità, perviene come a una sorta di “resurrezione della consapevolezza di sé”, nella quale tutto è recuperato, soprattutto il suo passato, nei desideri più profondi che l’avevano contrassegnato. Importanti, direi decisivi, sono stati per lui gli incontri fatti.


«Non si può comprare a nessun prezzo la gioia di essere vivi dopo una notte di tempestosa trasvolata nel cielo. Il “senza prezzo” dell’eccedenza è il valore dei rapporti fra l’io e il mondo, fra sé e l’altro, che non si può ridurre a valore di scambio e che non è calcolabile con criteri di misura utilitaristici» (p. 16).


Ecco si potrebbe dire che la storia di sé che Barcellona vuole raccontare è un’esaltazione dell’incalcolabile, come senso e fondamento di speranza per l’esistenza umana, dell’“irruzione dell’impensato” e dell’“esperienza dell’eccedenza”, che possono essere descritti solo con il “linguaggio incommensurabile della gioia della vita” o, se vogliamo, del discorso inutile.
È una opposizione netta contro la pretesa di ricondurre tutto a ciò che è spiegabile e al linguaggio scientifico come onnicomprensivo, che nell’epoca attuale sembra la sola via per l’accesso a una qualche verità. La soggettività umana nella sua esigenza di comprendere e raccontare la realtà non si lascia costringere all’interno di una descrizione o spiegazione scientifica di essa. È necessario, dunque, dare spazio a discorsi “alternativi”. In primo luogo al discorso psicoanalitico.

«Ho maturato, nel corso della mia vita e delle mie esperienze, la profonda convinzione che il discorso psicoanalitico non risponda ai canoni della ragione calcolante e che non ci siano risultati pratici causalmente imputabili a una qualche modificazione fisiobiologica. […] Per questo credo che la psicoanalisi tenda a realizzare una comprensione del mondo e di se stessi, non già ad apprendere tecniche comportamentali utili ad agire in una determinata situazione» (p. 68).


Se la psicanalisi tende a realizzare “una comprensione del mondo e di se stessi”, essa apre inevitabilmente al discorso filosofico o alla ricerca dell’originario. Quel discorso - confessa Barcellona - che fin da ragazzo lo ha attratto, con una modalità quasi “socratica”, e che lo ha segnato poi per tutta la vita.


A questo punto l’autore si chiede perché la filosofia nel corso della storia abbia smesso di essere un discorso inutile, cioè “inteso a comprendere se stessi” e si sia tramutata in discorso strumentale, cioè atto “a spiegare il perché degli eventi che accadono lungo il cammino della nostra esistenza.

Ed ecco la risposta:
«La tragica esperienza del fallimento del possesso della verità assoluta, senza ombre né misteri, ha spinto i filosofi a sostituirla con la “certezza” acquisita attraverso la sperimentazioni delle ipotesi, come risultato di un metodo “scientifico”, fondato su regole precise. Mentre il discorso filosofico finisce con il coincidere completamente con la filosofia della scienza, bisognerebbe invece ripartire dal rovesciamento del rapporto tra pensiero e vita effettiva e tornare a recuperare l’“inutile” elementarità della filosofia come “vita che si sa”, per comprendere che la “verità” sta nell’esperienza immediata che ciascuno fa del rapporto con sé, gli altri e il mondo» (p. 104).


Cosa c’è, dunque, dietro la riduzione della domanda sullo specifico umano a logica, epistemologia e teoria della conoscenza?


«È un’opera di rimozione del problema della finitezza degli “esseri mortali”».


È la negazione da parte dell’uomo dell’appartenenza originaria e costitutiva del suo essere che ci ha portato all’epoca della “morte di Dio” cui è seguita la “morte dell’uomo”.


«Come conseguenza estrema della volontà di uccidere dio, oggi, con le teorie post-umane, neuro scientiste e cognitiviste, siamo di fronte ad un tentativo di “uccidere l’uomo”, mettendo in crisi la dimensione della “soggettività spirituale” che ne ha accompagnato la vicenda storica» (p. 125).


Eppure nel cuore di ogni essere umano rimane “il senso profondo della dimensione religiosa” come “ricerca di una via di salvezza, che non è soltanto la speranza di un perdono per le proprie colpe, ma soprattutto il desiderio di conservare, oltre la soglia dell’oscuro silenzio, gli affetti e il senso della propria esistenza” (p. 131).

A questa esigenza viene incontro in modo impensato e impensabile il cristianesimo per la straordinaria innovazione che Cristo introduce nella storia della condizione umana.


«L’evento della nascita di Cristo è un sussulto dell’Universo che si ribella al proprio destino mortale; è un’energia che non rimanda a null’altro che alla propria manifestazione, che irrompe nella storia umana e ne sospende il flusso, perché la sua piena presenza non è pensabile se non come evento istantaneo, senza presupposti» (pp. 134-35).

Nella conclusione dell’opera l’autore confessa che il discorso religioso, che trova nell’annuncio dell’evento cristiano il suo culmine di significato per l’esistenza umana e la sua salvezza dal niente, è quel discorso inutile nel quale si compiono tutti gli altri discorsi, perché


«l’essere umano non può sapersi, nel suo essere “fuori misura”, nel suo essere sottoposto alle leggi del tempo e della morte, se non incontra nella propria esistenza l’esplosione dell’Evento assoluto, in cui il figlio dell’uomo e il figlio di Dio si ricongiungono nell’amore» (p. 148).

Confessione che mi commuove perché mi riguarda personalmente. Barcellona, infatti, riconosce che questo incontro per lui è accaduto attraverso “un prete, di cui sono diventato amico in questi ultimi anni” (p. 147).
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66 persone in Belgio hanno subito eutanasia ma non l’avevano richiesta (Articoli 11)

Riporto dal sito UCCR questo articolo da "In Crimini ateismo nella storia, Eutanasia e Testamento biologico" del 15 giugno 2010:

Il passo successivo dopo la legalizzazione dell'eutanasia è far fuori i pazienti senza dovergli chiedere il permesso.

In Belgio è divenuta legale l’eutanasia e subito è accaduto che su 208 decessi, 66 sono stati privi di una preventiva autorizzazione da parte del paziente.
A rivelarlo due studi pubblicati dal prestigioso Canadian Medical Association Journal (CMAJ): spesso sono le stesse infermiere, al posto dei medici, a dare la dolce morte anche quando non è richiesta.
L’eutanasia senza richiesta è quindi un omicidio legalizzato e corrisponde al passo successivo obbligatorio dopo l’approvazione legale dell’eutanasia. I medici, dopo che è emersa la notizia si sono assurdamente giustificati dicendo che non hanno chiesto il parere dell’interessato perché era in coma (70,1%), affetto da demenza (21,1%), aveva precedentemente espresso una volontà verbale di morire (40,4%), circostanza, quest’ultima, che non può considerarsi come valido consenso.
Ma ancora: hanno ritenuto fosse il miglior interesse del paziente (17,0%) o, hanno pensato che affrontare l’argomento con il malato sarebbe stato dannoso per il suo stato psicofisico del malato (8,2%).
A questo si arriva dopo la legalizzazione dell’eutanasia.
Evidentemente non si risolve nulla neanche col testamento biologico poiché uno potrebbe cambiare idea nel corso della malattia senza però aver le possibilità di comunicarlo. L’unico modo è assistere cristianamente il paziente nel suo decorso naturale, senza accanimento terapeutico, impiegando le efficaci cure palliative.
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Senza uno sguardo cristiano alla persona, tutto diventa lecito e la vita dell'altro perde di ogni valore. Il caso del ragazzo che si è svegliato dal coma dopo 10 anni è una chiara testimonianza di come non siamo noi a determinare il confine fra vita e non-vita.
Su questo tema vedere anche QUESTO articolo
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lunedì 14 giugno 2010

Coma (Articoli 10)

Un breve articolo di Rino Camilleri tratto dai suoi Antidoti come consuetudine la parte di testo in verde è mia..

