Benvenuti

Questo blog è uno spazio per aiutarsi a riprendere a pensare da cattolici, alla luce della vera fede e della sana dottrina, cosa che la società moderna sta completamente trascurando se non perseguitando. Un aiuto (in primo luogo a me stesso) a restare sulla retta via e a continuare a camminare verso Gesù Cristo, Via Verità e Vita.
Ogni suggerimento e/o contributo in questa direzione è ben gradito.
Affido allo Spirito Santo di Dio, a Maria Santissima, al Sacro Cuore di Gesù e a San Michele Arcangelo questo lavoro di testimonianza e apostolato.
Un caro saluto a tutti e un sentito ringraziamento a chi vorrà contribuire in qualunque modo a questa piccola opera.

S. Giovanni Paolo II

Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata... Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita. Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l'autorità di distruggere la vita non nata...Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio... Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio viene abbandonata all'egoismo umano... e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale... Ci alzeremo quando il valore della famiglia è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...e riaffermeremo che la famiglia è necessaria non solo per il bene dell'individuo ma anche per quello della società... Ci alzeremo quando la libertà viene usata per dominare i deboli, per dissipare le risorse naturali e l'energia e per negare i bisogni fondamentali alle persone e reclameremo giustizia... Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto.

lunedì 15 novembre 2010

La lezione di Aung San Suu Kyi (Contributi 404)

Vi segnalo un articolo di Renato Farina tratto da Il Sussidiario

Davvero il cuore dell’uomo è invincibile.
C’è qualcosa che la tirannide non riesce a schiacciare.
Ma ogni volta che questo fiore spunta sotto le macerie si resta incantati.
E si deve avere il coraggio di dare testimonianza di questo dono ricevuto e dire grazie. Grazie a questo fiore, grazie al popolo da cui è spuntato, e grazie a Dio che ha fatto l’uomo teso all’infinito, alla libertà e capace di imitare il suo Creatore nella misericordia!
Così ieri, nel suo primo discorso, dopo essere vessata insieme al suo popolo da ventidue anni, la birmana premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, 65 anni, ha detto: «Non serbo rancore».
In queste tre parole c’è un mondo in cui vale la pena di vivere. Bisogna imparare da Suu Kyi anche e soprattutto in Italia; le sue parole e il suo invito valgono per noi che siamo e desideriamo essere cattolici, ma non esclude nessuno: essere religiosi in ogni atto è ciò che rende il politico e la politica adeguati alla necessità, qualunque sia la situazione, la crisi, la fatica.
Nulla di meno che essere religiosi serve alla politica. Non per forza si declinerà nella medesima proposta o programma: ma se c’è questa religiosità di base anche dividersi, persino polemizzare con durezza non è una tragedia, ma persino una ricchezza.
Proviamo a metterci spiritualmente in mezzo ai quarantamila, vittime ancora pochi giorni fa di elezioni burla, schiacciati insieme ai loro leader buddisti dall’aggressione poliziesca, senza uno spazio fisico per radunarsi da un sacco di decenni. Hanno cambiato persino l’insegna alla loro casa, gli oppressori: l’hanno stuprata e chiamata Myanmar, rubandole il nome di battesimo che era ed è Birmania.
Davanti a questo popolo sta una donna minuta e mite, nelle sue prime ore oltre la soglia della prigionia: era stata chiusa in carcere e poi a domicilio per sedici anni; la sua colpa era di aver vinto le elezioni nel 1989 contro la giunta militare (comunista, filocinese) che lei era riuscita a sconfiggere. E lei invece di gonfiarsi come un’eroina, chiamare alla rivolta, mostrare le piaghe e manifestare amarezza e un digrignante odio, elogia la libertà. E non la sua libertà di circolare, muoversi, respirare per le strade della sua Yangon.
No, «la libertà di parola come base della democrazia».
La quale è la libertà – ha detto – di dialogo, dà la possibilità di incontrare l’altro, e scambiare tra popoli e nazioni la propria anima, «di aiutarsi reciprocamente».
Non è stato il discorso di una donna imbelle.
Perdono e rinuncia al rancore non significano accondiscendenza al potere ingiusto.
Instaurano però un metodo di lotta dove l’avversario non è un nemico, anche se ti ha fatto del male. Ci dovrà essere giustizia, ma non violenza. Ha detto ancora, dinanzi alla sede del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia» (Nld): «Anche se penso di sapere cosa volete, vi chiedo di dirmelo voi stessi. Insieme, decideremo quello che vogliamo, e per ottenerlo dobbiamo agire nel modo giusto. Non c'è motivo di scoraggiarsi». Ha aggiunto: «Accetto la mia responsabilità. La mia voce però da sola, anche se libera, non è democrazia. Niente può essere raggiunto senza la partecipazione della gente. Dobbiamo camminare insieme».
Ha chiesto di abrogare le sanzioni internazionali perché danneggiano il popolo. Ora vedremo come reagirà la giunta militare (e i suoi protettori a Pechino…).
Ieri su Avvenire, Luigi Geninazzi ha spiegato che quando un regime libera il suo principale oppositore è giunto alla vigilia della sua fine. Perfetto. È tanto più vero quanto più l’oppressore è comunista e perciò ha fatto proprio il motto di Lenin: «Il nemico non si piega, si annienta».
Non sono riusciti ad annientare Suu Kyi, ed ora sono i violenti a doversi piegare.
Più forte della violenza è la misericordia. Impariamo da questa piccola grande signora della pace.
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