Notizia del 28 maggio 2010 («Il Giornale»):
Massimiliano Tresoldi tornerà perfettamente normale.
Nel 1991 non aveva ancora vent’anni quando si era schiantato con l’auto ed era entrato in coma.
Come per Eluana Englaro, i medici dicevano che era irreversibile.
Ma i genitori di Massimiliano non erano come quelli di Eluana. (almeno non come il padre)
Per dieci anni, ogni sera la madre gli ha preso il braccio e fatto fare il segno della croce. Fino al Natale del 2000, quando, stanca, ha sbottato: basta, fattelo da solo.
E Massimiliano, lentamente, se lo è fatto. (l'amore di una mamma e la potenza di Dio..)
Sì, si è svegliato e, per giunta, ha detto che per dieci anni ha sentito tutto quel che dicevano attorno a lui, compresi i commenti negativi dei medici.
Poi, la lunga riabilitazione...
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Aggiungo una notizia del 22/5 scorso:
DECISIONE DELL'AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI PAVIA !!!
Questa notte, (21/5) la decisione, per la prima volta in Italia, del CONFERIMENTO DELLA CITTADINANZA ONORARIA alla "FAMIGLIA TRESOLDI", il prossimo 28 Maggio, per l'impegno profuso nell'accudire il figlio Massimiliano risvegliatosi da "coma persistente e vegetativo"
dopo oltre dieci anni.
altre notizie QUI   QUI  e anche QUI
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domenica 13 giugno 2010

Il fumo di Satana (Contributi 318)

Leggo e riporto da Cultura Cattolica:

Era da aspettarsi che al “nemico” questo nuovo brillare del sacerdozio non sarebbe piaciuto; egli avrebbe preferito vederlo scomparire, perché in fin dei conti Dio fosse spinto fuori dal mondo” (Benedetto XVI)



«L’Anno Sacerdotale che abbiamo celebrato, 150 anni dopo la morte del santo Curato d’Ars, modello del ministero sacerdotale del nostro mondo, volge al termine. Dal Curato d’Ars ci siamo lasciati guidare, per comprendere nuovamente la grandezza e la bellezza del ministero sacerdotale. Il sacerdote non è semplicemente il detentore di un ufficio, come quelli di cui ogni società ha bisogno affinché in essa possano essere adempiute certe funzioni. Egli invece fa qualcosa che nessun essere umano può fare da sé: pronuncia in nome di Cristo la parola dell’assoluzione dai nostri peccati e cambia così, a partire da Dio, la situazione della nostra vita. Pronuncia sulle offerte del pane e del vino le parole di ringraziamento di Cristo che sono parole di transustanziazione – parole che rendono presente Lui stesso, il Risorto, il suo Corpo e il suo Sangue, e trasformano così gli elementi del mondo: parole che spalancano il mondo a Dio e lo congiungono a Lui.
Il sacerdozio è quindi non semplicemente “ufficio”, ma sacramento: Dio si serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore.
Questa audacia di Dio, che ad esseri umani affida se stesso; che, pur conoscendo le nostre debolezze, ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti in vece sua – questa audacia di Dio è la cosa veramente grande che si nasconde nella parola “sacerdozio”.
Che Dio ci ritenga capaci di questo; che Egli in tal modo chiami uomini al suo servizio e così dal di dentro si leghi ad essi; è ciò che in quest’anno volevamo nuovamente considerare e comprendere.
Volevamo risvegliare la gioia che Dio ci sia così vicino, e la gratitudine per il fatto che Egli si affidi alla nostra debolezza; che Egli ci conduca e ci sostenga giorno per giorno.
Volevamo così anche mostrare nuovamente ai giovani che questa vocazione, questa comunione al servizio per Dio e con Dio, esiste – anzi che Dio è in attesa del nostro “sì”. Insieme alla Chiesa volevamo nuovamente far notare che questa vocazione la dobbiamo chiedere a Dio.
Chiediamo operai per la messe di Dio, e questa richiesta a Dio è, al tempo stesso, un bussare di Dio al cuore dei giovani che si ritengono capaci di ciò di cui Di li ritiene capaci.


Era da aspettarsi che al “nemico” questo nuovo brillare del sacerdozio non sarebbe piaciuto; egli avrebbe preferito vederlo scomparire, perché in fin dei conti Dio fosse spinto fuori del mondo.
E così è successo che, proprio in quest’anno di gioia per il sacramento del sacerdozio, siano venuti alla luce i peccati dei sacerdoti – soprattutto l’abuso nei confronti die piccoli, nel quale il sacerdozio come compito della premura di Dio a vantaggio dell’uomo viene volto nel suo contrario.
Anche noi chiediamo insistentemente perdono a Dio e alle persone coinvolte, mentre intendiamo promettere di fare tutto il possibile affinché tale abuso non possa succedere mai più; promettere che nell’ammissione al ministero sacerdotale e nella formazione durante il cammino di preparazione ad esso faremo tutto ciò che possiamo per vagliare l’autenticità della vocazione e che vogliamo ancora di più accompagnare i sacerdoti nel loro cammino, affinché il Signore li protegga e li custodisca in situazioni penose e nei pericoli della vita.


Se l’Anno sacerdotale avesse dovuto essere una glorificazione della nostra personale prestazione umana, sarebbe stato distrutto da queste vicende.
Ma si trattava per noi proprio del contrario: il diventare grati per il dono di Dio, dono che si nasconde “in vasi di creta” e che sempre di nuovo, attraverso tutta la debolezza umana, rende concreto in questo mondo il suo amore.
Così consideriamo quanto è avvenuto quale compito di purificazione, un compito che ci accompagna verso il futuro e che, tanto più, ci fa riconoscere ed amare il grande dono di Dio. In questo modo, il dono diventa l’impegno di rispondere al coraggio e all’umiltà di Dio con il nostro coraggio e la nostra umiltà»
[Benedetto XVI, Omelia in occasione della conclusione dell’Anno Sacerdotale, 11 giugno 2010].


Con questa Omelia di Benedetto XVI ho rivissuto quello che il 29 giugno 1971 ho provato drammaticamente con l’omelia di Paolo VI “Resistite forte in fide”: “da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. Crediamo in qualcosa di preternaturale venuto nel mondo proprio per turbare, per soffocare i frutti del concilio ecumenico e per impedire che la Chiesa prorompesse nell’inno di gioia per aver ricevuto in pienezza la coscienza di sé”. Quale la fessura ha spinto a non accettare il Credo del Popolo di Dio del 1968?

- in un Convegno di biblisti del 1970 si era ipotizzato che la risurrezione di Cristo non sarebbe stato un fatto avvenuto nella storia e che gli apostoli più che testimoni sarebbero i creatori di questa fede;


- l’interpretazione di discontinuità data alla sua riforma liturgica;


- un antropocentrismo catechetico che svuotava di contenuto ontologico la filiazione divina di Gesù, negando che nei Vangeli si affermi la preesistenza trinitaria del Figlio e considerando che Gesù non ha vissuto la sua passione e morte come missione redentrice liberamente accolta per amore, ma come fallimento. Giusto sottolineare il carattere realmente storico e concreto dell’incarnazione di Cristo, un tutt’uno però con il carattere definitivo e pieno della sua esistenza storica in relazione alla storia e alla salvezza di tutti gli uomini perché egli è Dio, la verità ultima e definitiva, svela chi è ogni uomo ed è la verità assoluta della storia e della creazione.


- La comprensione errata dell’umanità di Cristo che procede in parallelo con gli errori sulla Vergine Maria e quindi abbandono della dimensione mariana, propria di un’autentica spiritualità cattolica.

sabato 12 giugno 2010

Popieluszko: Vivere nella verità (Contributi 317)

Propongo alla vostra attenzione l'ultimo editoriale di SamizdatOnLine

Per rimanere persone spiritualmente libere, bisogna vivere nella verità. Vivere nella verità significa darne esteriormente testimonianza, dichiararla e rivendicarla in qualunque situazione. La verità è immutabile. Non si può distruggere la verità con delibere o decreti. In questo consiste in linea di massima la nostra schiavitù: che ci arrendiamo al dominio della menzogna, che non la smascheriamo e non protestiamo contro di essa ogni giorno…la testimonianza coraggiosa della verità è la via maestra verso la libertà”.(J. Popieluszko 31.10.1982)



Il 6 giugno 2010 nella piazza Maresciallo Józef Pilsudski, a Varsavia, con la partecipazione di fedeli da tutta la Polonia, dei membri del sindacato di Solidarność, di autorità civili e militari, Cardinali, Vescovi e sacerdoti, consacrati, e la madre centenaria Marianna con i familiari, è stato proclamato beato il sacerdote Jerzy Popielusko.
Alfons Alexandr Popieluszko (Jerzy) era una persona normale, un bambino normale, un ragazzo come tutti, un giovane comune, un figlio di contadini.
Che cosa ne ha fatto un uomo desiderato, atteso, cercato, difeso ed infine ucciso, sacrificato da un potere impaurito e violento?
Sua mamma Marianna ha detto che era innamorato della Madonna, come il martire Maximilian Kolbe, polacco pure lui, morto ad Auschwitz. Torturato e ucciso, gettato nel lago perché anche il corpo sparisse, l’ultimo oggetto rimasto sul ponte della Vistola fu il suo rosario. La Polonia ha una regina potente, la Vergine di Czestochowa. Non ha mai abbandonato il suo popolo. Ogni polacco si considera Suo figlio.
Jerzy nasce nella Polonia liberata dal nazismo, fraudolentemente governata dagli usurpatori comunisti, appoggiati dall’Armata Rossa, che impongono collettivizzazione forzata e ateismo in ossequio al diktat stalinista.
Terminato il Liceo è accolto nel seminario del Card. Stefan Wyszynski, primate di Polonia, uomo di grande coraggio, intelligenza e patriottismo.
Il servizio militare, obbligatorio per tutti i giovani, riserva ai seminaristi un trattamento particolare, inserendoli in un’unità speciale, dedicata a umiliare e distogliere i giovani dalla loro vocazione, esaurendoli fisicamente e psichicamente.
Jerzy torna in seminario fortificato e più deciso che mai, anche se fisicamente indebolito. Il Card. Wyszynski lo ordina il 28 Maggio 1972 e lo assegna come cappellano alla Parrocchia San Stanislao Kotska.
Il 1980 con la nascita di Solidarnosc è l’occasione per lui di incontrare il mondo operaio. Invitato a celebrare una Messa nell’acciaieria di Varsavia, dove gli operai sono scesi in sciopero, resta stupito dalla loro fede ed è da loro accolto come un naturale compagno di viaggio.
La Chiesa polacca è sempre stata vicina al popolo, identificandosi con esso e sostenendo le sue giuste preoccupazioni.
Jerzy diventa in breve il “cappellano di Solidarnosc”, accorrendo ovunque gli operai lo chiamino, sostenendoli, confessando, riportando molti ad una fede certa e senza paura. Celebra, insieme al parroco Bogucki, le “Messe per la patria”, per chiedere insieme al popolo la pace e la protezione di Dio sulla nazione.
Lo “stato di guerra” proclamato dal Gen. Jaruzelski, nel tentativo di arginare la sollevazione generale di un popolo che non teme più nulla, getta di nuovo la nazione polacca in un clima di violenza, sospetto, sopraffazione e di revoca dei diritti fondamentali dei cittadini. La polizia (Milicja) spadroneggia: informatori e spie sono messi sulle tracce delle persone più in vista.
Popieluszko è inserito nella lista nera dei sacerdoti da far tacere ed eliminare. Calunnie e perquisizioni vogliono ridurre all’inazione e al silenzio chi non teme di affermare comunque la verità e la vicinanza al popolo. Si interviene anche sul Card. Glemp, successore di Wyszynski, per tentare di fermare Popieluszko, anche con la promessa di un permesso di studio a Roma. “Non posso deludere chi si fida di me” risponde Jerzy.
Dopo un fallito tentativo di assassinio mediante un incidente occorso all’auto su cui viaggiava, finalmente nella notte del 19 ottobre 1984, tre membri della polizia politica istigati dal loro capo Piotrowski, lo catturano con l’inganno sulla strada di ritorno da Bydgoszcz, dove era andato a celebrare una Messa, lo tempestano di botte, lo incaprettano e lo gettano nel lago di Wloclawek. Il suo corpo è recuperato dopo 20 giorni nella Vistola.

Il procuratore, nel processo ai responsabili identificati, tenta di dimostrare che Popieluszko era un provocatore ed un agitatore politico.
Il popolo e la Chiesa ne riconoscono le virtù eroiche e la morte in odio alla fede.

“La cultura europea è stata creata dai martiri dei primi tre secoli; l’hanno creata anche i martiri ad est della nostra terra, negli ultimi decenni, e anche qui da noi sempre negli ultimi decenni. Sì, l’ha creata don Jerzy. Egli è il patrono della nostra presenza in Europa pagata con l’offerta della propria vita, così come Cristo” (Giovanni Paolo II, Wloclawek, 7.6.1991


La condizione fondamentale per destare l’uomo alla conquista della verità e della vita nella verità è l’acquisto della virtù del coraggio. Contrassegno del coraggio cristiano è la lotta per la Verità. La virtù del coraggio è la vittoria sull’umana debolezza, in particolare la vittoria sulla paura. Nella vita, infatti, bisogna avere paura solo di tradire Cristo per i 30 denari di una meschina tranquillità” (J. Popieluszko 27.5.1984)


Rimini in dies socio di SamizdatOnline

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Cristiani nel mirino (Contributi 316)

Riporto l'editoriale di IlSussidiario firmato da Mario Mauro

Ci sono ormai pochi dubbi sul fatto che l’omicidio di Monsignor Padovese abbia una matrice fondamentalista.
La chiesa turca, per bocca di Monsignor Ruggero Franceschini, arcivescovo latino di Smirne, ha addirittura bollato l’ipotesi della malattia mentale dell’assassino come una “pia bugia”, raccontata per ottenere uno sconto sulla pena. O peggio per nascondere i mandanti, che hanno come scopo la destabilizzazione del paese.
È un’usanza ormai consolidata in tutto il mondo quella di uccidere i cristiani per destabilizzare una comunità. Accade in Iraq come in Pakistan, Indonesia, Egitto o Somalia. In tutti i continenti, a qualunque latitudine.
Viene allora da chiedersi, come ha fatto ieri sulle pagine de Il Foglio il giornalista francese René Guitton, se davvero “serviva un altro omicidio islamista per denunciare l’orda dei cristianofobici?”. Di fronte a tali episodi, la Comunità internazionale ha il compito di assicurare a tutti, soprattutto alle minoranze, di esprimere liberamente il proprio credo in nome di quegli ideali di pace e di giustizia su cui si fondano le nostre società.
E invece, la stessa comunità internazionale, con la complicità delle numerose lobby laiciste che dirigono la maggioranza dei mezzi di informazione, si chiude puntualmente nel silenzio ipocrita di chi sembra infastidito dalla verità, dal fatto che oggi, nel mondo, essere cristiani significa convivere quotidianamente con la paura, o spesso con la certezza di morire a causa del proprio credo.
I numeri dicono che siamo di fronte a un dramma che sembra non avere freni. Dall’inizio del nuovo millennio Fides, l’agenzia di notizie vaticana, conta 263 uccisioni di vescovi, preti, suore, seminaristi e catechisti.
I luoghi del loro martirio coprono tutti e cinque i continenti, Europa compresa (è il caso di Don Robert De Leener, ucciso a Bruxelles il 5 maggio del 2005 a motivo della sua caritatevole accoglienza nei confronti degli immigrati). Quel che preoccupa non è solo la vasta diffusione del fenomeno, ma la sua costante crescita.
L’annuale lista di Fides stima per l’anno 2009 37 omicidi causati dall’odio anticristiano, quasi il doppio di quelli avvenuti nel corso del 2008.
Le violenze subite dai cristiani nel mondo rappresentano una ferita e una sfida contemporanea alla dignità della persona. Occuparsi della libertà religiosa dei cristiani, allora, vuol dire innanzitutto affrontare una grave emergenza del nostro tempo, soprattutto perché è evidente come la democrazia, termine di cui tutti oggi si riempiono la bocca impropriamente, non può fare a meno del contributo del cristianesimo.
Ce lo fa capire molto bene Louis Sako, arcivescovo di Mosul, in Iraq, dove i cristiani sono da anni un capro espiatorio tra le mille fratture sociali e politiche: “Non esiste uno Stato, una patria e le divisioni settarie sono un dato evidente. Ai cristiani non interessano i giochi di potere, l’egemonia economica, ma la creazione di uno Stato in cui le diverse etnie possano convivere in modo pacifico”.
Non si tratta quindi di difendere persone che hanno la mia stessa fede. Non sono rivendicazioni “sindacali”.
Difendere i cristiani perseguitati significa combattere per la libertà e per la dignità di tutti i popoli e di tutti gli uomini.
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giovedì 10 giugno 2010

Due vittime di abusi ritrovano la fede (Articoli 9)

Riporto un articolo dal sito UCCR

Due vittime di abusi ritrovano la fede dopo l’incontro con Benedetto XVI

«Quando ho visto il Papa piangere davanti a me, mi sono chiesto: ma perché soffre così per una cosa di cui non ha nessuna colpa? Allora ho iniziato a sentire pace dentro di me. Per la prima volta ho pensato che avrei potuto perdonare chi mi ha fatto tanto male».
A raccontarlo è una vittima di abusi sessuali da parte di un religioso. Si chiama Joseph Magro, 38 anni e due figlie (ne avevamo già parlato in Ultimissime 20/4/10). Ha incontrato il Santo Padre a Malta e durante l’intervista rilasciata a Tracce, mentre porta al collo il rosario bianco con lo stemma di Benedetto XVI, racconta: «Mi sono sentito guarito: ho incontrato un santo».
Accanto a lui un’altra vittima: Manuel, con al collo una catenina con il volto di Cristo. Anche lui racconta: «Gli ho detto che mi dispiaceva tanto per lui, che non c’entra niente con questi fatti, che io amo la Chiesa e provo dolore per chi l’ha imbrattata così, in nome di Gesù Cristo».
Manuel si è sentito abbracciato così profondamente da risentire, dopo tanto tempo, la fiducia in se stesso: «Mi ha detto che mi credeva, che aveva fiducia in me».
Ogni sera hanno iniziato a recitare il Rosario con le figlie. Joseph confessa che non sapeva neppure i Misteri e di non aver mai pregato prima con la sua famiglia, ma “se il Papa mi ha regalato il rosario, vuol dire che desidera che lo usi!».
Risposta semplice e immediata, come quella di un figlio che ha ritrovato suo padre.
Un’altra vittima tempo fa, dopo aver incontrato Bendetto XVI, si era dichiarato “cattolico convinto”
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“La bellezza” del celibato (contributi 315)

Un incontro sacerdotale in Vaticano mostra “la bellezza” del celibato

Il Cardinale Bertone in un pomeriggio di testimonianze di presbiteri


ROMA, mercoledì, 9 giugno 2010 (ZENIT.org).- I sacerdoti sono fratelli di ogni uomo e donna: è così che si spiega “l'attualità e la bellezza” del celibato, ha detto il Cardinale Tarcisio Bertone SDB, questo mercoledì, nell'Aula Paolo VI del Vaticano, in un pomeriggio di testimonianze e riflessione dedicato ai presbiteri.
I sacerdoti “sono essenzialmente fratelli tra i fratelli nei quali ravvisano il volto di Cristo. Fratelli di ogni persona umana, degli uomini e delle donne, da amare e da servire con totale dedizione, senza nessun attaccamento, senza ricerca del proprio interesse”, ha spiegato il Segretario di Stato vaticano.
“Allora si comprende l'attualità e la bellezza del celibato – ha aggiunto –. E in voi questa bellezza risplende di quell'amore incondizionato che è sempre stato tenuto in grande considerazione nella Chiesa, come segno e stimolo della carità e come una speciale sorgente di fecondità nel mondo”.
La Chiesa e l'umanità “hanno bisogno di sacerdoti di questa tempra, di autentici 'profeti d'un mondo nuovo'; quel mondo iniziato con la venuta di Cristo, in continuo divenire, in continua formazione”, ha assicurato.
L'incontro, a cui hanno preso parte migliaia di sacerdoti provenienti da 70 paesi, aveva per tema “Sacerdoti oggi” ed è stato promosso dai sacerdoti aderenti al Movimento dei Focolari, dal Movimento di Schoenstatt, dal Rinnovamento Carismatico Cattolico Internazionale e da altre aggregazioni ecclesiali.
Nell'incontro si è ascoltata la testimonianza di un sacerdote dell'Irlanda sulla fedeltà alla vocazione. Dal Burundi, i sopravvissuti all'assalto al seminario minore di Buta. Dalla Germania, un prete che ha superato l'esperienza dell'alcolismo grazie all'aiuto della sua comunità.
E, infine, è risuonata la testimonianza teologica del Cardinale Arcivescovo di Santiago del Cile, Francisco Javier Errázuriz Ossa, insieme alla rivisitazione di alcune pagine di Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari, e di padre Josef Kentenich, fondatore di Schoenstatt.
Il tutto suddiviso in tre momenti, che hanno contribuito a formare l'identikit dei sacerdoti oggi: uomini di Dio; fratelli tra i fratelli, nell'unico popolo; profeti di un mondo nuovo.
E ogni “tappa” introdotta da brani in video dell'incontro di Benedetto XVI con i sacerdoti, nel luglio del 2005 ad Aosta.
Il Cardinale Bertone ha sottolineato come “in questo tempo, ci siamo dovuti far carico del dolore per le infedeltà, a volte anche gravi, di alcuni membri del clero, che hanno inciso così negativamente sulla credibilità della Chiesa, per cui il Papa rispondendo ai giornalisti durante il recente viaggio in Portogallo, ha parlato di una 'persecuzione' che nasce dall'interno stesso della Chiesa”.
“Da questo dolore scaturisce una presa di coscienza provvidenziale – ha aggiunto Bertone citando la Lettera pastorale ai cattolici dell'Irlanda --: occorre vivere 'una stagione di rinascita e di rinnovamento spirituale', seguire 'con coraggio la via della conversione, della purificazione e della riconciliazione', 'trovare nuove vie per trasmettere ai giovani la bellezza e la ricchezza dell'amicizia con Gesù Cristo nella comunione della sua Chiesa”, come ci ha invitato a fare Benedetto XVI”.
Al termine dell'incontro c'è stata la celebrazione dei vespri. Nell'omelia il Cardinale Cláudio Hummes, Prefetto della Congregazione per il Clero, ha parlato della stagione di “rinnovata Pentecoste” alla quale in primo luogo sono invitati i presbiteri nel rispondere alla missione loro affidata dal Signore.
Per questo – ha concluso – il presbitero è pastore sempre, ventiquattr'ore al giorno.
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domenica 6 giugno 2010

Roba da matti? (Contributi 314)

Per approfondire il tema dell'uccisione di Mons.Padovese propongo l'editoriale di SamizdatOnLine (e non solo quello) scritto da una persona del cui giudizio ha la massima stima (i tre inserti in verde nel testo sono miei):

Ci sono varie cose su cui riflettere, con l'assassinio di Mons. Padovese.

Tutti sottolineano come sia stato il gesto di un folle. O meglio, quasi tutti: l'arcivescovo di Smirne (Mons.Franceschini) e altri fanno notare come questa scusa sia spesso stata usata come ritornello per coprire altre cose. La questione andrebbe investigata bene (e seguita su sites seri e realmente informati, come AsiaNews).
Quello che colpisce è che, tranne Avvenire, molti giornali si sono subito affrettati a dire che la politica pare non c'entrare etc. Politica? E chi ha mai detto che il problema è solo politico?
Succubi del pregiudizio laicista che la religione sia qualcosa di sovrastrutturale, e che quindi non possa mai essere il vero motivo di azione, gli analisti si privano della condizione di possibilità di intendere la reale portata di un fenomeno come l'Islam. La religione è vista come pericolosa e fonte di fanatismo solo se è quella cattolica; (lo dicevo che i cattolici sono antipatici ai più...) e sempre attraverso ricostruzioni deliranti e invertite come i film di R. Scott.
Anche quando il suddetto Scott, ad esempio, a parole condanna tutte le religioni come fanatiche, come nel film Kingdom of Heaven, poi di fatto gli esempi illustranti la tesi sono tutti anticristiani.
Invece si può uccidere in nome di Dio, sì. E oggi chi lo fa non sono i cristiani, questi ne sono invece le vittime. Quando gli "imbecilli collettivi", che ricevono i pacchetti di opinioni già preconfezionati, se ne accorgeranno sarà già troppo tardi.
Se l'autista abbia agito come raptus davvero, oppure per pressioni dell'ambiente esterno, la preoccupazione non cambia. Il recente comportamento della Turchia contro Israele, l'accordo sempre più stretto con Hamas, l'accordo nucleare tra Lula e Ahmadinejad sono realmente comprensibili solo se si tiene conto del reale stato di cose.
In questo momento ci sono all'opera tre forze con disegno di egemonia planetaria. Uno è l'Islam, l'altro il comunismo e l'altro il Governo mondiale sostenuto dalle varie fondazioni Rockfeller, Commissione Trilaterale, etc. Ora si uniscono, ora si combattono: ma di fatto sono loro che stanno occupando la scena.
La tremenda difficoltà è che chi ne parla riceve paterne pacche sulle spalle:
perché l'Islam è solo una religione,
perché il comunismo è morto,
perché la Trilaterale è solo un'organizzazione innocua e questo è teoria del complotto.
E va bene. Da parte mia, io resto a fianco della Regina del complotto... (vedi foto a lato)

(Comunque, per oggi propongo di leggere e meditare quello che il vescovo Luigi aveva detto tempo fa..)

Contro l'imbecillità collettiva socio di SamizdatOnLine
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sabato 5 giugno 2010

Ucciso l’uomo del dialogo, ma la testimonianza continua (Contributi 313)

Riporto da IlSussidiario questo articolo sul vescovo ucciso in Turchia:

Era in partenza per Cipro, Mons. Luigi Padovese, dove avrebbe incontrato il Papa. Stava probabilmente lasciando la città di cui è vescovo, Iskenderun, in Anatolia, ma il gesto folle e assassino del suo collaboratore e autista, che accusava disturbi psichici, ha messo fine alla sua vita.

Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia e presidente della Conferenza episcopale turca, è stato accoltellato ieri nella sua abitazione. Un crimine che ha subito fatto pensare ad un omicidio politico, o a sfondo religioso, facendo tristemente riandare la memoria di tutti al caso di don Andrea Santoro, ucciso il 5 febbraio 2006 per mano di un fondamentalista. Ma non è così, dice il nunzio apostolico, Mons. Antonio Lucibello, raggiunto al telefono dal sussidiario. «L’aspetto religioso è assolutamente estraneo al fatto, e ci tengo a sottolinearlo» - dice l’alto prelato. Versione confermata dalle dichiarazioni rilasciate in serata da Padre Lombardi, capo ufficio stampa della Santa sede.
Monsignor Padovese era nato a Milano nel 1947. Ordinato sacerdote nel 1973, religioso cappuccino, aveva insegnato Patristica alla Pontificia Università dell’Antonianum di Roma, poi alla Gregoriana e all’Accademia Alfonsiana. Visitatore del Collegio Orientale di Roma per la Congregazione delle Chiese Orientali, era stato infine nominato vicario apostolico dell’Anatolia e vescovo titolare di Monteverde l’11 ottobre 2004 e infine consacrato a Iskenderun il 7 novembre. Aveva celebrato, nel 2006, i funerali di don Andrea Santoro. L’anno scorso ilsussidiario.net lo aveva intervistato, durante la sua visita ad limina a Roma. «Alla Chiesa universale - era stato il suo appello - chiediamo per il nostro bene di tenere gli occhi puntati sulla nostra realtà».


Eccellenza, non si conoscono ancora i moventi che hanno portato all’uccisione di Mons. Padovese. Potrebbe trattarsi di fanatismo anticristiano o di persecuzione?
No, lo nego assolutamente. L’aspetto religioso è assolutamente estraneo al fatto. Capisco che da parte vostra sia l’interpretazione più immediata e facile, e anche la più sensazionale, ma io lo sto ripetendo a tutti quelli che in queste ore mi stanno chiamando, e ci tengo a sottolinearlo: non c’è nessuna relazione tra il fatto Santoro (l’uccisione di don Andrea Santoro, il 5 febbraio 2006 nella chiesa di Trebisonda sul Mar Nero, ndr) e il fatto Padovese.


Qual è il suo ricordo personale di Mons. Padovese?
Luigi Padovese aveva fatto della Turchia una sua scelta ideale, oltre che la sua prima terra di missione. Era il coronamento dell’interesse che aveva sempre dimostrato per questa terra che può essere senz’altro considerata come la Terra santa della Chiesa. Qui tutto parla delle antiche comunità cristiane. Poi era diventato vescovo e quindi membro della Conferenza episcopale turca, della quale era diventato presidente. Non posso non ricordare la sua volontà e il suo impegno culturale per tener viva la memoria dei santi che hanno fatto grande la prima cristianità.



In particolare, eccellenza?
Lui e altri suoi collaboratori, con l’aiuto dell’Istituto di Spiritualità dell’Antonianum di Roma, ogni anno organizzavano dei simposi a soggetto, e ne avevano in programma uno per il mese di giugno che si sarebbe dovuto concludere ad Antiochia per la solennità di San Pietro. Mi rimane il ricordo di un impegno veramente ideale e fattivo per questa terra dove la Chiesa si è sviluppata, prima di arrivare in occidente.


Quando lo ha visto l’ultima volta?
Circa un mese fa, in aprile. Era passato di qui per alcune questioni e mi trattenni a pranzo con i suoi collaboratori. Adesso era in procinto di andare a Cipro, anzi ero quasi sicuro che fosse già là, per incontrarsi domani con il Santo Padre.
A Cipro avrebbe ricevuto, dalle mani del Papa, l’instrumentum laboris in vista del Sinodo in Medio oriente.
Sì, è un’espressione della sollecitudine per tutte le chiese tipica del ministero apostolico, e che il Papa esercita in questa particolare circostanza in preparazione del Sinodo di ottobre.


Cosa vuol dire per voi pastori essere alla guida di una comunità cattolica in Turchia?
Ha lo stesso senso che deve avere per ogni pastore che vive in qualsiasi altro posto nel mondo. Se una particolarità ci può essere, è quella che viviamo più degli altri cristiani questa situazione di diaspora, e per di più consapevoli di essere netta minoranza.



Le leggo quello che disse Mons. Padovese a ilsussidiario.net un anno e mezzo fa: «nelle grandi città come Istanbul, Smirne, Mersin, Antiochia… - ad eccezione di alcuni atti di violenza e intimidazione che si sono verificati negli anni passati - i rapporti con il mondo musulmano sono buoni. La situazione (della chiesa e dei cristiani, ndr) della Turchia non è legata tanto alla presenza dell’Islam, cui appartiene più del 99% della popolazione, quanto piuttosto a una sorta di nazionalismo che vede il cristianesimo come un fenomeno estraneo alla cultura turca». Come va affrontata questa sfida?
Con lo stesso spirito che ha segnato la Chiesa dei primi secoli di fronte al paganesimo. Penso che qui, ma allo stesso modo anche nell’Europa che noi conosciamo, con le sue profonde radici cristiane oggi in crisi, bisogna fare nostro lo stile, la sensibilità e l’approccio che aveva san Paolo con i gruppi e le comunità dell’epoca.


Perché questo metodo è buono ancora oggi?
Perché il moderno è sempre radicato nell’antico. La cosa che possiamo fare è dare innanzitutto la nostra testimonianza, con semplicità. Questo vuol dire che prima ancora di fare, bisogna essere. Qualche anno fa la piccola comunità cattolica in Turchia ha fatto un convegno ecclesiale il cui titolo dice tutto: “Dalla presenza alla testimonianza”. Presenza significa che i numeri e le statistiche si fanno piccoli, ma che quel che più conta, la testimonianza, rimane e grazie a Dio diventa più forte.
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giovedì 3 giugno 2010

Sondaggi e bioetica: un dibattito da aprire (Contributi 312)

Riporto l'ultimo editoriale di SamizdatOnLine e spero che, anche per questo tramite, possa sorgere un dibattito:

Una recente indagine IARD-SWG spiega, in termini numerici, quanto la bioetica funga da spartiacque tra credenti e non credenti.

Ci interessa, insieme a Cultura Cattolica.it che ha lanciato la proposta di un lavoro comune e riflessioni in merito -con pubblicazione degli interventi che giungeranno in Redazione- aprire il dibattito rispondendo alle 10 domande che di seguito riprendiamo. un dibattito ampio che pone questioni molto gravi e di fondo.
SamizdatOnLine
SONDAGGI E BIOETICA: UN DIBATTITO AUGURABILE
L’articolo di Gianfranco Amato «Sondaggi e bioetica», a guardare anche alle reazioni e alle lettere giunte in redazione (che riportiamo, almeno in parte), ha sollevato una serie di problemi che è utile affrontare insieme. E che si muovono, principalmente, intorno alla questione di fede e ragione. Argomento che riceve certamente più luce dagli interventi di Benedetto XVI, a partire dallo straordinario discorso di Regensburg (oltre che da quello della Sapienza, impedito dalla intolleranza laicista).
Nella sostanza, l’articolo ha riportato un sondaggio sulle posizioni degli intervistati riguardo alle questioni di etica e bioetica, in riferimento alla posizione religiosa praticata.
Ora, ritengo che alcuni dei problemi evidenziati richiedano una serie di riflessioni e di approfondimenti che possono avere, dai lettori e visitatori del sito CulturaCattolica.it, un positivo e costruttivo contributo.


Quello che ci attende è un impegno di vera alleanza tra gli «uomini della ragione», che possa dare sostanza al compito di ricostruire una convivenza umana che sia degna di tale nome. In questo senso, ricordiamo l’esperienza straordinaria della pubblicazione del libro «Volti e stupore. Uomini feriti dalla bellezza», nato dall’incontro tra una religiosa non clericale, un laico non laicista e un mussulmano (che poi, per grazia, diventerà cristiano) non integralista.


Con il sito CulturaCattolica.it siamo lieti e fieri di lavorare in questa direzione.

Ecco alcune piste di riflessione, che potranno portare a un lavoro comune. Ci impegniamo a riportare gli interventi che ci giungeranno in Redazione.

1. Il sondaggio evidenzia, nei numeri, l’esistenza di un pensiero cattolico che tale non è. È possibile pensare che si possa essere ancora cattolici quando si tengono posizioni in contrasto con la tradizione e il magistero? Che cosa rende cattolico un pensiero o una posizione?
2. Qual è l’incidenza della fede nei giudizi di valore: l’appartenenza ecclesiale genera un pensiero originale, e se sì, quali ne sono le caratteristiche?
3. Essere atei o non credenti o agnostici: c’è un comune denominatore in queste posizioni?
4. Quali sono le condizioni di un vero dialogo? C’è la possibilità del confronto tra posizioni differenti? Che giudizio dare sui cosiddetti «atei devoti»?
5. La legge naturale esiste? Quali le condizioni per affermarla e riconoscerla? L’identità tra atto umano, atto morale e atto ragionevole ha ancora validità?
6. L’intolleranza dei «liberi pensatori» (a proposito dei vari interventi e commenti alle notizie sulla chiesa dei vari siti, Uaar in testa)
7. Le ragioni per difendere la vita sono universali? C’è una base comune? Si può pensare ai cosiddetti «valori non negoziabili» come universalmente validi?
8. La ragionevolezza di una posizione è determinata dalla educazione ricevuta e dalla tradizione in cui si è nati e cresciuti?
9. Quale valore hanno i sondaggi in ordine alla conoscenza della realtà? La domanda che si pone segna (e condiziona) la risposta?
10. Accade spesso che, di fronte alla questioni decisive, la posizione e il giudizio operativo cambino quando da spettatori si diventa protagonisti. Spesso si è costretti a cambiare atteggiamento. Allora, hanno ancora valore i sondaggi quando ci fanno pronunciare «in astratto» rispetto ai problemi sollevati?


Speriamo che da questo nostro confronto nasca una nuova speranza per l’uomo.
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Tutti sullo stesso piano (Interventi 29)

Ricevo e pubblico da un amico
Quando J.E Morgan, finanziere americano gestore di un'immensa fortuna, morì, si scoprì nel suo testamento un articolo che riguardava "un affare" che lui considerava di capitale importanza.

Ecco ciò che diceva: " Rimetto l'anima mia nelle mani del mio Salvatore, con la piena certezza che, avendomi salvato e lavato dai miei peccati nel suo prezioso sangue, Egli mi presenterà senza macchia davanti al trono di suo Padre. Supplico i miei figli di mantenere e difendere, ad ogni occasione, la dottrina della completa espiazione dei peccati per mezzo del sangue di Cristo che si è offerto una volta per sempre".
Per quanto riguardava la salvezza della propria anima, quell'uomo ricchissimo dipendeva dalla grazia di Dio allo stesso modo di un povero mendicante o del ladrone sulla croce (Luca 23:43). Questa salvezza, infatti, è offerta a " tutti gli uomini " senza distinzione di rango sociale, di razza, di cultura.
Se vi sono errori e difetti nella giustizia umana, non è così della giustizia divina. La Parola di Dio dichiara:" Non c'è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio" (Romani 3:22, 23).
Ma la Bibbia ci presenta anche le risorse divine messe a disposizione di ognuno. La morte sulla croce di Gesù Cri­sto ha pienamente soddisfatto Dio il quale può ora perdonare persone colpevoli come me e voi. Nessun uomo è troppo malvagio da non poter ricevere la salvezza di Dio come un dono della sua grazia.
Ovviamente su lui per primo lo vuole..
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mercoledì 2 giugno 2010

SPQB Sono Pazzi Questi Britanni (e non solo loro) - (Post 92)

La notizia che il paganesimo ha avuto in Gran Bretagna un ritorno di fiamma ha provocato diverse reazioni fra i miei amati lettori.
Ora che ho aggiunto il canale FB, ho la possibilità di ricevere commenti su due fronti anzichè uno solo, posso quindi talvolta amplificare i commenti. Questo è uno di quei casi.
C'è stato chi si è stupito (ma sarà proprio vero?), chi ha commentato riprendendo le parole di Chesterton "quando si abbandona la fede in Cristo si cessa di essere credenti e si diventa creduloni" e quanto questo avrebbe addolorato il grande scrittore, chi ha segnalato che questa ripresa di fede pagana è un'ennesima azione di satana.
E c'è stato anche chi mi ha accusato di essere intollerante e di non rispettare il culto tradizionale inglese.
A parte che se diciamo che la fede in Thor e Odino è quella tradizionale inglese dobbiamo dire che la nostra è quella in Giove, Mercurio ecc., e quindi falsiamo un po' (tanto) la realtà, non credo che la parola intollerante sia quella che meglio mi definisce, ma vediamo di mettere un po' in ordine: personalmente considero il ritorno alle credenze pagane una delle cose più stupide che mente umana possa fare, ma da un popolo come quello inglese che da diverso tempo sta facendo di tutto per suicidarsi culturalmente la cosa non mi stupisce più di tanto.
Non mi stupisce ma mi allarma, perchè anche se sono inglesi, non possono essere così stupidi da soli, c'è evidentemente qualcuno (per essere chiari il demonio) che alimenta questa stupidità.
Sono d'accordo sul fatto che ogni uomo sia libero di scegliere, nella vita, di percorrere la strada che vuole, ma mi addolora se vedo chi ne sceglie una palesemente errata.
Peccherei di omissione se non gli dicessi che quella è una strada sbagliata.
E se è mio compito avvisare che quella via è pericolosa, è affidata alla libertà di chi ascolta, seguire o meno, quanto dico.
Che aver abbandonato la fede in Cristo (e quindi perso una serie di valori che sono alla base della nostra civiltà) abbia aperto la strada a un progressivo depauperamento dell'umano e un imbarbarimento dei rapporti è sotto gli occhi di tutti e la Gran Bretagna è, purtroppo, lo specchio futuro di ciò che potremmo diventare anche noi.
Solo restando fortemente ancorati a Cristo si salva la propria umanità.
Questo mi porta ad un'ultima considerazione: Il cristiano vero è inevitabilmente antipatico all'uomo medio.
E' antipatico perchè ha certezze incrollabili (Cristo è l'unico salvatore dell'uomo) e in base a queste certezze riesce ad incontrare ogni uomo valorizzandolo.
Solo chi ha certezze può incontrare veramente ogni altro uomo.
Chi ne è privo, poichè per lui ogni cosa è uguale ad ogni altra, non incontra, concretamente nessuno.
Preghiamo quindi per diventare sempre più uomini (e donne ovviamente) veri, di saper sempre mantenere e comunicare la nostra fede. Perchè questo è il compito nostro: comunicare la nostra fede. Comunicare non costringere. L'adesione è sempre affidata alla grazia di DIo e alla libertà dell'uomo.
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martedì 1 giugno 2010

Quella conquista di civiltà che riporta l'Inghilterra indietro di 1400 anni (Contributi 311)

Riporto un articolo di Gianfranco Amato da Il Sussidiario che è, a mio avviso, seriamente preoccupante..

Il cristianesimo in Gran Bretagna è arrivato già ai tempi della dominazione romana. La leggenda vuole che sia stato san Giuseppe d’Arimatea ad annunciare il vangelo, iniziando la sua missione da Glanstonbury e concludendola sull’isola di San Patrizio, poco distante dall'Isola di Man, dove, secondo i racconti, morì e fu sepolto.
Fin qui la leggenda. Le fonti storiche confermano, comunque, una gran numero di fedeli cristiani già durante la ritirata dei romani dalla Britannia. Furono poi i barbari invasori ad introdurre nell’isola il paganesimo germanico. La cristianizzazione della Britannia anglosassone arriverà alla fine del VI secolo.
Etelberto, incoronato re del Kent, ebbe il primato di essere il primo sovrano anglosassone a convertirsi al cristianesimo e ad assurgere alla gloria della santità. Quando, infatti, Etelberto prese in moglie la principessa Berta, figlia del re francese Cariberto, la condizione posta per la celebrazione del matrimonio fu che alla sposa venisse concessa la libertà di continuare a professare la religione cristiana e che potesse essere accompagnata dal vescovo di Letardo, suo cappellano, la cui presenza a corte contribuì certamente alla conversione del sovrano.
Appresa la notizia, il pontefice San Gregorio Magno ritenne maturi i tempi per l’evangelizzazione dell’isola, e affidò la missione ad Agostino, priore del monastero benedettino di S. Andrea sul Celio, passato poi alla storia come Agostino di Canterbury, il quale partì da Roma alla testa di quaranta monaci nella primavera del 597.
Fu proprio all’opera di Agostino primo vescovo di Canterbury e di sant’Aidan di Lindisfarnen, conosciuto come l’apostolo di Northumbria, che tutta la Britannia fu convertita al cristianesimo. L'ultimo grande sovrano pagano degli anglosassoni fu re Penda di Mercia, che morì nel 655.


Mi sono permesso questa breve digressione storica per introdurre una notizia proveniente d’oltremanica. Lo scorso 10 maggio il Ministero britannico degli Interni ha ufficialmente riconosciuto la Pagan Police Association, un’organizzazione di poliziotti pagani, autorizzando i membri ad assentarsi dal lavoro durante le relative feste religiose.

Ciò significa che i dirigenti della polizia dovranno dare alle celebrazioni pagane la stessa considerazione tenuta per il Natale dei cristiani, il Ramadan dei musulmani e la Pasqua degli ebrei.
Così i pagani sono entrati ufficialmente a far parte delle categorie “protette” dalla politically correctness, insieme alle donne, agli omosessuali, ai neri, ai disabili, ai trans, ai musulmani, agli ebrei, et similia.
Un portavoce del ministero ha precisato che «il governo desidera che le forze di polizia rappresentino le diverse comunità che sono chiamate a servire». Quindi anche i pagani.


Si considera che siano più di 500 gli agenti ed ufficiali di polizia pagani, inclusi druidi, streghe e sciamani.


Otto sono le feste pagane ufficialmente riconosciute. 1Samahin che cade nel giorno di Halloween, in cui i pagani celebrano l’oscurità dell’inverno, lasciando fuori dalla porta cibo per i morti e vestendosi da fantasmi. 2Yule che cade attorno al 21 dicembre, in cui si festeggia il solstizio d’inverno, la notte più lunga dell’anno, nella quale i pagani bussano alle porte cantando e bruciando un ceppo di legno. 3Imbolc la festa della lattazione della pecora, che si celebre il 2 febbraio, in cui i pagani accumulano pile di pietra e fanno bastoncini fallici per celebrare la fertilità. 4Oestara che cade il 20 marzo, in cui viene festeggiato l’equinozio di primavera ed il riemergere dagli inferi della dea luna. 5Beltane che cade il 30 aprile ed il primo maggio, in cui si celebra il dio sole con orge notturne; le coppie sposate sono invitate a «rimuovere le fedi nuziali» durante la notte. 6Litha che si celebra durante il solstizio estivo, il 21 giugno, il giorno più lungo del’anno, i cui i pagani bevono idromele e danzano nudi sotto il sole per celebrare l’imminente raccolto. 7Lammas che cade il 31 luglio, in cui si celebra il raccolto e si fanno passeggiate in campagna.

8Mabon in cui si festeggia l’equinozio autunnale, e che prende il nome dal giovane dio della vegetazione e dei raccolti (Mabon), figlio di Modron, la dea madre.


Andy Pardy, capo della polizia di Hemel Hempstead nell’Hertfordshire, che è cofondatore della Pagan Police Association e adoratore delle antiche divinità vichinghe, tra cui il dio Thor dal martello distruttore e Odino dall’occhio ciclopico, ha dato l’annuncio ufficiale del riconoscimento da parte del Ministero degli Interni, precisando che «il riconoscimento del paganesimo è ormai nei fatti». «Gli agenti di polizia»,ha proseguito Pardy «ora possono finalmente celebrare le proprie festività religiose e lavorare in altre giornate, come Natale, che per essi non hanno nessunissima rilevanza».


Sono stati pure nominati tre assistenti spirituali pagani per le forze di polizia. Le nuove regole consentono, inoltre, ai pagani – per i quali, tra l’altro, Stonehenge è un luogo di pellegrinaggio – di prestare giuramento in tribunale su ciò che «essi considerano sacro».


Millequattrocento anni dopo l’opera missionaria di Agostino di Canterbury sono ufficialmente tornati i pagani in quella che un tempo era chiamata la terra di San Giorgio. Druidi, streghe, bacchette magiche e divinità antropomorfe. Viene in mente il grande Chesterton: «Da quando gli uomini non credono più in Dio, non è vero che non credano più in nulla: credono a tutto».
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Il Papa chiede di pregare perché le istituzioni rispettino la vita (Contributi 310)

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì,31 maggio 2010 (ZENIT.org)
Benedetto XVI ha chiesto di pregare nel mese di giugno affinché le istituzioni, nazionali e internazionali, si impegnino nel rispetto della vita umana.

E’ la proposta che fa nelle intenzioni di preghiera per il mese che sta iniziando, contenute nella lettera pontificia che ha affidato all’Apostolato della Preghiera, iniziativa seguita da circa 50 milioni di persone nei cinque continenti.
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Il Vescovo di Roma presenta due intenzioni, una generale e l’altra missionaria.
L’intenzione generale per il mese di giugno dice: “Perché ogni istituzione nazionale e soprannazionale si impegni a garantire il rispetto della vita umana, dal concepimento fino al suo termine naturale”.
L’intenzione missionaria recita invece: “Perché le Chiese in Asia, che costituiscono ‘un piccolo gregge’ tra popolazioni non cristiane, sappiano comunicare il Vangelo e testimoniare con gioia la loro adesione a Cristo”
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